Sanità, la versione di Arru

È tempo di una nuova alleanza tra medici e pazienti, tra struttura e utenti, perché accanto ai diritti ci sono anche i doveri e una riforma complessa come quella della sanità non può che passare attraverso un radicale cambio di mentalità. Asl unica, azienda per l’emergenza urgenza, elisoccorso, tante le novità difficili da far “passare” al grande pubblico e che hanno posto l’assessore regionale alla Sanità e assistenza sociale Luigi Benedetto Arru – nuorese, classe 1960, dirigente medico ematologo all’ospedale San Francesco di Nuoro – sul banco degli imputati della giunta guidata da Francesco Pigliaru. Nei giorni scorsi è stato oggetto di una mozione di censura, poi respinta, presentata da un partito di maggioranza, un contesto non certo comodo nel quale si è inserito anche lo scontro con il governo nazionale sul riordino della rete ospedaliera.
Nella mattinata del 21 settembre, presso gli studi di Radio Barbagia che ha registrato il colloquio, l’assessore si è sottoposto alle domande della redazione de L’Ortobene,presenti il direttore Michele Tatti, il caporedattore Franco Colomo e i collaboratori Lucia Becchere, Eliana Catte, Matteo Marteddu e Pietro Putzu oltre al collaboratore della radio Franco Pisanu.
Assessore può dirci cosa succederà con il riordino della rete ospedaliera, anche alla luce del parere del governo?
«Penso non succederà niente, perché abbiamo rispettato la legge. Il paradosso è che un direttore generale dell’ufficio programmazione del ministero entri in merito a una legge approvata dal Consiglio a differenza di altre regioni in cui ad approvarla è stata la giunta. La nostra Delibera ha seguito il Decreto ministeriale 70 che all’articolo 3 dice che le regioni a statuto speciale che si finanziano la sanità possono organizzarsi in base alle caratteristiche proprie la rete ospedaliera. Per me non hanno letto attentamente il nostro documento, in particolare la contestazione della neurochirurgia di Nuoro non ha ragion d’essere perché questa e altre specialità qualificano il San Francesco in una posizione intermedia tra il Dea (Dipartimento di emergenza e accettazione ndr) di I e II livello».
Chiariamo meglio cosa accadrà anche a Nuoro.
«Il Decreto ministeriale 70 non è un documento burocratico, ma un regolamento in cui si danno garanzie di qualità sulla riorganizzazione della rete ospedaliera. Deve essere applicato in tutte le regioni italiane perché riguarda il diritto alla salute, l’articolo 32 della Costituzione. Non parliamo di finanziamenti, dobbiamo garantire sicurezza, qualità delle cure e appropriatezza. La Sardegna lo doveva presentare, noi abbiamo proposto un modello organizzativo tenendo conto anche della storia, Nuoro ha un numero di specialità che sono tipiche dei Dea di II livello – gli ospedali regionali secondo una classificazione fatta in base all’utenza – che nascono a cavallo del 2000, abbiamo rispettato queste scelte tentando di trovare una soluzione in base alla legge che dice che i Dea di II livello devono servire una popolazione tra 600mila e 1milione e 200mila abitanti con specialità che danno risposte a quell’ambito di cittadini. In Sardegna abbiamo un eccesso di offerta rispetto a standard nazionali, il che è un paradosso, ed è la contestazione del ministero. Nuoro è blindata e svolgerà un ruolo fondamentale che sta emergendo anche con l’elisoccorso».
Come funziona la rete?
«Gli atti di programmazione si fanno tenendo conto degli ambiti, cioè la popolazione residente, e sono scelte in parte vincolate. Però non la metterei in base all’importanza ma in termini di ruolo nella rete, per usare una metafora i primi che hanno fatto una rete funzionale nel mondo sono i sardi con i nuraghi: i nuraghi non erano tutti uguali, c’erano di diverse dimensioni e organizzazione con compiti diversi. Nuoro ha compiti fondamentali per alcune patologie e specialità però usare una classificazione che non corrisponde totalmente a quella ministeriale ha evidentemente posto dei problemi».
