Salire sul monte

I monti sono alti se si raggiungono senza inutili bagagli che soffocano il respiro del cuore e le attese della vita. Gesù lascia oggi le pianure e le spiagge e porta sul monte della trasfigurazione solo Pietro, Giacomo e Giovanni. Per questa manifestazione non sceglie una piazza affollata o una festa per assicurarsi attenzione e applausi; sceglie l’intimità e il deserto per introdurre i suoi tre amici ad una progressiva comprensione del mistero della sua persona. Le folle sono pericolose perché scivolano facilmente dall’evviva al crucifige, senza fare un passo nella fede.
Gesù sceglie il settimo giorno, «dopo sei giorni» (Mc 9,2) di miracoli e di esorcismi, di ascolti e di contrasti, lungo le stradine dei villaggi e le spiagge del lago. Porta sul meraviglioso panorama del monte Tabor i sei giorni del cammino della creazione e conferma l’uomo rappresentante dell’amore creatore di Dio. Traccia una linea fino al monte Calvario dove salirà dopo i sei giorni di Gerusalemme. Oggi è la voce del Padre a consacrarlo suo Figlio: «Questi è il mio Figlio l’amato: ascoltatelo» (v. 7), domani sarà un pagano, un centurione romano, a riconoscerlo: «Veramente costui era Figlio di Dio!» (Mt 27,54). «Fu trasfigurato davanti ad essi e le sue vesti divennero spendenti, bianchissime (9,2-3). I tre discepoli conoscono di Gesù le espressioni quotidiane del volto, l’accento delle parole, la polvere sui piedi di missionario, i colori della tunica. Ora si rendono conto che al di là della spiaggia c’è l’oceano, al di là della lampada c’è il sole, al di là dell’umano visibile c’è la realtà invisibile e divina.
«Nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche» (v. 9,3). Nessun torto ai lavandai perché non possono trattare, con la semplice professionalità umana, le vesti che Dio indossa nella sua vera umanità per raggiungere il cuore dell’uomo. Possono però aiutare i fratelli ad accogliere e sognare i colori di Dio.
«E apparve loro Elia con Mosè che conversavano con Gesù» (v. 4). I 30 anni di Nazareth si dilatano fino ad inglobare quelli di Mosè e di Elia, mediatori tra la sollecitudine di Dio e il suo popolo.
I discepoli li riconoscono e vedendoli dentro laluce e la nube capiscono che il cielo è sul Tabor. Quando Gesù rimane solo accettano chenessuna capanna privata può contenere Dio e fermare sul monte la missione di Gesù, venuto a dare, con l’amore, pienezza alla legge di Mosè e, con la parola, compimento alla profezia di Elia. Siamo al punto più alto della manifestazione di Gesù e non c’è da aspettare altri messia o ulteriori rivelazioni. I discepoli scendono dal monte con gli occhi allenati alla luce di Dio, le orecchie alle parole del Padre, il cuore alla dolcezza della parola Figlio. Disporranno di un viatico per affrontare i giorni della fede difficile e delle scelte decisive nella sequela di questo Amico così difficile. Ogni giorno li accompagnerà la inquietudine del confronto tra il vivido ricordo delle vesti bianchissime del Maestro e i poveri stracci della loro fragilità; tra l’irrompere del fallimento della croce sui loro miopi sogni umani e il fascino insopprimibile dei numerosi momenti di intimità. Scendendo dal monte ricevono la consegna del silenzio su quanto hanno visto e udito. Il silenzio finirà quando, con gli altri discepoli, inizieranno l’avventura del “gridare dai tetti”, in tutte le strade del mondo, la luce del Tabor e il grido del Golgota, il sigillo della morte sui sepolcri e la novità del sepolcro aperto da Cristo risorto per tutti gli uomini segnati dall’amore e dalla vita nuova.

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Nell’immagine: Kiko Arguello, Trasfigurazione di Gesù sul Monte Tabor, particolare della Corona misterica, abside della cappella del seminario Redemptoris Mater di Roma