Scuola che include o che esclude?
di Bachisio Porru

4 Dicembre 2021

5' di lettura

La scuola democratica, progressista, sarebbe non la macchina della uguaglianza ma la causa principale della disuguaglianza e del blocco dell’ascensore sociale. È questa la tesi che Paola Mastrocola, per oltre trent’anni docente nei licei, vincitrice dei premi Calvino e Campiello, finalista del premo Strega, porta avanti col suo ultimo libro Il danno scolastico, scritto insieme a Luca Ricolfi, noto sociologo. La tesi fa discutere, sia gli addetti ai lavori che le parti politiche. È merito dei due autori aver messo a nuovo fuoco uno degli assiomi a base dell’architettura del nostro sistema educativo, per altro scolpito in Costituzione: rimuovere, oggi come ieri, gli ostacoli economici e sociali che impediscono lo studio e il raggiungimento delle più alte mete legittimamente aspirate. La Mastrocola formula la sua ipotesi sull’esperienza di docente, mentre Ricolfi verifica e conferma tale ipotesi su una attenta analisi comparativa dei dati Istat e Ocse Pisa. Si parte dalla convinzione che il benestante va avanti e arriva comunque e quasi Luca Ricolfi sempre a fare il liceo e a laurearsi, anche se non ha mai aperto un libro ed ha raccolto una serie infinita di insufficienze. Motori del suo avanzamento sarebbero le lezioni private ricevute durante tutta la carriera scolastica e persino all’Università: «Un aiuto assistenziale personalizzato che serve loro per passare l’anno», ad opera di insegnanti che al mattino insegnano a scuola e nel pomeriggio «danno tranquillamente lezioni private in nero». Questo sarebbe non il successo educativo della scuola pubblica ma il trionfo dell’istitutore privato per i privati discepoli. Al contrario, il figlio dell’idraulico spesso non arriva a laurearsi non solo perché è figlio dell’idraulico ma perché ha fatto una scuola chenon lo ha preparato abbastanza e non ha potuto contare, come il ragazzo nato bene, sull’istitutore privato. La scuola italiana continua, secondo le osservazioni nazionali e internazionali, ad essere fanalino di coda tra i sistemi educativi degli Stati più avanzati, perpetrando un continuo abbassamento dei livelli di istruzione che non aiuta le classi medio-basse. Bisogna perciò mettere in grado gli studenti meno abbienti di fare le scuole migliori. «Un ragazzo non potrà fare il liceo – dice Mastrocola – se noi per otto anni (cinque di elementari e tre di medie) gli abbiamo insegnato quasi niente. Non farà né il liceo né l’università, un ragazzo se non sa scrivere, se non sa fare un discorso compiuto, se non sa capire il senso (profondo, metaforico, sfumato) di quel che legge, se non sa ripetere con parole sue quel che ha studiato». Dunque, ci sarebbe anche un’altra componente a svantaggio degli svantaggiati: non solo l’estrazione sociale, l’handicap familiare e ambientale, ma anche l’enorme buco di conoscenze e cultura di cui la scuola si renderebbe responsabile. In conclusione sarebbe la sommatoria di queste concause la vera ragione della dispersione scolastica e del fallimento del nostro sistema educativo. Quando si sarebbe aperta la faglia dell’abbassamento del livello culturale nella scuola? La Mastrocola indica gli ultimi venti anni. Ricolfi più realisticamente indica gli anni Sessanta con la riforma della scuola media unica. Per quanto gli autori respingano ogni accusa di nostalgia della scuola del passato non si preoccupano di indicare alcuna soluzione del problema. Al massimo indicano un generico re-innalzamento del livello degli studi a partire dagli anni dell’obbligo scolastico. Non v’è dubbio che il superamento della selezione, con l’avvento della scuola di massa, abbia scosso in profondità le sue fondamenta. Le varie riforme susseguitesi, parziali e di settore, hanno fatto perdere al sistema omogeneità e continuità. Nel curricolo della scuola dell’obbligo i programmi complessivi, ineccepibili dal punto di vista culturale e pedagogico, non riescono tuttavia a centrare quel basamento che la vecchia scuola compendiava nel leggere, scrivere, far di conto. Hanno nociuto al riguardo le insicurezze sulla necessità, ad esempio, di strutturare l’insegnamento della grammatica, dell’analisi logica, nella lingua al livello di maturazione dello studente. Ciò vale anche per il curricolo della matematica. Approccio spesso lasciato alla sola sensibilità e professionalità del singolo docente. Permane inoltre un’ostilità diffusa e una debolezza del decisore politico sulle tematiche della Valutazione. In Germania il dibattito sui dati Ocse Pisa sono, annualmente, oggetto di importanti riflessioni; in Italia di continua polemica. Solo negli ultimi anni l’Orientamento assume rilievo adeguato nella programmazione scolastica anche se le indicazioni non vengono quasi mai considerate come prescrittive. Infine la debolezza degli Enti locali, la scomparsa di Province e Comunità Montane ha reso il governo dell’offerta formativa un fatto burocratico e di sottogoverno. Il sistema è perciò destinato a perpetuarsi, a volte con la pretesa di governare il sistema anche dal basso. Registriamo in questi giorni: quarantamila firme di studenti dell’ultimo anno delle superiori che chiedono al ministro di abolire lo scritto di italiano alla maturità. Affermano che «l’ulteriore stress di un esame scritto remerebbe contro un fruttuoso orale indispensabile come primo passo verso l’età adulta…». Absit iniuria verbis! Il testo dimostra quanto sia necessario un radicale ripensamento della nostra scuola. © riproduzione riservata

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