Lei è andato in consiglio e quando ha proposto la riforma c’è stato il “tiro al piccione” perché la accusavano di chiudere la sanità sarda, oggi da Roma le dicono che non ha chiuso niente, come ci si sente in questo ruolo?
«Vuol dire che ho cercato di lavorare seriamente, tenendo conto che non c’è un aspetto puramente tecnico in gioco, la sanità ha un aspetto anche sociale, sono posti di lavoro, una storia per cui ci sono comunità che hanno investito in ospedali. Faccio un esempio, ho da poco ricevuto il consiglio comunale di Iglesias, città che dovrebbe ringraziarci: in un ambito di 120mila abitanti ci sono 3 ospedali, e in un momento in cui c’è carenza di anestesisti e rianimatori ci sono 2 rianimazioni a 30 km, 28 rianimatori e le donne del Sulcis iglesiente non fanno la parto analgesia. È logico che quando vado a toccare i primariati non godo di chiara fama tra i colleghi e l’informazione che passa è che sto chiudendo servizi, non si vuole ragionare. Fino a ieri la sanità era anche altro, opportunità di lavoro che verosimilmente una cattiva politica voleva gestire. La politica deve fare programmazione e monitorare, nel momento in cui io faccio queste cose chi è abituato a gestire si è trovato fuori campo, non mi ama e non mi fa amare dalla gente».
C’è una questione che sta particolarmente a cuore agli utenti, quella delle liste d’attesa, cosa si può fare di più per abbattere i tempi?
«Abbiamo fatto una delibera di governo delle liste. La precedente giunta aveva investito 25 milioni aumentando il numero di ore ma solo quell’intervento si è mostrato inefgrado perché non si sono cambiati i modelli organizzativi, non c’è stata integrazione tra diverse aree della Sardegna, non si è tenuto conto del criterio di prossimità per cui se io ho una risonanza urgente e non la posso fare a Nuoro potrei andare a Sorgono e viceversa. Rispondendo a un cittadino nei giorni scorsi ho raccontato che una delle prime misure, nella Assl di Olbia, è stata la riorganizzazione di radiologie e Tac aumentando il numero di ore fino alle 24 e in un mese abbiamo fatto tutti gli esami urgenti.
C’è poi un altro aspetto. Abbiamo le ricette, il diritto del cittadino è che lo specialista segni l’urgenza o se l’esame è programmabile. Se non lo fa, l’operatore del Cup, che non è un medico, non è in di entrare in merito all’urgenza. La prima divisione che stiamo facendo lavorando sul personale è quella di distinguere tra prima richiesta e visite di controllo, la prima richiede priorità. La legge del 2011 del piano nazionale della gestione liste d’attesa dice che se ho una patologia cronica, come il diabete, una patologia cardiaca o c’è il sospetto di un tumore non devo passare dal Cup, è il medico o l’organizzazione che si deve far carico perché ha cognizione della gravità e della necessità di far fare quell’esame. Altro punto di confusione è ad esempio la mammografia. Bisogna sapere se è fatta per screening – la donna è invitata a sottoporsi all’esame ogni 24 mesi –, altra cosa è se il medico ha sospetto di un tumore e in quel caso non esiste lista d’attesa. Bisogna sottolineare che l’adesione allo screening è bassissima, tra il 20 e il 30%, ma se io chiamo e ho la pretesa di farlo il Cup risponderà che l’attesa è di un anno.
È importante che il cittadino abbia cognizione dei propri diritti sapendo che richiede una organizzazione complessa. Stiamo cercando di aumentare gli specialisti, il numero di ore, è in corso il più grande piano di assunfiducia, zione predisposto dal 2017 e ci dovrebbe aiutare. Non basta ancora, il vero problema della Sardegna è il coordinamenteo, l’integrazione, per questo nasce la Asl unica, prima si avevano 11 modelli organizzativi gestionali, clinici, completamente diversi, la fortuna di un sardo originava dal codice di avviamento postale».
Anche i medici sembrano disinformati.
