Prezzo del latte, cooperative sotto schiaffo

«Ho un caseificio, devo produrre formaggio e per poterlo fare devo acquistare il latte: se lo pago 55-60 centesimi a litro i pastori mi dicono che è poco, che sono un ladro, uno sfruttatore, un nemico, uno che approfitta delle disgrazie altrui. Se pago il latte 55-60 al litro, più gli operai e tutte le spese, per rientrare del mio investimento dovrei vendere il formaggio oltre i cinque euro al chilo tra minimo sei mesi. Se oggi compro il formaggio già stagionato, pronto per venderlo, lo pago 4,5 euro. Cosa mi conviene fare?». In questo messaggio affidato alla sua pagina facebook il 19 dicembre, Paolo Mannoni (erede della storica industria casearia di Thiesi «presente nella produzione e nella lavorazione di formaggi pecorini sin dal 1927»), fa intravedere una contraddizione che in tanti evitano di approfondire. Facile la risposta da parte di tutti i pastori e in particolare dei cinquemila che, sostenuti da 150 sindaci, la Coldiretti ha portato in piazza lo scorso primo febbraio: se i costi di produzione si aggirano sugli 80 centesimi al litro, sottoscrivendo contratti di 30 centesimi inferiori alle spese, i produttori firmano la loro condanna a morte. Le parole di Mannoni nascondono però una realtà: il vero anello debole della catena del tanto vituperato pecorino romano a cui, nonostante tutti i discorsi sulla diversificazione produttiva, la scorsa annata potrebbe aver sfiorato in Sardegna il tetto del 70 per cento (50 per cento in Italia) del latte di pecora destinato a questo formaggio che rappresenta la più importante Dop ovina dell’Unione Europea. In teoria infatti la contrattazione pastore-industriale dovrebbe quindi riguardare appena il 40 per cento degli addetti perché la maggioranza è organizzata appunto nelle coop che in gran parte trasformano la materia prima nei propri caseifici. Il meccanismo è semplice: si garantisce ai soci mese per mese un acconto sul latte versato per poi liquidare il saldo a fine campagna a consuntivo, cioè in base alle spese sostenute e, soprattutto, alla vendita del prodotto. In realtà – ed è questo il paradosso che non vuole affrontare una politica regionale strabica – per esportare il loro formaggio le cooperative dipendono quasi totalmente dagli industriali che, storicamente, hanno in mano i canali di commercializzazione soprattutto negli Stati Uniti che assorbono circa il 50 per cento della produzione di Romano (24.116 tonnellate nel 2013-14).
Le coop quindi trasformano ma non riescono a vendere perché i canali dell’export in realtà sono in mano agli industriali che, paradossalmente, possono evitare di produrre in proprio e aspettare il formaggio prodotto dalle coop che però vedono limitata la loro forza contrattuale dalla necessità di incassare per chiudere il bilancio e liquidare il saldo. Sarebbero – accusa ribadita a più riprese in questi mesi dagli industriali – proprio le cooperative ad aver deciso di non rispettare il piano di regolazione dell’offerta fissato dal Consorzio di tutela a 240 mila quintali, decidendo di produrre Romano attirate da due anni di quotazioni altissime per poi ritrovarsi con i magazzeni pieni e la necessità di vendere e incassare per liquidare il conguaglio ai soci. Nonostante tra i 36 produttori che aderiscono al Consorzio di tutela le cooperative siano 20 contro 16 privati di cui due laziali, il destino di molte società mutualistiche quindi è in mano ai trasformatori privati che, anziché preoccuparsi di farsi concorrenza sul prezzo del latte da versare ai pastori possono tranquillamente decidere da chi e a che prezzo comprare il formaggio già bello e stagionato.
