Su quel terreno reso fertile dal ministero di don Giovanni Melis

La comunità di Lodè, attraverso la voce del parroco e di due giovani, ricorda il sacerdote a un mese dalla scomparsa

«Né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma Dio che fa crescere». Ogni volta in cui penso al grande dono del sacerdozio che abbiamo ricevuto e al servizio che come preti possiamo fare nelle Comunità che ci vengono affidate, non trovo Parola migliore di quella di San Paolo appena citata! Cosa è chiamato a fare un sacerdote in una Parrocchia? Raccogliere i frutti che Dio ha fatto crescere grazie al lavoro di qualcun altro, preparare nuovamente il terreno, seminare e attendere il nuovo germoglio, con l’umile consapevolezza che altri possano cogliere ciò che lui ha seminato! Nelle poche righe a mia disposizione, ritenendo più giusto che parlassero di lui due giovani che per quattro anni hanno condiviso il ministero di don Giovanni a Lodè, con gratitudine a Dio dico che se lui tanto ha raccolto dal lavoro di don Luciano, ha saputo seminare con nuovo slancio nel terreno lodeino, lasciando particolarmente operare lo Spirito Santo nella formazione liturgica, nella direzione spirituale, nello spezzare con sapienza la Parola di Dio per far sì che venisse applicata alla vita concreta, nella preghiera comunitaria della Liturgia delle Ore, nell’incisiva predicazione, nella carità concretamente e silenziosamente vissuta! Con riconoscenza posso dire che ho fin da subito potuto lavorare in un terreno reso spiritualmente e umanamente fertile anche dal suo breve ma intenso operato! Fra le poche certezze che abbiamo nella nostra vita e nel nostro ministero, una è certamente che tutto passa, solo Dio resta! Se dunque Dio è stato annunciato e donato con la Parola e l’Eucarestia, noi uomini possiamo anche andar via, ma lui resterà sempre al centro dell’azione delle singole Comunità e della Chiesa tutta! Grazie allora don Giovanni, perché con umiltà hai donato l’Essenziale alla Chiesa e alla Comunità di Lodè, e in punta di piedi hai restituito la tua vita donata a Dio e ai fratelli! Che tu possa essere eternamente avvolto dall’Amore per cui hai consacrato la tua vita!

Don Alessandro Muggianu

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Se dovessi rappresentare con un’immagine la pastorale di don Giovanni a Lodè, senz’altro prenderei il momento in cui Pietro viene chiamato da Gesù: quel momento preciso in cui ancora con le reti in mano, si volge a guardare quello sconosciuto che lo sta chiamando. Con quelle reti, che sono il segno degli affari umani, delle vicende di questo mondo, e là Dio, il nuovo, lo sconosciuto che ci conosce da sempre, che viene e stravolge la nostra vita, e ne fa un capolavoro. Forse Pietro avrà guardato Gesù con perplessità, turbamento per quel dialogo inaspettato. E sicuramente anche don Giovanni sarà rimasto così davanti al progetto di Dio, uno dei tanti, noti per la loro originalità.Forse anche lui sarà rimasto disorientato quando Dio, dopo averlo chiamato a vivere nel mondo, lo ha tratto da esso per servirlo in maniera più alta. Forse avrà provato paura, ma Dio, come sempre, ha saputo dare ai suoi figli un bene maggiore, e al suo Nome una gloria più grande, facendo della sua vita non un peso, ma una ricchezza.
Pietro lascerà quelle reti, e diventerà il principedegli apostoli, ma non dimenticherà mai ciò che era: un umile pescatore. Da qui il suo carattereprofondamente umano, e tale era quello di donGiovanni. Certo, ogni sacerdote è prima uomo e poi ministro, ma in lui questa caratteristica era particolarmente accentuata. Non concepiva niente di spirituale e teologico, senza che avesse un piano pastorale su cui muoversi. Per lui, ogni problema sociale era un problema della comunità religiosa, da portare al tribunaledell’altare, dove tutto viene offerto. E quantevolte questi problemi prendevano voce in quell’ambone. D’altra parte, era profondamenteconvinto che se la fede non si concretizzava in
un impegno concreto nella società, essa era spenta. San Pietro pare fosse il più impulsivo tra gli apostoli, però alle sue risposte avventate si alternavano vette spirituali. E così non poteva che essere anche il nostro sacerdote defunto, in cui a volte prendeva il sopravvento la debolezza comune alla nostra natura, e molte altre volte sovrabbondava la grazia di Dio. Ma ciò che penso conti di più, è che al centro dei suoi interessi, dopo Dio, c’era la persona. Aspetto che risaltava pubblicamente nella sua pastorale, nelle omelie, in modo speciale nella missione in Africa, e che personalmente vedevo trasparire dalle sue parole ogni qualvolta ebbi occasione di chiacchierare con lui. E, al di là delle differenze di vedute, era proprio ciò che di lui mi colpiva. Perciò, voglio ricordarlo così: come Pietro, che tra fiducia, resistenze, impegno, rinnegamenti e coraggiose testimonianze si è dato a Dio e al prossimo.

Matteo Peddio

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Incontrai per la prima volta don Melis pochi giorni dopo il suo arrivo in paese mentre era intento, insieme alla sorella, ad imbiancare la canonica. Dai suoi discorsi dedussi subito l’entusiasmo nell’iniziare il suo ministero, la sua voglia di mettersi al servizio di una comunità tanto lontana dalle sue idee ma allo stesso tempo entusiasmante, in quanto rappresentava una vera e propria sfida. Penso che alla mia comunità quest’uomo, da un vissuto tutt’altro che semplice, abbia lasciato molti insegnamenti: tra gli argomenti su cui amava soffermarsi vi era la modalità con la quale ogni Cristiano dovrebbe vivere la propria fede: partecipare ai sacramenti e alle funzioni inmaniera libera, non per adempiere ad un ruolo sociale. Le sue omelie facevano sempre centro nel cuore di chi sapeva ascoltarle con attenzione. Ricordo una sua frase, pronunciata una sera in Africa: “Il mio ministero non è stato vano se solo sono riuscito ad aiutare almeno un bambino”. Della sua vita faceva parte anche la missione che da anni portava avanti con l’Associazione giovani missionari di Sarule in Burkina Faso, tramite la quale ha realizzato tanti progetti e tanti ne voleva compiere; a don Giovanni devo la mia crescita, l’esperienza in Africa è stata per me un’occasione di formazione medica, personale e spirituale. È difficile raccogliere in poche righe quanto mi ha trasmesso, ma posso dire che custodirò bene queste lezioni di vita. Tra le cose che più mi hanno colpito della sua persona era l’ostinazione e il coraggio di tornare in Africa nonostante le sue condizioni di salute, perché sapeva che in quella terra c’erano tante persone che lo aspettavano a braccia aperte, tra cui i lebbrosi, ai quali mostrava tanto amore e solidarietà. Dietro quell’uomo così autoritario si celava una persona di grande cultura e intelligenza, sempre pronto ad accogliere, consolare, rialzare, guidare e aiutare chiunque bussasse alla sua porta. Voglio ancora pensarlo seduto su una panca nel continente Africano, dove solitamente ammirava il tramonto, mentre contempla i grandi gesti materiali e spirituali compiuti in 72 anni. Auguro a chi leggerà quest’articolo di aver la fortuna di incontrare nel proprio cammino un uomo come don Giovanni Melis.

Emanuele Canu

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