«Non accuso i cittadini, dico che l’informazione e la competenza è del medico che richiede l’esame, se ho sospetto di tumore l’esame è urgente, il cittadino deve essere consapevole dei suoi diritti reali. Il 95% delle ricette sono senza indicazioni».
Le liste d’attesa sono lunghe ma i pazienti ricevono risposte più veloci se chiedono gli esami in intramoenia.
«Le norme prevedono la possibilità di svolgere attività ambulatoriale all’interno di strutture ospedaliere, certo ci sono distorsioni, ma se su 5 milioni di prestazioni specialistiche 1 milione non si presentano senza avvisare c’è un problema. C’è necessità di avere sensibilità rispetto a un sistema sanitario tra i primi al mondo, lo dobbiamo difendere, certamente migliorare, abbattendo gli sprechi».
C’è forse stato qualche difetto di comunicazione nei confronti dei cittadini? Lei sta recuperando, forse all’inizio non si è capito il senso di questa riforma.
«Il problema comunicativo esiste, non lo imputo tecnicamente all’ufficio stampa della Regione o all’uso più o meno appropriato dei social. Io penso si tratti di un reale problema politico, cito una ricerca del Censis che lo chiama disintermediazione: mancano i corpi intermedi. Se io faccio una riforma condivisa in consiglio ma i soggetti che dovrebbero aiutare a diffondere l’informazione sono quelli contro di me è difficilissimo che il percepito dal cittadino sia che Arru o la giunta abbiano lavorato correttamente. Quando ho avuto richieste di dimissioni nei primi due anni da partiti della maggioranza vuol dire che sicuramente chi l’ha fatto non ha capito il senso di quello che stavamo facendo. Io sono stanco di sentire persone che dicono io c’ero ma se c’ero non ho capito anzi forse non c’ero. È troppo comodo adesso ai cinque anni dire non c’ero. In queste ultime settimane ho letto articoli con dichiarazioni di esponenti della maggioranza che prendono le distanze, a questo punto ho il dovere di rispondere ».
Lei si sente censurato dal consiglio o dai cittadini o da nessuno?
«Formalmente no, la richiesta è stata rigettata, ma avendo sensibilità politica è chiaro che mi sento messo in discussione. Già da diverso tempo ho dato disponibilità per fare un passo indietro, perché non sono attaccato alla sedia, se non sono riuscito a far capire alla maggioranza la necessità di un processo che era dovuto».
Perché era un processo dovuto?
«La precedente giunta ha fatto proposta di delibera su Rete ospedaliera nel 2012 perché esisteva una legge dello Stato la 135/2012 che chiedeva di riorganizzare il sistema sanitario. La proposta fatta dalla giunta Cappellacci, vorrei ricordarlo agli autonomisti sulla scorta degli studi fatti dall’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali ndr), è in un cassetto perché si scatenava un inferno rispetto a un sistema che non era governato da prima del 2000. Tutti parlano di sprechi, vecchi e nuovi politici, poi è calato il silenzio e la colpa è della giunta che taglia. C’era un obbligo di legge, il centrodestra non si è seduto al tavolo ministeriale di monitoraggio dei conti e il ministero ha contestato che tra quello che la sanità dovrebbe avere, 2 miliardi e 960 milioni di euro (oltre il 50% del bilancio regionale) e quello che si spende, 3 miliardi e 400 milioni, c’è una differenza che non è giustificabile. Una delle fonti principali per far girare l’economia è l’apparato pubblico, e se il pubblico ad esempio non paga regolarmente i fornitori danneggia il sistema. Siamo quindi stati richiamati dal ministero e dalla Corte dei conti per rientrare, che non significa tagliare ma spendere con molta responsabilità ogni euro per la sanità. Davanti a tutto ciò noi non abbiamo fatto macelleria sociale. Si deve anche capire, ad esempio, che i piccoli ospedali mediamente producono servizi per 3 milioni e vengono finanziati con 14 milioni, ditemi quale impresa potrebbe reggere? Ma qui parliamo di un diritto fondamentale, stiamo cercando di fare le cose regolarmente e tanto non abbiamo tagliato ma per fare un esempio abbiamo tirato fuori 170 milioni per 2000 persone che sono guarite dall’epatite C, perché nessuno lo dice?».
