Ricordo di un Maestro

Non è facile per me ricordare Gianni Pititu, anche perché oltre alla commozione e il rimpianto di tutta la famiglia de L’Ortobene per aver perso un punto di riferimento,  c’è personalmente il rimorso per aver rinviato di giorno in giorno la promessa di andare a trovarlo a Posada. L’ho chiamato al telefono dalla Valtellina quando ho saputo che era caduto fratturandosi un femore. Stava per essere dimesso dall’ospedale, ma è dovuto tornare al “San Francesco” dove è morto questa sera, tradito definitivamente da quel suo cuore che tanto lo ha fatto soffrire dal 1982. Non vedeva l’ora di partire e tornare in quella casetta al mare e in quel borgo che considerava un po’ il suo rifugio. Resta quindi, oltre a uno struggente ricordo di tanti momenti professionali vissuti insieme nella redazione nuorese de L’Unione Sarda, un rimpianto e l’amara sensazione che troppe volte il nostro correre quotidiano, spesso inutile, ci porta a trascurare gli affetti più cari e le cose veramente importanti. Sono sicuro che Gianni mi ha perdonato anche l’ultima trascuratezza. Perché lui non sapeva serbare rancore, magari ti teneva il muso per qualche ora, ma poi era sempre pronto a scusare e scusarsi

Foto Massimo Locci

Nato a Bortigali nel 1939, sarebbe troppo facile classificarlo come nuorese d’adozione. Perché ha vissuto la città con disincanto, senza mai farsi coinvolgere del tutto o sbandierare come tanti un’acquisita nuoresitudine da ostentare. Questo distacco consentiva a Gianni di guardare alla città in controluce, coscienza critica con un pallino fisso: cultura, cultura, cultura. Un valore che ha trasferito ai suoi scolari e che ha testimoniato come giornalista. Oltre all’insegnamento negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, è stato una delle colonne de L’Unione, dove nel 1985 è entrato come redattore. Per il quotidiano cagliaritano ha seguito i più cruenti fatti di cronaca nera, eppure non amava ricordare quegli anni. Negli ultimi tempi in redazione faceva di tutto per non occuparsi di nera forse perché ogni omicidio, ogni rapimento, ogni rapina veniva letto da lui come un tornare indietro, un vanificare gli sforzi anche suoi di costruire una società diversa. Per questo non amava raccontare il suo passato di cronista, eppure si è occupato dei più gravi episodi di cronaca che hanno segnato la tormentata storia della Barbagia.

Foto Massimo Locci

Non amava i miti, Gianni Pititu, aborriva la parola balentia. Basta rileggere “Sequestri” (1996), forse il primo libro che ricostruisce nella sua completezza i rapimenti in Sardegna, dove come una sorta di risarcimento dà voce soprattutto alle vittime, gli ex ostaggi (indicativo il sottotitolo: Il cielo nascosto), senza nulla concedere ai sequestratori rifuggendo, pur nella leggerezza di una scrittura mai aggressiva, dal giustificazionismo e dalla mitizzazione. Da cronista scrupoloso descriveva, ma nella stessa costruzione del racconto era chiaro che stava dalla parte delle guardie e non dei ladri. Gentiluomo nella vita e nel lavoro, amava il bello: l’amore per l’arte e per la musica colta accompagnava la sua passione per i libri.  Sognava e ha lavorato per una città diversa, come dimostra il ritratto che emerge oltre gli stereotipi in  un atro suo libro “Nuoro nella Belle époque” (1998) o l’ultima sua fatica “Bia Maiore” (2015) dove ricostruisce le storie dei personaggi del corso Garibaldi.

Foto Massimo Locci

Quando nel 2014 sono stato nominato direttore, a  L’Ortobene,  ho ritrovato due maestri: Gianni Pititu, collega mai perso nonostante la pensione, e Alberto Caocci, il mio insegnante di Italiano alle Medie di Fonni. Alberto è morto nel febbraio dell’anno scorso, Gianni è andato via oggi, pochi giorni dopo don Giovanni Carta, il direttore del settimanale diocesano che lo aveva voluto come collaboratore fisso.  Chissà che chiacchierate si faranno quei tre in Paradiso. Anche lassù il Pititu starà già propinando le sue “Pillole di cultura” tanto apprezzate e attese dai nostri lettori. Per la prima volta, lui così puntuale e preciso, non rispetterà l’appuntamento che ai primi di luglio aveva dato per settembre. É stato l’ultimo post scriptum all’ultima “Pillola”: riproponiamo quel testo perché già dal titolo c’è tutto Gianni Pititu, la sua umanità, la sua profondità di pensiero, la sua voglia di capire e andare oltre le facili condanne. Grazie Gianni: apprestandomi a riflettere insieme ai tuoi lettori sull’ultimo tuo testo, stasera- perdonami ancora una volta – riesco a dirti solo grazie.

 

da L’Ortobene – 2 luglio 2017

Credo che anche voi sappiate del dramma vissuto dalla madre di Castelfranco di Sopra in provincia di Arezzo dopo aver scoperto, al termine dell’orario dell’ufficio in cui lavora, di aver dimenticato nell’auto chiusa ed esposta al sole la figlioletta di 18 mesi.
Bisogna compenetrarsi con quanto ha scosso quella giovane donna nell’accorgersi, voltandosi mentre era al volante per fare la retromarcia, che nei sedili posteriori giaceva la bambina e nel constatare che era ormai priva di vita.
In quei momenti si ha un rimescolamento di sensazioni che impegnano in modo compulsivo cervello e cuore. La ricerca spasmodica di soccorsi, la telefonata verosimilmente sconclusionata al marito, la constatazione che nulla si poteva ormai fare devono aver annebbiato del tutto la mente della giovane donna.
Il primo impulso raziocinante dev’essere stato il colpevolizzarsi che è la peggiore delle condizioni psichiche. Penso al suo dolore, al suo strazio, al suo tornare indietro per capire, se non proprio per trovare una spiegazione e tanto meno una giustificazione al suo gesto.
Eppure, davanti a una simile tragedia, il mondo di internet ha levato gli scudi non perdonando alla povera donna la sua dimenticanza, inasprendo così in lei una frustrazione e uno sconcerto da cui sarà difficile si riprenda.
Bisogna chiedersi come questi eventi possano accadere, qual è il meccanismo mentale che li genera, perché essi purtroppo si ripetano. Arduo è indagare nella mente umana che può incappare in momenti di vuoto, di sdoppiamento della percezione, di uno sgombero totale della memoria di quanto si è fatto sino a quel punto e della completa dimenticanza dell’azione da compiere.
Lo stress sembra essere il primo imputato, poi il ripetersi monotono di atti in apparenza insignificanti, infine la consapevolezza di aver fatto tutto per bene. In realtà si è verificato un salto, un oscuramento nel concatenare i vari momenti che sino ad allora erano stati perfettamente vissuti e poi improvvisamente diradatisi con la perdita dell’attenzione.
La vita di oggi è propizia a creare simili tracolli della mente per la sua facoltà di affollarla di pensieri che delineano i passaggi cruciali del vivere una giornata, per la sua convulsione, la sua imposizione di accelerare ogni nostro passo.
Assoluzione piena, quindi, di questa povera madre, soltanto meritevole di umana pietà.

P. S. Questa rubrica sospenderà le pubblicazioni nei mesi di luglio e agosto. Le riprenderà regolarmente nel mese di settembre.

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