Ritornare al Giordano

“Ovoi tutti assetati, venite all’acqua” ( Is 55,1). La sete nell’uomo inizia con la cacciata dal paradiso terrestre e si dilata nelle pagine della Bibbia fino a simboleggiare i desideri più radicali del cuore e i registri più appassionati del dialogo con Dio. La terra screpolata dalla siccità invoca la pioggia per diventare fertile di vita e di frutti; la pioggia arriva dal cielo come segno dell’irrompere dell’infinito sul finito, della tenerezza divina sulla aridità umana. Gesù ha conosciuto questa sete? Per 30 anni di anonimato, salvo la fuga in Egitto e i pellegrinaggi a Gerusalemme, non si è mosso da Nazareth: un lungo apprendistato a crescere nella coscienza di uomo e di Dio. Una scelta che da un lato conferma i ritmi umani della crescita normale di ogni uomo e dall’altro non cessa di stupire per il lungo silenzio e la sete frenata di lanciarsi nell’avventura instancabile del Vangelo. Un pubblicitario, un industriale, forse anche noi, gli avremmo suggerito una tempistica diversa per ridurre i 30 anni a favore di più anni di vita pubblica. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (v.8) è la risposta di Dio.
La sete dell’acqua del Giordano, alimentata dalla obbedienza al Padre e dalla docilità allo Spirito Santo, spinge Gesù ad immergersi nella folla impastata di peccato e ad allenare le spalle a portare il peso infinito del male fino a deporlo sulla croce. Ora quell’acqua diviene porta di ingresso nella terra promessa non solo del popolo di Israele, ma di tutti i popoli della storia. Su quello specchio d’acqua che raccoglie la sporcizia dei secoli si squarciano i cieli e l’azzurro compare nuovo colore sulla povera tavolozza dei disegni umani e l’uomo inizia a vedere l’invisibile. A Natale un piccolo Bambino è segno di Dio per la notte degli uomini, qui una colomba che si posa su Gesù racconta il soffio onnipotente di Dio, lo Spirito Santo, che rinnova la faccia della terra. Alla visione si associa la parola: “Tu sei il Figliomio l’amato…” (v.11). È il grande momento della rivelazione trinitaria dell’unico Dio e ogni uomo diventa nel Figlio il “tu” di Dio, e Dio il “tu” dell’uomo.
Il cielo non è vuoto: lascia filtrare la paroladell’amore, il volto della misericordia, la musica della festa nuziale di Dio con l’umanità. L’acqua del Giordano avvolge il mistero dell’Uomo battezzato da Giovanni, e lo fa esplodere nella teofania che inaugura la vita pubblica di Gesù e anticipa quella del monte della Trasfigurazione. “Dio – diceva Sant’Agostino – si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”. Ogni volta che viene amministrato il Santo Battesimo si realizza la teofania dei “cieli aperti”.
Guardando i volti dei genitori che presentano il proprio figlio alla Chiesa, dei parenti e amici difamiglia che fanno corona, della comunità abituata al rito, e forse del ministro che battezza, troviamo i colori, la novità, lo stupore del Giordano?
In questo vistoso evaporare del mondo cristiano e la progressiva irrilevanza della Chiesa il Battesimo è il sacramento che regge ancora più del Matrimonio, della Cresima e della Riconciliazione, forse più per ragioni di tradizione che di fede.
Si discute in questi giorni sulla durata della immunità del vaccino anticovid. Una discussione che appassiona perché ne va di mezzo la vita e il futuro dell’umanità. Uguale passione sarebbe da augurare riguardo all’efficacia del Battesimo per la vita del cristiano e il futuro della Chiesa.

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L’immagine: James Tissot, Il Battesimo di Gesù (1886-1894)