Ecco perché Mannoni si chiedeva due mesi fa se gli conveniva ritirare il latte o comprare il formaggio già stagionato, pronto per venderlo, pagandolo 4,5 euro al chilo. Una conferma indiretta di voci su cooperative costrette a svendere la produzione a meno di cinque euro quando, secondo le più recenti rilevazioni dell’Ismea, il pecorino romano in partenza per il mercato italiano è valutato sei euro al chilo a Roma, mentre quello destinato all’export 5,30 a Sassari e Cagliari e 5,15 euro a Macomer. A gennaio del 2015 si festeggiava invece lo sfondamento del muro dei nove euro il chilo. Prezzi all’ingrosso che però non avrebbero avuto riscontro sui consumatori finali che davanti al rincaro hanno comprato altri tipi di formaggio più competitivi. Così nel giro di poco tempo è iniziata una inesorabile discesa che ha visto il pecorino romano perdere circa il 40 per cento del suo valore nel giro di meno di due anni. Nonostante i richiami a approfittare del periodo di “pecore grasse” per ristrutturare il settore, ci sarebbero almeno centomila quintali di Romano invenduto e nel pieno di una crisi che ricorda molto quella apertasi nel 2000 quando l’Unione europea ha cancellato i contributi all’export (nel 1994 si vendeva il pecorino negli Stati Uniti a 5 mila lire il chilo e la Cee pagava altre 4.900 lire per ogni chilogrammo). Con l’incentivo pubblico si arrivava insomma a quasi 10 mila lire, la quotazione in euro di due anni e oggi più o meno la quotazione è quella di 25 anni fa ma senza il contributo pubblico che raddoppiava gli incassi. Quei fondi europei legati alle quantità vendute non sono stati però investiti per migliorare il settore, come in quest’ultimo biennio gli utili di stagioni d’oro non sono serviti per ristrutturare il settore. Così, privatizzati i guadagni ci si ritrova con le perdite scaricate prima sui pastori e poi sulle casse pubbliche. Con un’aggravante, denunciata dallo stesso vicepresidente della Regione Raffaele Paci: mancano dati certi e certificati sulle produzioni reali e ognuno può dare in libertà.
Può così capitare che il 9 marzo 2016 con una lettera al presidente della Regione Francesco Pigliaru, industriali, Consorzio di tutela e Lega cooperative lancino l’allarme su una possibile produzione di 430 milioni di litri di latte che però a fine anno si è fermata a 286 milioni. Intanto quella voce – accusano la Coldiretti e i produttori laziali che hanno anche chiesto l’intervento dell’antitrust – sarebbe tra le cause del crollo del prezzo con un danno di cento milioni di euro. Addirittura si litiga sul numero dei capi con il presidente regionale di Lega cooperative Claudio Atzori che si è attirato gli strali degli allevatori quando, sugli incentivi per il benessere animale ha invocato maggiori controlli: «Non può essere – ha dichiarato il 3 febbraio a Videolina – che paghiamo 3 milioni e 200 mila pecore sarde e poi alla fine dei conteggi ci rendiamo conto che sono molte di meno: troppi furti in Sardegna di pecore e documenti». Probabilmente l’equivoco nasce dalle pecore realmente in produzione: due milioni e 800 mila secondo Coldiretti, mentre i premi sono estesi a tutto il gregge. Quando si invoca trasparenza sui dati, sarebbe utile per fare chiarezza scattare una realtà precisa anche sulla situazione delle cooperative (in questo periodo circolano addirittura voci di formaggio venduto a 4 euro, con una concorrenza esasperata tra le stesse coop soprattutto sul fronte della grande distribuzione che ovviamente tratta grosse quantità al minimo prezzo) per capire quanto producono, a quanto e a chi vendono e a quanto pagano il latte ai loro soci. L’incertezza su produzioni, vendite e scorte ora denunciata dallo stesso Paci (vedere il sito internet del Grana Padano costantemente aggiornato) celata dietro l’incredibile paravento della privacy, nasconde molte cose. Sarebbe per esempio curioso scoprire per ogni singolo industriale quanto formaggio produce e quanto ne vende anche per chiarire le voci incontrollate che vogliono i privati intenti a riempire i loro magazzeni svuotando le coop in previsione degli incentivi pubblici per l’ammasso e il ritiro del formaggio invenduto. A pensar male si fa peccato diceva Giulio Andreotti, ma il dubbio è reale: se è vero che qualcuno sta comprando pecorino romano (addirittura anche nel Lazio) a cinque o sotto i cinque euro al chilo e se, per esempio, sarà acquistato dalle istituzioni per distribuirlo agli indigenti a sei euro, vuol dire che guadagnerà senza colpo ferire almeno un euro al chilogrammo. Con l’intervento minimo garantito dal Governo si potranno ritirare appena 6.700 quintali per una teorica forbice speculativa di ben 670 mila euro da attivare comprando oggi e vendendo domani allo Stato.
