Resistere con cuore, anima e spirito

Rileggo e riascolto dopo molto tempo le parole di una canzone di Giorgio Gaber che fa parte di un album uscito quasi vent’anni fa: «E sento che hai ragione se mi vieni a dire/ che l’uomo sta correndo/e coi progressi della scienza/ha già stravolto il mondo/però non sa capire/che cosa c’è di vero/nell’arco di una vita/tra la culla e il cimitero.//[…]//E tu mi vieni a dire/quasi gridando/che non c’è più salvezza/sta sprofondando il mondo/ma io ti voglio dire/che non è mai finita/che tutto quel che accade/fa parte della vita.//». Un tema importante che precorre il pessimismo di questi giorni di Covid, un tema cui il cantautore milanese aggiunge una caudale nota di ottimismo che infonde fiducia e da coraggio. Paura, preoccupazione, dolore, sconforto: sono, nell’odierno, i sentimenti che più accomunano le persone e testimoniano della fragilità umana. Le più vuote ideologie e l’edonismo dei passati decenni appaiono oggi come irrimediabilmente inadeguati. Sembrano venir meno anche i più sani atteggiamenti di fiducia e di speranza. Eppure, a riprova di quanto robuste siano le nostre capacità di esseri emotivamente forti e l’attitudine a resistere, ecco manifestarsi la nostra voglia di cose spirituali che aprono il cuore e arricchiscono l’anima, il nostro desiderio di bellezza, i nostri sforzi e le fatiche quotidiane orientate alla mitezza e alla vita serena, il no deciso all’esclusivo dominio della ragione.
Mi piace richiamare il pensiero di Papa Francesco: «Il rischio peggiore per un essere umano è che si faccia trascinare dalle “luci” della ragione. Si trasformerà in un intellettuale ignorante o in un “saggio” smarrito». L’accento, qui, è posto sul nostro naturale desiderio di empatia e sulla capacità di amare gli altri. La pandemia sembra essere servita ai più distratti e a quelli che non hanno mai tempo per fermarsi a riflettere, ad acquisire una più profonda coscienza generale intorno a vizi, virtù e debolezze umane. Il virus sembra avere in qualche modo costretto l’uomo ad uscire allo scoperto e a tratti il “tutti contro tutti” hobbesiano è parsa una ipotesi non più balzana di altre. L’altro da sé visto come possibile untore ma guardato con sospetto anche per una miriade di ulteriori motivi.
Anche la politica ha fatto la sua parte: innegabilmente, essa ancora in questi giorni stenta a trovare determinazioni risolutive per i problemi di carattere sanitario ed economico, mentre i più scaltri in qualsiasi campo non conoscono crisi e si adattano mirabilmente alle circostanze continuando seraficamente a galleggiare e a prosperare.
Qualcuno che in questo particolare momento di “défaillance” ha riletto I promessi sposi nella parte in cui il romanzo racconta la peste a Milano dica se già, magari “a spanne”, non avremmo – su, per così dire, “suggerimento” del Manzoni – potuto immaginare in anticipo la cappa di oscurità nella quale in questi mesi ci saremmo trovati avvolti per aver toccato con mano la fragilità (in tutti i sensi) e la vulnerabilità dell’uomo del nostro tempo. Questo periodo è forse stato per alcuni come una sorta di “perdita dell’innocenza”. Durante i giorni del confinamento totale di qualche mese fa si è letto e riletto molto come era utile, giusto e necessario che facesse ognuno costretto a passare giornate intere o tutto il tempo tra le pareti domestiche, ma quanto sgomento nel calarsi intensamente, appunto, nel racconto manzoniano della peste o nelle trame dei romanzi, solo per citarne due, di Saramago (Cecità) e di Camus (La peste)!
Ma è già tempo di risorgere e di tornare forti, di ulteriori letture, e c’è sempre spazio per la riflessione intima perché, scrisse Marco Aurelio, in nessun luogo più tranquillo e calmo della propria anima possiamo ritirarci.

© riproduzione riservata