Quel giorno si “pastinò” la vigna

Tanti sono ai nostri giorni coloro che si dilettano ad assaggiare vini, e si piccano di sentire sapori, retrogusti amari ed essenze varie. Ma prima che il nettare venga versato nei calici millesimati tanto è stato il lavoro del vignaiolo e dei suoi collaboratori.
Un tempo, il giorno in cui si pastinava la vigna era dì di festa. Pastinaturapastinare corrispondono alle parole latinepastinatio e pastinare (zappare, preparare la terra affinché vi si possa piantare qualcosa). Verso l’alba amici, parenti, familiari raggiungevano la casa del padrone della vigna «Io li aspettavo e simulai – scrive in un brano di Miele amaroSalvatore Cambosu – com’era d’uso, di cascar dalle nuvole, ma poi come rammentandomi dell’accordo che tutti noi s’era preso, feci passar loro l’acquavite e i bicchieri».
Il corteo, 15/20 persone, con in coda le donne con le provviste per il pranzo, s’incammina. Raggiunto il terreno, i lavoranti fanno un altro “ripasso” di acquavite; il padrone preso un paletto in ferro, lo ficca in terra, lo gira, lo estrae, poi tolto un «magliuolo di vite, – annota don Salvatore Merche – alza gli occhi al cielo in segno di fiduciosa invocazione, si fa col magliuolo un segno di croce», quindi lo pianta, ricevuto un bicchiere di vino «Lo versa in croce nel buco del magliuolo con l’augurio di ottimo e abbondante prodotto». «Dio lo voglia, Dio lo voglia» rispondono in coro i pastinatori, i quali ora si dividono in gruppi e cominciano l’opera.
A mezzogiorno il lavoro viene sospeso per il pranzo, «Biancheggia il pane fiorito, spiccano bottiglie e bottiglioni di vino, fumano saporose vivande – prosegue don Merche – accanto a un gran fuoco su cui bollono grossi paioli e rosolano schidioni di carne». Non mancano i versi in poesia e in prosa, gli scherzi e le battute argute. Così ricaricati, gli operai ricominciano di buona lena, infatti è consuetudine cercare di concludere il lavoro in una sola giornata. Sul declinare del giorno il padrone tenta di svignarsela, sa quale sia la sua “sorte”, ipastinatori lo cercano dovunque, scovatololo conducono nel mezzo della «Vigna, gli legano mani e braccia sul petto – così descrive don Merche – giusto come un prigioniero con rami e fronde di vitalba, di caprifoglio ed altri arbusti fioriti, (…) così conciato lo portano verso la strada che porta al paese». La comitiva s’ingrossa, si aggiungono grandi e piccini, «Cominciò il Carnevale. – scrive Cambosu – Anzi ero io il Carnevale: il primo giorno che esso appare a autorizzare ogni scherzo. (…) Persino i cani ce l’avevano con me, ma si comprendeva bene che anche essi lo facessero per scherzo». Arrivato il corteo alla casa del padrone, sull’uscio, non ignari, ci sono la moglie e i figli; tra i familiari e il codazzo che accompagna il “sequestrato” si recita una pantomima al termine della quale il vignaiuolo vien riscattato grazie a una «Damigiana di vino, un vassoio di confetti, – elenca don Merche – e un piatto di soldi e soldoni». La festa continua tra frizzi, lazzi e bicchieri vuotati fino a notte fonda. E in un’atmosfera d’allegria si conclude il racconto del sacerdote orotellese.
«Alcuni anni dopo la fillossera ci fece cadere da cavallo – rimpiange Cambosu – (…) anche a costo d’indebitarci ci risolvemmo a ripiantar la vigna; ma col vitigno americano. Così la radice non era più nostra, e la festa non fu più quella». Due chiuse diverse, il bicchiere, si sa, lo si può vedere mezzo pieno o mezzo vuoto.

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Nell’immagine: Salvatore Cambosu ritratto da Foiso Fois