San Francesco occultato dal viburno

Che tra i nuoresi e San Francesco ci sia uno storico rapporto è noto a tutti. Al Poverello d’Assisi in città era dedicata una cappella nel vecchio convento di via Manzoni. Per ricordare l’opera dei frati Minori Osservanti, è stata intitolata una via accanto. A San Francesco è dedicato anche l’ospedale dove, il 4 ottobre del 1952, in una nicchia, fu posta la statua nella gradinata dell’ingresso, all’incrocio tra le vie Deffenu e Demurtas. Non parliamo del santuario di San Francesco di Lula e degli annessi e connessi di devozione. Negli antichi gosos leggiamo: Isorbie sas cadenas de sos chi sun in presone / Assistie sas parteras in cuddu estremu dolore / Daze cuffortassione a chi est iscossolau / Umile Franziscu Santu siazes nostru abocau…Insomma un santo nelle cui mani e alle cui intercessioni venivano affidati gli affetti più cari e le più intime aspettative.
Con la consapevolezza di questa devozione particolare, il 4 ottobre del 1963, venne collocata una statua bronzea nella piazza Santa Maria della Neve, sul lato sinistro della Cattedrale, davanti al vecchio tribunale. Si voleva ricordare i 780 anni della nascita del Poverello e ringraziarlo per le tante grazie concesse ai nuoresi. La pietra in granito fu individuata e trasportata da Solotti, nel monte Ortobene. A guidare quella scelta, su incarico dell’ingegner Timitilli, fu Frediano Papi. Ad eseguire le operazioni erano presenti, oltre al geometra Franco Ori (rimasto ferito ad un piede), le maestranze dei vigili del fuoco. La realizzazione della statua venne affidata al professore Antonio Leoni, di Pozzomaggiore, docente a Nuoro di discipline artistiche e transitato a Fonni e Dorgali, morto purtroppo in età prematura. Come modello ci si ispirò ad un ragazzo, oggi ormai anziano ma vivo e vegeto. Il calco della statua è ben visibile nell’androne del Vecchio Convento in via Manzoni. Era il periodo in cui veniva realizzata piazza Satta sotto la guida di Costantino Nivola, con la scelta della stessa tipologia di pietre.
Ebbene, oggi quel bel basamento granitico e la statua sovrastante sono coperti da un cespuglio di viburno ivi posizionato da un improvvido collaboratore di presepi in Cattedrale. Vi aggiunse anche un cedro, fortunatamente divelto e trapiantato altrove durante il rifacimento della piazza. Ci sono generazioni di ragazzini che non hanno mai visto quel monumento nella sua interezza e bellezza, non ci sono più quei gruppetti di persone anziane che lì recitavano il rosario, ora c’è l’inno ad un viburno.
La faccio breve: vista l’incuria verso i piccoli e grandi monumenti della città, il non saperli mettere in connessione tra loro, l’incapacità di farli parlare al presente, sarebbe il caso di armarci di picco e pala per così liberare insieme piazzola e monumento, restituendo le cose al motivo per cui sono state realizzate. Detto, ridetto e ridetto ancora, senza riscontro alcuno, a chi di dovere. Eppure basta poco, trapiantare, magari nelle aiuole della Cattedrale, un povero viburno.

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