La mozione di censura, le critiche, non sono legate al fatto che lei ha toccato altarini consolidati, come primariati, o forniture?
«Fare una riforma vuol dire avere una fase di incertezza, significa guardare in prospettiva, se avessimo dovuto gestire lo status quo ci saremo messi a fare lavori di ristrutturazione come gli altri, invece abbiamo fatto una scelta perché era necessario. Nel 2015 abbiamo rischiato di non pagare gli stipendi, abbiamo resistito, non abbiamo messo ticket, non abbiamo fatto un piano di rientro formale, non abbiamo aumentato le tasse locali, non abbiamo bloccato il turnover: pensavo che i corpi intermedi della maggioranza avrebbero spiegato queste cose ma se uno svolge lo stesso ruolo della minoranza allora c’è confusione, dalla maggioranza mi aspetto altro. Fare riforme significa cambiare struttura, altrimenti passa una visione colpevolistica e personalistica comoda da cavalcare in fase preelettorale».
Assessore cosa si sentirebbe di dire ai ragazzi che aspettano l’esito del test per entrare in medicina?
«Di avere fiducia. La Sardegna è la regione con il maggior numero di medici per 10mila abitanti, il problema è dove sono. Con questo modello c’è uno spreco di figure specialistiche diffuse dove non servono, quando vado a mettere le mani certo non sono amato. I ragazzi devono avere il Piemonte ha stabilizzato 200 persone, noi oltre 500 che erano precarie da 10 anni. Stiamo dando garanzie, c’è mobilità dal continente, avrei voluto farlo prima. Abbiamo bisogno di più specialisti, anestesisti, rianimatori, psicologi, geriatri, è cambiata la patologia. C’è un cambiamento di età, demografia, malattia, significa che non abbiamo bisogno di chirurghi ma dobbiamo dare altre risposte a nuovi bisogni. Invece la risposta nei piccoli centri è “vogliamo chirurghi” quando i numeri dicono che su 100 ricoveri in chirurgia 80 hanno unadiagnosi medica».
A proposito di formazione umana i pazienti si lamentano di una carenza, sono previsti dei corsi per questo?
«Su formazione e umanizzazione abbiamo fatto una operazione importante, l’accademia del cittadino, invitando le associazioni a una sorta di università sui diritti – siamo interessati a che il cittadino sia giudice severo ma competente della sanità pubblica – e si è trasformato in “Tramas” per spiegare che abbiamo bisogno di reti, di relazioni: umanizzazione è quotidianità anche quando ci sono disagi. Battiamo sulla relazione umana, sulle capacità non tecniche ma è un lavoro complesso».
Possiamo anche fare un accenno alla Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (Rems), la struttura di Capoterra che ha portato al definitivo superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg)?
«La Rems è uno dei miei motivi d’orgoglio. Abbiamo fatto un lavoro straordinario con giudici e procure e abbiamo identificato una struttura moderna, con una équipe straordinaria, discutendo con la comunità. Non usiamo la contenzione ed è un modello a livello nazionale perché qualificata, umana, altamente specialistica mantenendo una elevata tutela di sicurezza».
Un altro caso delle scorse settimane è quello delle macchinette per i diabetici, arrivano o no?
«Prima di tutto abbiamo censito in maniera completa la malattia, sono 110mila i sardi con diabete. Esistono il diabete di primo tipo, che ha una incidenza alta, l’altro tipo è legato a cattive abitudini alimentari, cattiva dieta, scarsa mobilità, fumo di sigaretta, fattori su cui cercare di ragionare.
Quanto al prodotto abbiamo fatto un bando per due tipi di apparecchiature, entrambe monomarca e si sta concludendo la gara. Ci sono procedure a volte eccessivamente burocratiche ma è nell’ordine delle cose in un passaggio alla centralizzazione degli acquisti.
Noi abbiamo creato una consulta di associazioni, messo in rete centri di diabetologia, disfunzioni ce ne sono ma l’assistenza non è un disastro come qualcuno vuol far credere».
