Remundu Piras, fama e mito del più rinomato improvvisatore

Tra i tanti poeti sardi succedutisi nelle varie epoche, a nessuno riuscì di lasciare un segno indelebile e pregnante quanto Remundu Piras. Nacque a Villanova Monteleone nel 1905. Giovanissimo mostrava già una vena poetica accattivante e sbalorditiva, alla pari di un’innata simpatia, corroborata dalla saggezza di tutti coloro che venivano dalla dura vita del lavoro sui campi. La profonda conoscenza della lingua sarda, fu tale da far sì che potesse costruire ed adattare diversi termini alle sue rime.
Grazie a uomini del suo spessore si riuscì ad andare oltre il concetto di dialetto. La cultura era quella pastorale, ai massimi della sua fama infatti, nel periodo della tosatura o della mietitura, mai dimentico del mestiere primario, rifiutava di partecipare alle gare pur essendo il poeta più richiesto. A differenza d’altri lasciava sempre una parte del compenso in offerta ai comitati ospitanti.
Il figlio Francesco si commuove nel ricordarlo: «Per voi – dice – è stato tra i migliori poeti, per me il miglior padre che si potesse desiderare».
Il nipote, Salvatore Meloni, fratello di Quirico sindaco uscente di Villanova Monteleone, nel ricordare un suo passato da consigliere comunale, narra di arringhe scritte in un italiano invidiabile.
Luigino Floris, poeta di Desulo ultranovantenne, racconta l’emozione di averlo sentito cantare con la voce ancora melodica, naturale, armonica e squillante. Infatti, uno dei drammi vissuti dal poeta, in seguito a un ricovero, fu il ritorno dopo una tredicennale assenza con una voce rauca e tentennante, che a volte non gli permise di esprimere al meglio la genialità delle sue rime. Senza contare il periodo in cui le leggi del fascismo, unite a posizioni clericali, vietarono le gare poetiche per oltre dieci anni. Remundu Piras fu l’unico a non cedere al compromesso dell’ultimo quinquennio in cui vennero riammesse le gare, con l’obbligo di non citare la religione e tutto ciò che fosse inerente l’ambito ecclesiastico. Il rifiuto era dovuto, come puntualizzava lo studioso Giuseppe Molinu, a ciò che enunciava spesso in gara: “ no mi cherzo dae nemos cumannadu”. Nel 1932 anche Tuccone sostenne la causa poi, per motivi di necessità, nel 1937 dovette piegarsi. Con quest’ultimo i duelli più cruenti, ma alla fine, nonostante una rivalità che spesso sfociava in amari risvolti umani, era sempre sottesa la reciproca stima poetica. Piras fu il primo a mettere in difficoltà il padre fondatore Antoni Cubeddu appena ragazzino, ma fu soprattutto un poeta completo che compose anche a tavolino.
Tra i sonetti più commoventi, quello dedicato alla madre, citata come colei che, bagnando le sue labbra di infante in una fontana sulla strada tra Villanova e Alghero (“ Mama da sende in fascas mi at passadu in sa funtana de su Paradisu e in cuss’ispiju limpidu e precisu, s’umbra mea innocente apo miradu”) come leggenda volle, impresse la volontà materna sul divenir poeta. “ Difattis mi nariat carchi olta, s’escis poete tue est proa mia, c’a sa funtana ti appo giutu a polta”. Come per tante, l’epilogo amaro e commovente: “Ma a m’intender cantende in poesia, no at tentu forthuna ca es molta cando deo sett’annos, solu aia”. La sua anima si ricongiunse alla sua il 21 maggio del 1978.

© riproduzione riservata