Povertà e missione sorelle siamesi

In questo mese di ottobre è opportuno parlare di povertà e missione, strutture della nostra fede. La povertà è la nostra condizione umana ma non per questioni economiche. Noi non viviamo nel passato che non c’è più, non viviamo nel futuro che non è ancora arrivato, viviamo nell’istante presente. Che cosa è il presente? È un istante che passa e non ritorna più. Questo istante che passa è la fotografia della nostra povertà, perché noi, su di esso non abbiamo nessun dominio: è già passato. Questa è la prima, vera, nostra povertà. Non è una questione di soldi o di benessere: è l’impossibilità di farci, di realizzare con le nostre mani il nostro essere, la nostra felicità. Avere coscienza di questo si chiama umiltà. E l’umiltà è la radice di tutte le virtù, perciò se noi prendiamo sul serio questa precarietà siamo all’inizio della buona strada. Su questa povertà umana (beati i poveri di spirito) si inserisce la povertà cristiana, la quale ci fa cogliere la presenza del Signore in ogniistante che passa (tutto passa, cieli e terra passeranno, Io non passerò): Lui è la parola di Dio, Lui è l’espressione del Padre, Lui è Cristo salito al cielo. Cielo, ossia la profondità dell’essere (Padre Nostro che sei nei cieli), cielo è ciò da cui io sono fatto. E qui si inserisce la missione. Questa, abitualmente, viene intesa come un portare Cristo a chi non ce l’ha, perché se non si battezza va all’inferno o al limbo, che poi non si sa bene cosa sia. La missione come una specie di generosità: io ho la casa piena di cose, sono stato fortunato e vado in giro per il mondo dove ci sono tanti ignoranti e poveracci. Ci vado a insegnare, porto loro quello che non hanno. C’è stato un periodo molto lungo, soprattutto dopo le scoperte geografiche, con le navi spagnole, portoghesi, delle Indie, con il missionario che va per portare Cristo a gente altrimenti condannata all’inferno. La dicitura missio ad gentes, ancora molto usata, sotto sotto ha questo senso.
Gentes chi? sono i gentili, cioè i pagani, gli ignoranti, i dannati. L’altra idea di missione è “evangelizzazione”, l’annunciare la buona novella, il rivelare Cristo presente a coloro che ce l’hanno e non se ne accorgono. Noi non andiamo a portare Cristo a nessuno, noi andiamo umilmente ad aiutare coloro che ce l’hanno già e non se ne accorgono, a scoprire che ce l’hanno. Solo i poveri di spirito possono essere raggiunti dalla missione cristiana, perché hanno questo senso della loro precarietà, in cui qualcuno li ricrea costantemente; il missionario è un tipo umile, cosciente di questa totalità assoluta del Cristo vivo nell’istante che passa, buono, cattivo, allegro, triste, felice o infelice che sia.
Ci sono due dimensioni della missionarietà:Cristo è tutto per me ed è il dono da condividerecol mondo intero. Cristo fa tutto e ci fa tutti,sempre, nell’istante che passa: non è un ricordodi cose passate o di immagini vaghe o di cose future, è la percezione reale di Cristo che abbraccia tutti e tutto. Disponibilità ad andare, non dove vogliamo, ma dove ci mandano, perché se andiamo dove vogliamo è ancora un’affermazione di sé. Invece andare dove ci mandano vuol dire servire la Chiesa.
«Nulla anteporre a Cristo», questa è la povertà e la grande ricchezza: quando manca questo, comincia invece la nostra miseria e svanisce la nostra missione.

© riproduzione riservata

[Foto da avsi.org]