Parliamo di Areus. Qualcuno pensa che lei abbia sbagliato perché lo doveva fare prima della Rete ospedaliera.
«Anche qui ci vuole uno storico del parlamento regionale, io lavoro in un contesto di democrazia, non sono un monocrate, parliamo di leggi approvate dal Consiglio. La legge 23 del 2014 istituisce l’Areus, alcune forze politiche hanno detto che fino a quando non si fosse riformata la Asl non sarebbe partito l’Areus. Per me era fondamentale che partisse e oggi sono orgoglioso che sia a Nuoro. Parliamo del tessuto connettivo della sanità, è il sistema per mettere in connessione gli ospedali, ha il compito di gestire l’elisoccorso di cui sono iperorgoglioso, permette il trasporto delle équipe e degli organi in tutta la Sardegna, permette la distribuzione del sangue negli ospedali. Sono orgoglioso di averlo portato a Nuoro, di aver anche restituito alla città la sede che inaugureremo ai primi di ottobre presso l’ex convento.
Abbiamo riformato un sistema che era necessario riformare. L’azienda è sul modello di quella della Lombardia ed è una garanzia per i cittadini sardi, con l’elisoccorso, a iniziare dalle zone periferiche permettendo di trasportare pazienti ad esempio da La Maddalena in meno di 30 minuti quando lo standard internazionale è l’“ora d’oro”. Ringrazio i Vigili del Fuoco che hanno fatto un lavoro straordinario, l’azienda non nata è contro di loro ma non un compito d’ufficio istituzionale dei Vigili del Fuoco fare elisoccorso».
Esiste, ad oggi, un centro decisionale che stabilisce che una persona con una certa patologia debba essere portata in una struttura piuttosto che in un’altra?
«Fino ad oggi non esisteva nessun coordinamento, abbiamo istituito un tavolo di coordinamento dei direttori generali delle 5 Assl con il direttore generale dell’assessorato già da un punto di vista amministrativo- gestionale e di assunzione personale. Su elisoccorso abbiamo una delibera per un tavolo sovraaziendale di coordinamento per cui se ad esempio ho un ictus in un determinato centro devo portare urgentemente il paziente, nel rispetto delle norme di tutela della persona, in una delle tre macroaree che abbiamo individuato. Una è Nuoro per avere risposta specialistica per ictus, infarto o trauma. Questo è il tavolo di governo della disponibilità posti letto e specialisti per dare risposta tempestiva.
Per la prima volta parliamo, e dovrebbe essere orgoglio autonomistico, di regionalizzazione delle cure. La persona viene dunque portata nel posto più altamente spetia cialistico e non nel posto più vicino. I pazienti de La Maddalena non li abbiamo portati a Olbia – per cui occorrono 8 minuti di volo contro 1h e 30 di ambulanza – ma a Sassari in 30 minuti evitando passaggi intermedi. Stiamo cercando di attuare un modello organizzativo per cui un infartuato non passa più dal Pronto Soccorso ma va immediatamente in sala di emodinamica. Sono cose difficili da far capire e difficili da fare perché non siamo abituati a lavorare assieme».
Un’altra importante questione che avete dovuto affrontare ha riguardato la Peste suina.
«Di sicuro per questo non godo di chiara fama. Ho giurato il 21 marzo del 2014, quattro giorni dopo ero a Roma convocato dal ministro Lorenzin che aveva in mano un decreto di commissariamento della Regione: “Dopo 5 anni di totale mancanza d’azione non siete più credibili”, sosteneva il governo. Devo dare atto al presidente Pigliaru e al mio impegno personale, permettetemelo, di aver rigettato il commissariamento garantendo la creazione di una unità di progetto e procedendo agli abbattimenti. La Peste suina è una malatè talmente contagiosa per cui non c’è né vaccino, né terapia, l’unica cosa è mettere gli animali in quarantena, sospendere il pascolo brado e abbattere. È una parte dolorosa e difficile da far capire perché si è creato un fenomeno biologico curioso, la persistenza del virus da 40 anni ha creato un equilibrio tra malattia e sistema immune del maiale che è infetto ma non muore però contagia pur essendo apparentemente sano. Abbiamo abbattuto oltre 2mila maiali, evitando crisi sociali. Abbiamo anche aperto alla regolarizzazione degli allevamenti, c’è da continuare».
