«Con rispetto e umiltà vi chiedo oggi perdono»

La sera dell’11 ottobre 2011 Sebastiano Foe padre di due figli, si rese protagonista di un tragico fatto di sangue avvenuto ad Ardara (in provincia di Sassari) in cui fu ucciso Antonio Soro giovane allevatore di 21 anni, ultimo di cinque fratelli.
Sebastiano Foe, detto Ciano, all’epoca dei fatti aveva 49 anni, faceva il postino a Sassari ma viveva ad Ardara dove per sei anni era stato consigliere comunale, assessore allo sport e candidato alle regionali nella lista dell’Udc. Era ritenuto da tutti una persona tranquilla fino al giorno in cui, per un bicchiere di troppo, nel bar del paese scoppiò una violenta rissa fra il Foe e i due fratelli Soro, Antonio e Domenico 27 anni. I tre avventori, allontanatisi dal locale pubblico si spostarono a casa della vittima dove la lite si protrasse fino a notte fonda e quando sembrava che l’alterco fosse risolto, Foe fece rientro nella sua abitazione. Ma ossessionato dall’idea di essere sbeffeggiato dai due fratelli, armatosi di fucile andò a bussare a casa della famiglia Soro uccidendo Antonio apparso sull’uscio.
Foe che in precedenza era scampato miracolosamente ad un agguato, braccato dai carabinieri della stazione di Tula prontamente accorsi, oppone resistenza e tenta di sparare ma viene colpito da un militare che lo ferisce alle gambe e al polpaccio. Condotto all’ospedale di Ozieri per essere sottoposto alle cure del caso, dopo qualche giorno viene tradotto al carcere di San Sebastiano a Sassari.
Condannato all’ergastolo per omicidio volontario per futili motivi, oltre che per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, con sentenza passata in giudicato, dovrà anche risarcire la famiglia della vittima. Da un anno sconta la pena a Nuoro nelle carceri di Badu ’e Carros. Qui, come racconta il cappellano don Giampaolo Muresu, Sebastiano Foe, ha maturato la consapevolezza del perdono grazie a sofferti percorsi fatti di esempi, di confronti e d’introspezioni, e sente di essere cambiato nel profondo, diverso e migliore. «In diverse occasioni pubbliche, anche davanti ad alcuni studenti in visita alla casa circondariale, ha esternato il proprio percorso interiore a testimonianza – come dice don Muresu – che anche tra le mura del carcere è possibile cambiare e un luogo di pena può essere luogo di speranza». Consapevole dei suoi gravi errori, oggi scrive alla famiglia della sua vittima nella speranza che la sua voce giunga come un messaggio di speranza a tanti che come lui invocano la luce del perdono.

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