Ripartire dal villaggio dei nonni

Racconta quello che vuol fare nel cantiere di Lollove, Simone Ciferni, giovane nuorese deciso a creare nel borgo dei pastori a 15 chilometri dal capoluogo le condizioni per il DigitalDetox o, se preferite, come disintossicarsi dal digitale. Potrebbe raccontarlo in uno studio ovattato della California, a San Francisco o alla George Town University di Washington, dove a lungo è pure stato. Invece illustra il suo progetto, con stile disinvolto di uno che ci crede, nel silenzio che neanche la pandemia ha mai scalfito. Lollove, casa ristrutturata, pozzo nel cortile, attorno case o ruderi con dignitosa e orgogliosa vetustà, tetti a doppio spiovente ancora in antico, campanile vicino sulla collina. Sguardo sulle tegole, cotte dal sole e dai venti di due o tre secoli di esposizione. 31 anni, della Nuoro bene, radici familiari nei servizi di ristorazione, Simone, studi al Ragionieri, con laurea in Economia e gestione aziendale, si è sentito stretto dietro il bancone delle mescite o della distribuzione delle paste fresche nelle mattinate invernali di via Mannironi.
Ricerca, a Londra, dei sogni e fantasie di gioventù, esperienza in Sudafrica per sei mesi, sempre nel ramo della ristorazione. E qui, nella solitudine della lontananza, scatta l’idea. Vivendo in un piccolo borgo nel sud del continente nero, Pater Noster il nome non inglesizzato, e osservando lo sviluppo costante della piccola comunità che sul turismo non di massa aveva costruito il suo futuro. «Tanta era la gente che voleva rifugiarsi lì – ricorda Simone Ciferni con gli occhi lucidi – che occorreva prenotarsi. Numero chiuso e tutela assoluta del valore del silenzio, dell’ascolto, della fuga dal turbinio delle sregolatezze della modernità». Sudafrica insomma, ma Lollove nel cuore. Da quando ci passava intere estati da bambino, in casa di Nonna Tolu, una delle poche famiglie a nonlasciare il borgo per inseguire le luci della città. «Mio babbo Dario», scandisce con efficace ironia il giovane Ciferni «è venuto dall’Abruzzo come turista, si è innamorato, nell’ordine, di queste case e di questo silenzio, dello stile senza tempo di mia nonna e poi di mia madre». E nell’altra parte del mondo, Simone il ragioniere con la laurea in tasca, inizia a sviluppare l’idea della bellezza depositata nel concreto paesaggio di “limitato”. Studia a lungo per capire il perché della fuga dalla massa e la ricerca di spazi sempre più ristretti a dimensione di autenticità e di benessere fisico e mentale. Corso di nove mesi di enogastronomia, borsa di studio per creare prodotti multimediali che gli ha consentito l’esperienza americana in California e a Washington. Per lui sembra semplice trasvolarecon il pensiero dai tetti a doppio spiovente e daiselciati dai profumi antichi, ai grattacieli dellametropoli d’oltre oceano. «Proprio lì – si scaldaSimone Ciferni carburandosi con l’orgoglio dellasfida – ho portato il mio progetto di valorizzazionedi Lollove: lo vedevano e notavo che gli mancava il fiato. Allora pensavo che l’83 per cento degliamericani vive in aree urbane. Ormai non esistonopiù luoghi in cui non ci sono cellulari, rumori assordanti di motori di terra e di aria, o vai nel deserto. Niente mezze misure. O sottostai al caos “non calmo”, stavolta, o decidi di fare l’eremita nel deserto».
Tutto torna al borgo dei pastori quasi spopolato, con lo sguardo che si perde nelle valli di Sa Maddalena o Murughirau o su a s’Iscala Mannaverso S’ena o Nodu ‘su surchi. Scatta l’idea del Progetto, anzi la ripresa di quell’Idea del babbo, persa lungo la carrareccia che conduceva in città. Lo sforzo allora è stato riversato sulle iniziative commerciali del capoluogo. «Forse non erano maturi i tempi», sostiene Simone Ciferni. «Oggi è scattata l’ora ics. Non per fare il solito agriturismo, come nel linguaggio veloce si tende a pensare. No. Molto altro». Primo passo, riunione congiunta dell’intera famiglia Tolu con concrete radici nel borgo, messe insieme le risorse fatte di casette antiche, azienda agricola fronte paese, vitelli, capre, pecore, asi- ni e maiali. «Rielaboro con fantasia e concretezza», sorride il dottore in economia, «modelli che ho già visto sperimentare. Turismo e azienda si integrano in maniera perfetta. Le fattorie, anzi, gli ovili, che a me piace così chiamarli, aperti sette giorni su sette, con l’accoglienza e con il prato all’inglese ». Autenticità ed estetica, storia e storie narrate. «Quanto più scavi sulla tradizione», è la tesi di Simone Ciferni, «più dai valore e più componi il puzzle dell’integrare mondi e culture che poi tanto lontane non sono. C’è la parte della gastronomia, ma qui le persone si dovranno perdere nei laboratori del borgo del medioevo sardo, trascorrere giornate senza collegamento con il resto del mondo. Quando mi chiedono se c’è segnale, rispondo di no». Per perdersi devono insomma stare soli. Con le mani in “pasta”, quella vera , soffice, madriche,lievito-madre, e pane, dolci e zappa nell’orto. Una sfida non facile da digerire. «Ho convinto – Ciferni tira un sospiro di sollievo – i 13 residenti e la famiglia allargata dei Tolu, zii e parentela varia: Lollove così si può rigenerare ». Sembra vero e sembrano parole vuote spopolamento e convegnistica tutta al capezzale dei paesi morenti. A sentirlo, i borghi non frenano l’estinzione, i giovani non si inchiodano nel paese anche se, dopo epiche battaglie conservano l’ufficio postale, la scuola pluriclasse, il parroco, lo sportello del Banco di Sardegna. Occorre ripensare molto anche in questo post covid. Mai nessun dubbio o ti addormenti sognando California? «No, tra dieci anni saranno loro che cercheranno me dalla California», risponde con sfrontata sicurezza Simone Ciferni: si alza e corre veloce per riportare le caprette, uscite dal tancato e vaganti, nella calda vallata di Paduledda, in un pomeriggio d’estate a Lollove.

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