Essere priore a San Francesco, parlano Flamini e Siotto

Ogni anno si rinnova la festa di San Francesco nel Santuario di Lula caro ai nuoresi, dai primi del Novecento si susseguono i priori che condividono con la comunità dei fedeli momenti religiosi e anche rituali, nel rispetto della tradizione.
Stefano Flamini priore uscente nominato per l’anno 2016-2017 e Salvatore Siotto fresco di nomina per il nuovo anno, sono rispettivamente l’87esimo e l’88esimo priore di san Francesco.
Pur non rispondendo al tradizionale requisito che implicava l’appartenenza al mondo agro-pastorale, entrambi sono stati nominati dal Vescovo Mosè Marcia per la rettitudine morale e la loro disponibilità, sentito il parere dei vecchi priori, di alcuni sacerdoti cittadini e del presidente dello stesso Comitato, rappresentativo delle dieci parrocchie nuoresi, incaricato di affiancare il priore di turno e di redigere uno statuto e un regolamento atto a ricondurre la festa alla religiosità di un tempo, a favorire i festeggiamenti, alla cura del santuario e all’accoglienza dei pellegrini ricreando momenti spirituali per far rivivere lo spirito francescano come si addice a quel luogo di culto.
Come avete accolto l’invito di monsignor Marcia a svolgere questo nobile mandato?
«Con entusiasmo e fede», la risposa di entrambi. «Ci siamo sentiti onorati dalla stima che il vescovo e l’intero comitato hanno riposto in noi. La chiamata è arrivata di sera senza preavviso e perciò inaspettata, l’incontro era fissato per la mattina successiva. Abbiamo trascorso una notte piacevolmente turbolenta, tutto è stato così veloce e emozionante che abbiamo capito ben poco di quello che ci stava succedendo. La mattina ci è stata formulata ufficialmente la proposta, non potevamo dire di no e visto il percorso della chiamata ci è sembrato una cosa predestinata. Questi accadimenti li abbiamo voluti interpretare con la fede, che è il pilastro su cui poggia tutto il “viaggio” e con il sostegno delle nostre famiglie che hanno si sono rese totalmente disponibili».
Il priorato è fatto di accoglienza e di condivisione di tutta una comunità, come lo ha vissuto?
Flamini: «San Francesco ha in se tutta la sua comunità che aspetta di essere chiamata, occorreva accoglierla e condividerla. I fedeli sono in perenne cammino spirituale e questa è la cosa più bella, basta farla salire sul carro per fare il cammino insieme e condividerne percorso e mete.
Per chi ha fede non sono coincidenze, è un disegno ben più alto, quando ho avuto delle difficoltà mi sono girato intorno e ho trovato la soluzione».
Qual è il primo obiettivo che un priore si pone e quale segno vorrebbe lasciare?
Flamini: «San Francesco è una stella polare e tutto ha inizio con l’accensione del faro che si trova nel piazzale. Quel lume è San Francesco e tutta la comunità si orienta verso quella luce che riscalda e illumina e da lì trae insegnamento e forza».
Come è stato il rapporto con i novenantes?
Flamini: «La spiritualità della vita comunitaria dei novenantes non deve essere offuscata da una ritualità ostentata e svuotata da simboli e significati che vanno oltre il materiale e il formale. Occorre non dimenticare i gesti semplici del dare e del donare a chi ha più bisogno».
In che cosa è stato innovativo rispetto al tradizionale?
Flamini: «Sorretto dalla mia fede ho chiamato al santuario le parrocchie per gli esercizi spirituali e accolto i bambini delle scuole elementari dedicando loro un’intera giornata per far vedere anche le cose pratiche, come si prepara il filindeu ad esempio, e come si vive al santuario».
Durante il priorato ha avuto qualche momento di defaillance?
Flamini: «Mi sono messo spesso in discussione, ho affrontato i problemi grazie all’aiuto della gente, ascoltando con molta umiltà senza essere imperativi».
Cosa vorrebbe chiedere il nuovo priore al suo predecessore?
Siotto: «Ho tanto da chiedere perché tanto occorre chiedere per evitare errori. Ho avuto diversi incontri e contatti non solo con lui ma con molta umiltà farò tesoro dei consigli di tutti. Non sono solo, stiamo creando un bel gruppo di lavoro che ha risposto con entusiasmo e condivisione. Mi avvarrò della preziosa esperienza del mio predecessore non solo ora ma in ogni momento del mio cammino».
Stefano cosa ha provato quando è andato incontro ai viandanti?
Flamini: «I brividi. Quando ho fatto l’ultimo pellegrinaggio non pensavo affatto che un giorno sarei stato priore, sono stato sempre pellegrino e ora con tutta la mia famiglia sono andato incontro a loro da priore. L’immagine degli stendardi che avanzavano mi suggeriva momenti di religiosità antica e intima allo stesso tempo. Commosso, ho stretto tutti in un ideale abbraccio».
Che consiglio darebbe al tuo successore?
Flamini: «Che le idee si realizzano e le cose si risolvono se si rispettano le persone, se saprà ascoltarle con calma troverà sempre le risposte giuste, ma deve avere anche capacità di prendere decisioni al momento opportuno e col dialogo. Entrare in punta di piedi nella casa che è di tutti».
Che cosa è cambiato in lei dopo questa esperienza?
Flamini: «A livello familiare tanto, ora ci sentiamo più ricchi dentro. Ho fatto un viaggio dentro di me e con me stesso».
Come racconterà questa esperienza a figli e nipoti?
Flamini: «I miei figli hanno vissuto questa esperienza con noi dal primo istante. Spero di poterla raccontare come altri hanno saputo fare con me, con la capacità narrativa di un vecchio che non mi stancavo mai di ascoltare».
Con che spirito tornerà da semplice fedele a san Francesco?
Flamini: «Questa domanda me la sono già posta ma ancora non riesco a darmi una risposta».
I pastori sono sempre stati devoti a san Francesco e non hanno mai negato il loro aiuto, come li ha visti in un momento di così profonda crisi?
Flamini: «A disisperu, smarrimento e desolazione, ma nonostante tutto con la volontà di non arrendersi e andare avanti. Mai come quest’anno si è vista tanta aridità nei campi, l’ultima gelata di qualche giorno fa ha distrutto proprio tutto. Mi sento di dire che c’è una generazione di pastori che sta soffrendo senza via d’uscita e che vanno aiutati. A loro è rimasta solo la volontà di reagire e la dignità dei padri».
Con che spirito, Salvatore, va incontro a quest’anno di priorato?
Siotto: «Con tanto entusiasmo, fin da piccolo mi sono nutrito della parola di San Francesco, è sempre stato la mia guida e continuerà ad esserlo in questa prova a cui sono stato chiamato. Lo farò nel miglior modo possibile riscoprendo il valore dello stare assieme e del cogliere le piccole cose con semplicità, dare amore agli ultimi e ai bisognosi e accogliere chiunque bussi a quella porta che si apre alla preghiera».
Che ruolo hanno avuto e hanno le mogli al vostro fianco?
Flamini: «Fondamentale. Ho riflettuto per diversi giorni prima di accettare e parlare con lei, poi quando ne ho parlato mi ha risposto senza tentennamenti “Cosa aspetti?”. È stato un suo dono di sintesi che comprendeva tutto».
Siotto: «Fra noi c’è stato equilibrio. Io ero carico di entusiasmo senza riuscire a contenermi, lei rappresentava l’equilibrio tenendo i piedi per terra. Dopo lo smarrimento iniziale è stata lei che mi ha rincuorato con molta calma nel dire che insieme avremo affrontato ogni cosa».

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