A Pratobello la capitale del Parco-fantasma

Il tema del lavoro e soprattutto della sua mancanza in Italia e nella nostra isola che, secondo gli ultimi dati del mese di maggio, è tra le cinque regioni italiane che hanno fatto registrare un tasso di disoccupazione «superiore al doppio della media registrata nei Paesi dell’Unione europea » – l’8,6 per cento contro il 17,3 della Sardegna mentre quello giovanile raggiunge il 56,3 per cento – non può non destare preoccupazione non solo di chi governa, ma soprattutto e in particolare nella Chiesa che, sulla scia lunga del messaggio di Paolo VI, nella chiusura del Concilio Vaticano II, «non ha cessato di tener presenti allo spirito i problemi, di una complessità continuamente crescente, del mondo del lavoro». In questo lungo percorso di «lotte, sofferenze e speranze», s’inserisce la partecipazione della diocesi di Nuoro e di Lanusei nel lavoro preparatorio della Conferenza episcopale sarda in vista della 48^ Settimana sociale dei cattolici in programma a Cagliari nel mese di ottobre. I temi trattati dalle varie diocesi sarde nei vari seminari riguardano, in fondo, le peculiarità occupazionali e produttive che hanno caratterizzato lo sviluppo economico almeno nell’ultimo trentennio in Sardegna e che oggi sono state minate e cancellate dalla gravissima crisi economica mondiale che ha investito l’Europa ed in particolare il Sud. In provincia di Nuoro e in Ogliastra il tema principale non poteva essere più appropriato come le “Nuove politiche forestali e ambientali per far fronte allo spopolamento e la disoccupazione”. Quest’ultimo è molto ampio ma particolarmente indicativo poiché nelle zone interne della Sardegna sempre di più ci si rende conto che l’unica possibilità di sopravvivenza e di contenimento all’esodo di massa della “meglio gioventù” è la messa a frutto razionale e intelligente, dell’immenso patrimonio ambientale fatto di aree di interesse naturalistico, di parchi, di boschi immensi e lussureggianti, di riserve e monumenti naturali, di Siti di Interesse Comunitario (Sic) e di Zone di protezione speciale (Zps). Una ricchezza incomparabile e incommensurabile capace di promuovere tutta l’economia agricola, la pastorizia, le attività vitivinicole e olivicole e artigianali che potrebbe richiamare e incrementare un numero di visitatori e di presenze turistiche qualora si garantissero l’accessibilità e la fruibilità lungo l’intero corso dell’anno. Eppure, tutto ciò rimane ancora uno scrigno chiuso che stenta ad aprirsi a causa d’interessi miopi strettamente minoritari e particolari di una minoranza della popolazione ma, soprattutto, della mancanza di coraggio e incapacità politica della classe dirigente sarda che non ha mai ripreso il problema del Parco Nazionale del Gennargentu (D.P.R. 30 marzo 1998) e il sistema di Gestione delle aree protette relativa alla Rete natura 2000. Vale a dire quel sistema coordinato e coeso di aree destinate sia alla conservazione della diversità biologica di animali e vegetali SIC di cui alla direttiva europea “Habitat” (92/43), nonché quelle superfici Zps e Zsc di cui alla direttiva “Uccelli” (79/409) – destinate alla protezione di particolari specie di uccelli in via di estinzione e delle specie migratrici presenti in Europa. Tale comportamento della Regione ha reso vana e terribilmente astratta la gestione di tali scrigni di biodiversità idealmente organizzati nella “rete ecologica regionale”. Per quanto riguarda il Parco Nazionale del Gennargentu, quantunque nessuno abbia mai abrogato il decreto istitutivo e lo stesso sia ancora incluso nell’elenco delle 24 aree naturali italiane, compreso il Parco Nazionale dell’Asinara e quello dell’Arcipelago della Maddalena, tutto si è fermato nel 2005 con la legge 23 dicembre 2005, n. 266 quando, dietro pressione dei Comuni interessati al Parco, si raggiunse l’accordo storico che le misure di tutela non potevano essere dettate dall’alto, dal Governo nazionale, ma bensì previa intesa fra Stato, Regione e la partecipazione dei Comuni interessati. Intesa che nessuno, soprattutto i governi locali spalleggiati da una larga parte politica regionale e osteggiati da una parte del mondo agropastorale e venatorio, ha mai cercato di portare a termine per dare concretezza e gambe all’unico progetto di sviluppo per le zone interne considerato, soprattutto nei grandi paesi industrializzati, l’accostamento e la stretta relazione tra la crescita economica e la tutela degli ecosistemi.