Arriviamo al Project financing della Assl nuorese, com’è la situazione oggi?
«Grazie per la domanda. Quando leggo che ho distrutto la sanità e non si analizzano i problemi l’informazione non è corretta. Faccio un passo indietro, arrivo e ricevo una segnalazione di chi mi dice che a Nuoro il progetto di finanza – che era un’idea assolutamente originale – è stato verosimilmente utilizzato male. Un giudice della corte dei conti mi chiede come mai con l’atto aggiuntivo 2 il rischio d’impresa passa dal privato al pubblico? Come mai viene chiesto di pagare il canone di concessione se non sono finiti i lavori? Come mai non ci sono 10 milioni di attrezzature che dovevano arrivare? Apriamo il tavolo e quando non ci si mette d’accordo si finisce in contenzioso. Vorrei tranquillizzare i cittadini, se nel contenzioso si decidesse di cassare interamente il contratto – per ora è stato cancellato solo l’atto aggiuntivo – abbiamo previsto in finanziaria soldi per eventuali lavori urgenti, vogliamo che Nuoro abbia i finanziamenti che gli competono anche oltre il Project.
Nonostante su certi servizi il numero di assunti fosse superiore a quello delle Molinette di Torino (il doppio), dato il momento poco favorevole, ho dato mandato di salvare i posti di lavoro. Anche in questa controversia che ha avuto diverse fasi e livelli giuridici l’obiettivo è di salvare i servizi ma anche di far sì che tutte le attrezzature incellophanate bloccate nuove allo Zonchello da un contenzioso giuridico possano essere utilizzate, chiediamo nelle more di usare i posti letto bloccati o l’astanteria per le famiglie all’hospice. Non sono state io a bloccarle, tengo molto a Nuoro e a fare le cose seriamente. Aspettiamo l’ultimo pronunciamento, c’è ricorso della società di progetto».
Il dottor Palermo, ex commissario della Asl di Nuoro, ha denunciato sulle nostre colonne di esser stato lasciato solo ad affrontare la questione.
«Ci sono stati molti momenti di tensione tra commissario e direzione generale dell’assessorato ma non c’era un indirizzo politico per isolarlo. Mettersi d’accordo su una partita di una complessità e con delle responsabilità enormi ha creato queste tensioni. Io riconosco il lavoro che ha fatto».
Una domanda sul personal- politico per concludere. I precedenti assessori alla sanità Paolo Fadda, Emanuele Sanna, Giorgio Oppi, suoi illustri predecessori, hanno avuto carriere politiche folgoranti. L’assessore Arru tra cinque mesi cosa intende fare?
«Sono dibattuto. Intanto c’è un momento di confusione e non ho la fila di persone che mi chiedono di candidarmi, conviene dire che Arru è il responsabile di tutte le colpe della sanità. Mi piacerebbe continuare a fare la professione ma sono stanco di fare il capro espiatorio, le scelte sono state fatte da tutti i partiti della maggioranza, anche da quelli che hanno chiesto la mozione di censura. Ho il dovere morale di difendermi e di difendere e argomentare quello che ho fatto».
Quando ha iniziato avrebbe immaginato che sarebbe andata così? I problemi li aveva chiari fin da subito?
«Sì, infatti e ho detto a Pigliaru che non avrei accettato ma lui mi ha risposto che sul mio nome convergevano tutti, allora ho deciso di fare uno sforzo».
Cosa porta dentro umanamente di questa esperienza?
«È stata esperienza straordinaria, nella quale ho voluto portare i miei valori e principi. Non sono uno che crea carriere politiche sulle spalle della gente».

