Raimondo Calvisi scout in terra di Barbagia

Iniziamo il viaggio rammentando Raimondo Calvisi, grande narratore di storie e tradizioni. A volte in prima persona, più spesso dando voce a un coro di humiles et pauperos, di gente alla macchia, abigei, accabatoras, poetas e pellegrini, cercatori di tesori, meres e tzeracos. Insieme al pronipote Diego Casu stiamo curando la riedizione dell’opera omnia di Raimondo Calvisi. Il primo volume, edito da Carlo Delfino, dovrebbe vedere luce nella prossima primavera.
Pier Raimondo Calvisi nacque a Bitti il 12 gennaio 1892, in una famiglia di pastori. Restato orfano lo prese con sé lo zio Giovanni Borra, prete. Anche Pier Raimondo diventerà sacerdote, «un prete» dice Raffaello Marchi, nella prefazione al primo dei libri, Storie e testimonianze di vita barbaricina, Fossataro 1966, «che almeno per un trentennio ha fatto il pastore d’anime in alcuni fra i più riottosi villaggi della Barbagia». Rimunnu Truncu, lo chiamavano così in accezione paesana, con il soprannome, inizia a pubblicare che già aveva superato la settantina.
Nei suoi libri ci sono la narrazione del passato ma anche il mondo da lui esperito. Popolato di personaggi solari e oscuri, di magie, di bardane e di feste. Di questuanti e ladri, di fame ma anche di carità. Fu il senso della Provvidenza a valere molto nella vita di Calvisi. Ordinato sacerdote nel 1920 fu vicedirettore del seminario e del convitto vescovile. Era un «dinamico sostenitore di iniziative culturali e sportive più che censore e sorvegliante della disciplina». In quel clima, nella Nuoro inquieta, «laica e sardista» del primo dopoguerra, nacque lo scoutismo barbaricino. Ricordando quei tempi, Ariuccio Carta parlava di «francescana povertà di mezzi» unita però a grande entusiasmo. Dichiarato illegale dal fascismo nel 1926, lo scoutismo rinacque a Nuoro nel 1946-47, sempre per opera di monsignor Calvisi e di Giovanni Antonio Pala, prete olianese. A partire dal 1925, prete Calvisi fu parroco a Lula, Olzai, Siniscola. Trent’anni di intensa vita da pastore d’anime, di feconda semina, di ricerca, di accumulo di storie. Nel 1953 fu nominato canonico e destinato alla Solitudine, a Nuoro. Morì, il 5 marzo del 1978. Prima in cattedrale poi a Sa ‘e Manca lo accompagnò un grande folla. C’erano il vescovo Melis, canonici e preti, il sindaco. E molta gente comune. Gli inizi non furono facili per prete Calvisi. I cinque libri aprono con un racconto autobiografico, la festa di Santu Viasu a Lollove, trasposta come La festa di Alarvé. All’ora della processione, due fazioni avverse iniziarono una sparatoria. I portatori mollarono la portantina con il santo fatto di legno povero. Ci fu un fuggi fuggi generale. Prete Calvisi fu l’ultimo ad abbandonare il campo non prima di essersi rivolto alla statua di legno: «Santu Viasu meu si a bois bo nche secan sa conca bo’ la achene nova! A mie nono». Da giovane e in età matura, il prete attraversò molte «vigne sterpose», le varie Loduì, Sorrotha, Piralata e altri nomi immaginifici che popolano il suo cantare barbarico. Con molte consapevolezze di fare letteratura alta, tutto fuorché contos de cochinzu. Tra gli amici di Raimondo Calvisi c’erano Raffaello Marchi, illuminato studioso di tradizioni popolari, il comunista Josetto Manconi, prestigiosi intellettuali e antropologi come Paolo Toschi, Alberto Cirese, Clara Gallini allieva di Ernesto de Martino. E altri. Raimondo Calvisi fu un prete del mondo antico ma pure della Chiesa del Concilio. Quando fu parroco a Siniscola diceva a don Fronteddu, uno dei viceparroci. «Tonì, in sa preica incurtzia». Se no, chi la seguiva l’omelia.
Il libretto che chiude la riedizione dell’opera omnia, Raimondo Calvisi lo diede alle stampe per primo, nel 1949, quasi nell’immediato secondo dopoguerra. La mia guida è ricca di preghiere ma ci sono anche consigli pratici, come, ad esempio, combattere il carbonchio che sterminava le greggi. Prete Calvisi si sentiva anch’egli «errante fra queste campagne».
Eppure c’era chi, consapevole del senso per la Provvidenza del sacerdote, lo chiamava padre dei poveri.

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