Comunque, presunte truffe e dati nascosti a parte, c’è voluta la manifestazione della Coldiretti per spingere il ministro delle Risorse agricole Maurizio Martina a far sbloccare all’agenzia governativa Agea cento milioni di premi comunitari arretrati rivendicati dalle aziende sarde. Questo il cronoprogramma annunciato dal Governo: già firmato il decreto per erogare il saldo della domanda unica 2016 (38 milioni di euro a 25 mila imprese), raggiungendo complessivamente i 132,6 milioni di euro pari all’85% del richiesto; mentre i fondi dello sviluppo rurale saranno erogati entro il mese in due tranche di pagamento: prima nel giro di pochi giorni il saldo di 36 milioni di euro (31 milioni sono già stati erogati) per le misure a superficie e poi 23 milioni di euro a novemila beneficiari per misure agroambientali. Sulla vecchia programmazione, 2007/2013, infine, sono in pagamento circa un milione e mezzo di euro. Facile la constatazione che dal ministro non sono arrivate concessioni ma il semplice e colpevolmente tardivo riconoscimento di precisi diritti. Ha, invece, il sapore della beffa anche l’inserimento del pecorino romano nel paniere dei formaggi da acquistare con fondi europei da destinare agli indigenti. Le cifre del provvedimento (una cambiale firmata a novembre da Martina arrivato in Sardegna per la campagna elettorale referendaria), sono state duramente contestate da un compagno di partito del ministro, Siro Marroccu, deputato del Pd componente della commissione agricoltura della Camera: «Se nel 2015 e nel 2016, anni in cui il Grana padano aveva visto le quotazioni sotto i sette euro – ha detto il parlamentare di Villacidro – era stata riservata la gran parte dell’impegno finanziario a questo prodotto in sofferenza, oggi che è in crisi il Romano allo stesso modo ipotizziamo che la cifra di ritiro non debba essere inferiore a dieci milioni sui 14 previsti del bando. Non acconsentiremo in alcun modo una ripartizione di quattro milioni per il Pecorino, cinque per il Grana e altri cinque per il Parmigiano».
Insomma, nonostante la crisi che questa volta colpisce soprattutto il pecorino sardo, dal Governo arriva un’elemosina: fondi per togliere del mercato appena seimila quintali dei 50 mila che – anche secondo Confidustria e Legacoop – dovrebbero essere ammassati per ridurre l’offerta e far risalire il prezzo. Se però Roma è matrigna anche Cagliari maltratta i suoi figli. Il Consiglio regionale, infatti, non è riuscito a trovare una risoluzione unitaria: con i soli voti della maggioranza si è impegnato a reperire 14 milioni nella Finanziaria 2017 per fronteggiare l’emergenza. Coldiretti ne chiede invece almeno 40, mentre La Base di Efisio Arbau insiste, rafforzandola proprio nelle norme europee del Pacchetto latte, sulla sua proposta di investire 30 milioni di euro «per il ritiro-ammasso del Pecorino romano legato alla remunerazione del latte ai pastori ad un prezzo non inferiore ai costi di produzione, stabilito in 80 centesimi».

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