Per questo motivo, sia l’Unione europea sia la Banca mondiale per lo sviluppo dei paesi poveri impegnano ingentissime risorse in progetti destinati alla tutela della natura, attraverso l’incentivazione economica di semplici cittadini, pastori, agricoltori, proprietari terrieri, cooperative, consorzi che conservano e proteggono, di fatto, le risorse naturali. Su questo solco di tutela ambientale e possibilità di sviluppo economico, per la prima volta, dopo la Legge regionale 7 giugno 1989, n. 31, relativa all’istituzione e la gestione dei parchi, delle riserve e dei monumenti regionali, i comuni di Bitti, di Lodè, Torpè e Posada, operando in buona armonia, con grande coraggio politico e consenso unanime delle popolazioni ha destinato importanti superfici del loro territorio da Tepilora a Crastazza, da S’Anna a Usinavà fino al Rio Posada, per l’istituzione del parco naturale regionale di Tepilora (L.R. 24 ottobre 2014, n. 21) ricevendo non solo il beneplacito dalla Regione, ma soprattutto i primi e sostanziosi finanziamenti. Tutto ciò, non solo per «la difesa degli ecosistemi e la conservazione della biodiversità, la valo- rizzazione delle risorse naturali », ma anche e soprattutto per la «valorizzazione e il rafforzamento delle attività agro-silvo-pastorali, la promozione e l’incentivazione e adozione di tecniche colturali a basso impatto ambientale, al fine di ottenere produzioni biologiche e di qualità».
Quantunque questo sorprendente esempio di programmazione dal basso nel voler credere in un’autentica possibilità di rilancio del territorio dal punto di vista economico e sociale impegnando 7.877 ha (10 per cento del parco del Gennargentu) di superficie comunale, ancora una volta stupisce il fatto che nessuno dei Comuni o la stessa regione Sardegna, interessati al Parco Nazionale del Gennargentu, non abbiano ancora o tentino di prendere in mano il filo del rilancio dell’“intesa” previsto dall’art. 1, comma 573 della citata legge 23 dicembre 2005, n. 266, «…nella quale si determina anche la ripartizione, tra i Comuni interessati, delle risorse finanziarie già stanziate sulla base dell’estensione delle aree soggette a vincolo. I comuni ricadenti nell’area individuata potranno aderire all’intesa e far parte dell’area del parco attraverso apposita deliberazione». Niente di tutto ciò! Grande e colpevole silenzio sia dalla Regione sia dei Comuni quantunque è noto che secondo la Banca Mondiale «la gestione sostenibile dei parchi può garantire un ritorno fino a 100 dollari di servizi per ciascun dollaro speso» e nonostante il nome di “parco nazionale” di un ambiente che si vuole proteggere e trasformare in reddito incrementi il suo valore del 50 per cento, rispetto ad un parco regionale.
Eppure, a parere del sottoscritto, la sede del Parco Nazionale del Gennargentu, è là, al centro delle comunità locali del Parco Nazionale: sono i fabbricati abbandonati di Pratobello, simbolo del tentativo di esproprio da parte dello Stato dei pascoli delle comunità di Orgosolo e Fonni, per creare un poligono militare che può diventare l’emblema, l’immagine di un popolo che può riprendere in mano e gestire il proprio destino. Per quanto riguarda la rete ecologica regionale relativa a Natura 2000, male ha fatto la Regione ad accentrare la gestione presso l’assessorato Difesa Ambientale e/o attribuirlo genericamente alle Province o ai Comuni che a differenza, per esempio, del Piemonte con la legge regionale 29 giugno 2009, n. 19 ha trasferito nella quasi totalità, il governo delle aree naturali protette a adeguati Enti di gestione, coincidenti territorialmente in tutto o in parte a zone limitrofe con gli enti territoriali interessati. Evidentemente da una parte, in Sardegna, si tende all’accentramento burocratico, amministrativo e progettuale presso l’assessorato, mentre dall’altra, in Piemonte, si preferisce trasferire in periferia tutte le attività organizzative, progettuali, tenendo per sé, presso l’assessorato competente, soltanto quelle di controllo e di politica attiva quali la programmazione e la pianificazione generale relative alle misure di conservazione necessarie ad evitare il degrado degli habitat naturali, attraverso l’approvazione degli specifici piani di gestione.
Per quanto riguarda le nuove “politiche forestali” è evidente con l’approvazione della legge regionale n. 8 del 27.04.2016 il cambio di rotta dell’amministrazione della Regione sarda dato che si tende non più alla gestione diretta dei cantieri che andranno a chiudersi nel breve e medio periodo, presumibilmente entro il 2022, soprattutto quelli riguardanti i terreni in concessione trentennale da parte dei Comuni, iniziati nel lontano 1992 dal compianto Carlo Forteleoni, tendendo ad accentrare, per quanto riguarda la gestione, tutte le attività nelle grandi foreste demaniali, «in armonia con le norme dell’Unione Europea e gli impegni assunti dall’Italia in sede internazionale in tema di gestione forestale sostenibile, tutela del paesaggio, mitigazione degli effetti connessi ai cambiamenti climatici…». Cosa resterà dei tradizionali cantieri di rimboschimento? Niente o quasi niente. Soli incentivi a coloro che, con l’azione privata, consortile o cooperativistica, «contribuiranno con interventi di forestazione al sequestro del carbonio, riducendo le emissioni di gas serra» certificati da appositi enti. Alcuni progetti, proprio poco fuori dal centro abitato di Nuoro sono già in atto e sono relativi all’azienda “Massajos” e all’azienda agricola “Internuraghes”.

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