Poveri per seguire Gesù
di Pietro Puggioni

25 Ottobre 2021

4' di lettura

Gesù non percorre strade solitarie: vuole incontrare gli uomini e lasciarsi incontrare. Il giovane del Vangelo di questa domenica non ha nome, potrebbe essere ognuno di noi. Corre incontro a Gesù, si getta in ginocchio, gli pone la domanda più intima della sua vita che può affidare solo a uno nei cui occhi intuisce gli orizzonti della vita eterna, il fascino del divino. Il correre, il gettarsi a terra sono gesti esteriori del corpo che traducono il respiro più profondo del cuore, l’anelito più struggente dell’anima: varcare i confini del visibile e del terreno ed entrare nella vita eterna. Si sente un vero israelita, fedele alla osservanza dei 10 comandamenti. Gesù ne rimane sorpreso e ammirato, forse ricordando le numerose delusioni da parte dei suoi discepoli e l’ostilità dei farisei. Lo scruta in profondità col suo sguardo dolce e penetrante, pensa di fare un investimento felice su di lui come collaboratore della sua missione. E gioca la sua scommessa: «Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; vieni e seguimi » (Mc 10,21). A questo punto esplode stridente nel giovane il confronto tra il correre entusiasta verso Gesù, il presuntuoso proclamarsi perfetto e l’allontanarsi triste e rinunciatario. Era ricco e aveva respirato la concezione degli ebrei che interpretava l’abbondanza dei beni come segno della benedizione di Dio. Aveva concepito l’osservanza dei comandamenti come polizza assicurativa che salvasse i suoi beni, favorisse la rimozione del pensiero della morte con la certezza della vita eterna. L’invito di Gesù a vendere i beni a favore dei poveri, quale condizione essenziale per la sequela, gli suona inaccettabile perché rovescia la classifica dei suoi valori, quali il primato dell’avere sull’essere e del potere sul servire. L’episodio genera sconcerto e timore anche nei discepoli: «E chi può essere salvato?» (v. 26). Gesù non addolcisce la pillola: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio» (v. 26). Smonta così la radicata convinzione che l’abbondanza delle ricchezze fosse sicurezza di benedizione. Gesù fissa i loro volti smarriti e li consola col proclamare la potenza di Dio che avrebbe accompagnato i discepoli e più tardi la Chiesa nei difficili e spesso eroici sentieri della testimonianza evangelica. Il lasciare tutto per Dio è un ritrovare se stessi nella pienezza della vita terrena e nella certezza di quella eterna. Il 3 e 4 ottobre le nostre comunità hanno portato ad Assisi l’olio per alimentare la lampada che arde perenne davanti alla tomba del patrono d’Italia. San Francesco ha idealmente consegnato alla Chiesa sarda la bellezza della sua scelta radicale della povertà evangelica. San Francesco sapeva che la sua eccezionale chiamata non era per tutti, ma voleva essere un richiamo e uno stimolo a tutta la Chiesa. Anticipava il desiderio che papa Francesco esprimeva la sera stessa della sua elezione: «Come vorrei una chiesa povera e per i poveri». «La povertà richiesta dal Vangelo non è la miseria, né il disprezzo delle cose e della loro bellezza, ma prima di tutto distacco interiore, libertà del cuore, disponibilità a lasciare ciò che si ha» (mons. Castellucci) Ogni diocesi, ogni parrocchia, ogni congregazione religiosa, ogni cristiano non è in miseria. Il pericolo nascosto è quello di leggere il Vangelo anestetizzando la sua forza rivoluzionaria, l’unica provocazione che il mondo d’oggi è disposto ad accettare.

donpietropuggioni@gmail.com

© riproduzione riservata L’immagine: Heinrich Hofmann, Gesù e il giovane ricco (1889); New York (USA), Riverside Church  

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