Piano di Rinascita e Recovery plan


Le discussioni sul Recovery plan di questi tempi rimandano nella mente a quanto accadde con il Piano di Rinascita della Sardegna nel secolo scorso. Stesse perplessità, stessi rischi. Questo confronto lo facciamo partendo da un articolo del settembre 1962, scritto da Marcello Tuveri su
Il Mondo, dal titolo: “Il Piano e la Politica”. Un Piano che va apprezzato perché si tratta del primo che «lo Stato si appresta a compiere investendo tutti i settori economici e tutte le strutture sociali di una determinata area territoriale». Il fine è quello di determinare la «massima occupazione stabile e più rapidi ed equilibrati incrementi del reddito». L’intervento per la Sardegna punta all’effettiva partecipazione, non in «funzione subalterna, dei poteri pubblici locali, assicurata mediante una imputazione di poteri al più importante e “politico” di essi, la Regione».
La partecipazione dei sindacati va intesa come un modo per consentire «Il più compiuto passaggio della volontà popolare all’apparato dei pubblici poteri». L’attuazione del programma è affidata alla stessa Regione ed il controllo tecnico e della progettazione ed esecuzione agli uffici della Cassa del Mezzogiorno. La collaborazione tra i due enti è il primo atto di fiducia del «Governo di centro-sinistra verso le autonomie locali». Il Piano ha una dotazione finanziaria di 400 miliardi da disporsi in quindici anni. I soldi non sono tanti ma «possono imprimere all’ambiente un moto di autopropulsione capace di arrestare il processo di progressiva depauperazione dell’Isola». È quindi compito della Regione dare priorità ai fattori umani dello sviluppo: interventi rivolti alla formazione professionale, all’educazione degli adulti, al miglioramento del sistema scolastico tradizionale sino a comprendere la formazione di quadri per lo sviluppo economico e l’assistenza tecnica e sociale. Fondamentale l’intervento nel settore dei trasporti: «Il trasferimento delle merci e delle persone è gravato, a causa del tratto marittimo, da un sovraccosto che raddoppia circa l’entità del prezzo che devono pagare i sardi». Inutile aggiungere che il problema è ancora irrisolto. Per lo sviluppo agricolo si prevede l’attuazione di interventi organici in opere pubbliche e di bonifica, di opere private obbligatorie di trasformazione, oltre all’introduzione di moderne tecniche produttive per l’incoraggiamento alla cooperazione, specie nel settore della pastorizia.
Lo sviluppo industriale è affidato a una serie di strumenti, il principale dei quali: «una società finanziaria, in cui alla Regione è garantita la maggioranza azionaria, che dovrà promuovere ed assistere le iniziative industriali coerenti al Piano». Ciò richiede una ferma volontà politica per conseguire obiettivi precisi e adeguare gli interventi al mutare della situazione economica. In tal modo sarà possibile provare a superare il dilemma «fra pianificazione dal basso e pianificazione centralizzata, fra spirito comunitario e spirito burocratico».
Uno dei fattori che suscita perplessità è l’atteggiamento delle forze politiche. Se infatti negli anni della rivendicazione l’azione dei partiti si è svolta in termini unitari, nel momento della messa in pratica il rischio è il contrapporsi di visioni antitetiche. C’è l’avversione della destra nei confronti di qualunque intervento diretto dei pubblici poteri e quella dei comunisti per la grande industria privata. Il governo di centro- sinistra nazionale, secondo Tuveri, ha avuto un ruolo positivo nel porre in essere il provvedimento, ma un fattore frenante è la difficoltà di dialogo tra sardisti e socialisti. Il Psd’az, pur non privo di responsabilità, ha «una attenuante formidabile perché ha a che fare con un Psi diretto da una maggioranza di estrema sinistra» con un ruolo non secondario dell’onorevole Emilio Lussu. La Dc «peraltro nelle sfumature di centrodestra, non supera nella prospettiva delle correnti le formule dei moro-dorotei». Il Piano sardo rappresenterà una sfida «dei pubblici poteri agli operatori economici e sociali.
La sfida non passa sopra la realtà politica, ma la comprende per garantire la corrispondenza delle svolte economica e sociale alla più larga espressione di volontà dei cittadini».
I grandi progetti non si realizzano quasi mai tali e quali come sono stati concepiti. Vengono concretizzati da uomini non sempre all’altezza e con interessi divaricanti. Il Piano di Rinascita, nelle sue premesse e promesse, faceva sperare un’alba diversa per la società sarda, ma l’altalenante unità d’intenti, declinazioni progettuali non rispondenti alle esigenze reali dei territori, una burocrazia sfibrante l’hanno trasformato in una occasione di sviluppo sfruttata solo in parte. Si ripeterà la stessa cosa con il Recovery plan?
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Nelle immagini: Il Mondo, prima pagina dell’11 settembre 1962. Nella foto piccola: Marcello Tuveri