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Di cosa parliamo

Dm 70. Si tratta del Decreto ministeriale 2 aprile 2015 numero 70, Regolamento recante la definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera. È il più recente tentativo di riorganizzazione della rete ospedaliera nazionale con l’individuazione di criteri omogenei in tutto il territorio, oggetto di critiche per la sua rigidità e per la sua concezione centralista, oltre che per la tendenza a limitare l’autonomia regionale e le scelte di cura dei cittadini. La riorganizzazione della rete ospedaliera della Sardegna presentata dalla giunta Pigliaru presenta deroghe significative rispetto al decreto ministeriale giustificate con la lettera dell’articolo 3 dello stesso Dm 70 che così recita: «Le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e di Bolzano applicano il presente decreto compatibilmente con i propri statuti di autonomia e con le relative norme di attuazione e, per le regioni e le province autonome, che provvedono autonomamente al finanziamento del Servizio sanitario regionale esclusivamente con fondi del proprio bilancio, compatibilmente con le peculiarità demografiche e territoriali di riferimento nell’ambito della loro autonomia organizzativa».

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Rete ospedaliera. La riorganizzazione della rete ospedaliera classifica gli ospedali in base alle categorie previste dal Dm 70. L’hub è il massimo livello sanitario, saranno due, a Cagliari e Sassari. Un gradino sotto ci sono Dea di secondo livello: questa categoria è stata singolarmente riconosciuta agli ospedali degli hub: Brotzu, Santissima Annunziata e Cliniche universitarie.
La Sardegna ha derogato il decreto 70 sul San Francesco di Nuoro che sarà un Dea di primo livello rinforzato con l’assegnazione di una Breast unit (centro di senologia), una Stroke unit (centro ictus) e il potenziamento dell’oncologia. Dea di primo livello più attività intregrata di didattica e ricerca è il Policlinico di Monserrato. Dea di primo livello ‘semplice’ il Giovanni Paolo II di Olbia, il San Martino di Oristano, il Nostra Signora di Bonaria a San Gavino e il Santissima Trinità di Cagliari, l’ospedale civile di Alghero come pure il presidio unico del Sulcis.
Stabilimenti riabilitativi sono il Marino di Alghero, il Santissima Maria Annunziata di Guspini e lo Zonchello di Nuoro. Cinque gli ospedali di zona disagiata: Mastino di Bosa, San Giuseppe di Isili, San Marcellino di Muravera, San Camillo di Sorgono e Paolo Merlo di La Maddalena. Il Delogu di Ghilarza verrà invece classificato come stabilimento Cet (centro emergenza territoriale). Gli ospedali di comunità, che ospiteranno i pazienti dopo il ricovero in ospedale e prima di tornare a casa, verranno aperti a Ozieri, Ittiri, Thiesi, Tempio, La Maddalena, Nuoro, Sorgono, Ghilarza, Bosa e Iglesias.

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 ATS. L’Azienda per la Tutela della Salute è stata istituita con la Legge Regionale 27 luglio 2016, n. 17. Nasce dalla fusione per incorporazione delle sette Asl nell’azienda incorporante di Sassari. Il primo gennaio del 2017 insieme all’Ats sono nate otto Aree socio sanitarie locali (Assl) corrispondenti ai territori delle vecchie Asl.

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AREUS. L’Azienda regionale dell’emergenza e urgenza della Sardegna è stata istituita con la Legge Regionale n. 23 del 17 novembre 2014 e costituita formalmente nel 2017. Ha il compito di garantire, gestire e rendere omogeneo nel territorio della Sardegna il soccorso sanitario di emergenza- urgenza territoriale. Pertanto gestisce, oltre al 118 con l’elisoccorso, anche il servizio di trasporto del sangue, i trasporti secondari tempo dipendenti e ha il compito di coadiuvare le attività connesse con i trapianti mettendo a disposizione la logistica. Principali attività sono l’implementazione del servizio di elisoccorso e di eliambulanza regionale; la costituzione, attivazione e funzionamento del Numero Unico dell’Emergenza (NUE) 112; la formazione nell’ambito dell’attività di emergenza urgenza a favore di tutte le figure professionali coinvolte, anche utilizzando strumenti e metodiche sperimentali.

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