Raccontare il mondo respirando speranza

Sapete chi sono, mi conoscete, eppure vorrei dirvi due cose. Innanzitutto sono, indegnamente, un prete. Tale voglio restare in questo dono immeritato, in questa grazia. Ogni giorno mi ripeto la riflessione del grande Origene: «Vorrei essere un figlio della chiesa. Non essere conosciuto come l’iniziatore di una qualunque eresia, ma portare il nome di Cristo. Vorrei portare questo nome, che permane come una benedizione sulla terra. Desidero che il mio spirito come le mie opere mi diano il diritto di essere chiamato cristiano. Se dunque io, che agli occhi degli altri sono la tua mano destra, io che porto il nome di presbitero e ho come missione l’annuncio della Parola, se io arrivassi a commettere qualche errore contro l’insegnamento della chiesa o contro la regola del Vangelo fino a diventare di scandalo per la chiesa, che la chiesa tutta intera allora, con decisione unanime, tronchi via me, proprio me, sua mano destra, e mi getti lontano».
Sono anche giornalista. Ho conseguito la laurea in sociologia e sono stato correttore di bozze di libri e giornali, nonché insegnante supplente di lettere, prima della mia ordinazione sacerdotale: avevo 24 anni quando promisi obbedienza a monsignor Melis e ai suoi successori. Come in tutte le promesse, avvertivo un mistero affascinante e allo stesso tempo inquietante. Il vescovo, nella sua omelia, quel giorno, 25 aprile 1981, era stato molto chiaro: «sei chiamato a guidare il nostro settimanale L’Ortobene». Venni mandato, venti giorni dopo, a Milano, per fare praticantato al quotidiano Avvenire e, per mia scelta, presso l’allora radio Supermilano, fucina di grandi giornalisti nazionali.
La faccio breve. Tornato a Nuoro, monsignor Rosario Menne, allora direttore di fatto di Radio Barbagia, era malato e mi fu chiesto di sostituirlo temporaneamente. A riprova che il temporaneo diventa il permanente, ci sono rimasto per anni trentuno, bellissimi, con voce e corpo, mentre nel frattempo si susseguivano i direttori de L’Ortobene, talvolta con firma senza presenza. In questo settimanale diocesano è apparsa spessissimo la mia firma, talvolta anche sotto articoli da me non scritti ma necessaria. Ci sta tutto. Anche i miei anni sabatici, in buona parte effetto collaterale per aver inventato il periodico “L’Ortomale”, unica testata di amore, buonumore ed irriverenza che vendeva nelle edicole cittadine tremila copie. Roba da capogiro ma rimastami come marchio inaccettabile.
Monsignor Mosè Marcìa, pensando ai mezzi di comunicazione della Diocesi, ci chiedeva: «È bene che creino dibattito, siano sempre più fomentatori di unità in diocesi, sviluppando “comunicazione” fra tutte le componenti, parrocchie, associazioni, movimenti e singoli fedeli, dando voce anche a chi non ce l’ha, e portino sempre nelle nostre case un raggio di speranza autenticamente cristiana, da non confondere con una pia illusione. Il confronto e il dibattito serve per affermare che il Vangelo è sempre attuale, è sempre vivibile».
Una considerazione da non dimenticare per un settimanale quasi centenario chiamato, da monsignor Antonello Mura, cui va la mia gratitudine per la designazione, a dare una mano per alimentare una nuova mentalità di fede, capace di lettura critica della realtà, impegnato nel formare e non solo nell’informare, in sinergia con i settori della pastorale diocesana, flessibile per meglio cogliere quanto accade. Con il Vescovo voglio giocare quella che probabilmente sarà l’ultima partita della mia vita: connettere tra loro mezzi di comunicazione diversi, capaci di raccontare il nostro mondo guardando al futuro e respirando speranza. Come diceva un vecchio slogan: scrivere il mondo è già cambiarlo.
Il mio predecessore, l’amico Michele Tatti, ha davvero fatto un lavoro straordinario. Nel compito di direttore ha speso gratuitamente professionalità, tempo, affetti e quant’altro. Ha sacrificato il suo tempo per qualcosa di più grande e tutti dovremmo essergli grati. Spero di non deluderlo. Come spero di non deludere i lettori e la redazione.

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