Salvezza fatta in casa

Il pubblicano della parabola evangelica di domenica scorsa assume oggi un volto e un nome precisi: si tratta di Zacchèo, capo dei pubblicani. Egli abita a Gerico, città prodigiosamente distrutta da Dio al momento dell’ingresso del popolo nella Terra Promessa. Quel giorno si era salvata solamente una famiglia: quella della prostituta Racab. Aveva nascosto in casa sua e protetto le spie ebree, venute ad ispezionare il territorio, e aveva meritato di scampare allo sterminio seguito alla conquista della città. Con la vittoria riportata da Giosuè e dal popolo, viene solennemente proclamata la potenza di Dio. Nel nostro brano evangelico il nuovo Giosuè, Gesù (i due nomi hanno la stessa radice e significano “Dio salva”), entra nella città di Gerico e la attraversa: è il nuovo “conquistatore”, ma non ha armi, non ha esercito (soltanto dodici apostoli e un manipolo di discepoli) … e non ha alcuna intenzione di distruggere.
Lo dice bene la prima lettura: tu ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Gerico non è lontana da Gerusalemme: Gesù vi si sta recando decisamente, ma già qui dà un primo assaggio di salvezza. E anche questa volta, come era successo più di mille anni prima, si salva non il migliore, non la persona più meritevole e perfetta. Si salva un peccatore, un pubblicano, anzi il capo dei pubblicani. È il massimo dell’orrore. È il massimo dell’amore. Zacchèo significa “puro”, ma forse di puro ha solo il nome. Forse di puro ha anche il desiderio di vedere Gesù, la sua ricerca di lui. «Non smettere di cercarlo e lui ti troverà. Sarà lui a trovarti». Così Maria ad un Pietro confuso dopo la morte di Gesù, secondo la libera interpretazione di un film dei nostri schermi. Zacchèo non si arrende e non si scoraggia dinanzi ai suoi fallimenti personali: è piccolo di statura e non gli riesce di vedere al di là della folla; è un pubblicano, inviso a tutti, e forse non gli permettono di avvicinarsi troppo al Maestro. Ma lui non molla: vuole vederlo. Sicuramente sa che tra i suoi più stretti seguaci c’è un suo collega, Matteo Levi, e intuisce che questo Rabbi non è come gli altri, è speciale. Allora, incurante di venire deriso, sale su un albero e aspetta che lui passi. Quest’albero è un sicomoro, ossia un “falso fico”. Ebbene: in principio un fico aveva coperto la nudità e il peccato dei nostri progenitori; qui un “falso fico” apre le porte della salvezza. Gesù lo vede, lo trova: Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua… Oggi per questa casa è venuta la salvezza.
I Padri hanno visto nel sicomoro il simbolo della Croce, l’albero del “falso frutto”, perché è scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani: «Sali sull’albero dove per te pendette Gesù e vedrai Gesù» (S. Agostino, Disc. 174). Racab si era salvata perché aveva accolto in casa una delegazione di ebrei; Zacchèo si salva perché ha accolto in casa il Salvatore: tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano… perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore (prima lettura).

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