Peste suina africana, in trincea a Orgosolo

Sono trascorsi oltre tre anni per onorare l’impegno preso dalla Regione Sardegna in ambito europeo e internazionale per rilanciare il settore suinicolo in Sardegna ormai impantanato fin dal 1978 dal primo segnale della presenza della peste suina africana (Psa). Non è cambiato ancora molto sul piano dei risultati raggiunti nella guerra senza quartiere, anzi “senza… campagne”, costatata la resistenza attuata da alcune comunità e da diversi allevatori a causa del pascolo brado. Il tempo e l’anticipo extra di un milione di euro concesso dalla Commissione europea alla Regione stanno per scadere e per tale motivo la task-force internazionale non è più disposta a concedere ai “resistenti” nuove proroghe.
Oggi, molti sardi si chiedono, parafrasando un vecchio adagio popolare per la lotta per le zanzare anofele, se è vero che «ne ha ucciso (suini) più la peste (africana) che la guerra (dell’Unità di Progetto)?». O viceversa.
La Regione sarda, attraverso l’Unità di progetto, da qualche mese, finita la tregua concessa quasi per un anno sia ai pastori sia alle amministrazioni comunali interessate dal problema, dopo aver eccezionalmente fatto sospendere dal Governo nazionale le pesantissime sanzioni nei confronti degli allevatori “fuorilegge” con la speranza che si mettessero “in regola”, ha ripreso quasi quotidianamente la guerra, senza ulteriori indugi, contro il pascolo brado dei maiali dichiarato fuori legge.
Gli abbattimenti dei maiali destano in molte comunità, come per esempio a Orgosolo, rabbia, sconforto e sconcerto, soprattutto fra i diretti interessati, che per anni, per tradizione e fabbisogno e interesse economico, hanno svolto tale attività. Se è vero che dal 1978 fino al 2014 la Regione ha tentato in tutti i modi di debellare tale flagello che ha sterminato periodicamente enormi quantità di suini sani del comparto suinicolo sardo, è anche vero che le politiche condotte per tale lotta fino a qualche anno fa hanno prodotto solo enormi sprechi di denaro pubblico e soprattutto risultati fallimentari.
Con enorme ritardo, oggi adeguandosi obbligatoriamente alle severe misure di lotta emanate dall’Organizzazione mondiale per la salute animale (OIE), alle Direttive e i Regolamenti Cee e dal piano Nazionale delle emergenze epidemiche del 2014, anche la Sardegna, con la legge regionale n. 34 del 2012 ha dovuto adottare un piano straordinario di lotta per dare vita, corpo e voce all’Unità di Progetto prescrivendo, tra l’altro, il metodo dell’«isolamento con le doppie recinzioni dei maiali sani» per evitare il contatto con i cinghiali selvatici e le volpi conduttori, con i loro spostamenti, di tale malattia.
Può sembrare l’uovo di Colombo, ma in fondo è stata adottata la politica dell’isolamento, che da sempre è stata utilizzata in tutto il mondo per i viaggiatori provenienti da paesi lontani in cui imperversavano epidemie di peste, colera, tifo ed altri terribili morbi. Il Lazzaretto di Cagliari è là a Sant’Elia, quale testimonianza dell’unico metodo, che ha funzionato finché non furono scoperti i vaccini per combattere i microrganismi patogeni. Le precauzioni d’isolamento per i casi gravissimi di meningite che hanno colpito alcuni cittadini in provincia di Nuoro e in Sardegna sono ancora adottate, oggi, negli ospedali per evitare la trasmissione della malattia contagiosa da un soggetto infetto a uno sano.
Nessuno si scandalizza. Anzi! Si possono isolare gli esseri umani ma, per alcuni pastori nostrani, tale metodo, non esistendo ne cura ne vaccino per gli animali malati, non è accettato per i maiali trasformandolo a torto in un meccanismo di oppressione, di repressione contro gli ultimi della terra. Chi scrive appena fu nominato, nel febbraio 2016, dalla Giunta regionale Commissario straordinario del Comune di Orgosolo, dopo il primo storico intervento di abbattimento dell’Unità di Progetto, affrontò immediatamente il problema partecipando a diversi incontri con i pastori interessati al pascolo brado per capirne la portata ed esaminare la possibilità di trovare soluzioni possibili e praticabili per procedere alla regolarizzazione secondo quanto previsto dal D.lvo 200/2010, evidentemente nel rispetto delle direttive, delle norme e disposizioni del controllo della malattia dei suini dettate dall’amministrazione regionale.
Immediatamente, a parte alcuni soggetti contrari, la stragrande maggioranza degli orgolesi interessati si dimostrò disponibile ad affrontare il problema provvedendo a censire spontaneamente e direttamente sia il numero dei suini al pascolo brado sia il numero dei conduttori, comunicandone i risultati, dopo qualche mese, con schede singole, anonime, ma compilate da ciascuno dei 92 operatori interessati. Il carico “fuorilegge” alla fine fu di circa 2500-3000 maiali. L’anonimato garantiva evitare loro le gravissime sanzioni pecuniarie, circa diecimila euro, e al Commissario l’obbligo di denunciare chi trasgrediva le norme sanitarie.
Dal censimento si rilevò che il problema del pascolo brado dei suini riguardava in primis 47 aziende agricole regolarmente costituite che, nei terreni soggetti a uso civico e nelle terre comunali, affiancavano la loro attività pastorale nella conduzione dei loro armenti (vacche, pecore, capre) anche quella dei maiali Inoltre, nella somma totale erano stati compresi diversi giovani disoccupati (due) e ben 43 nuclei familiari che allevano “per consumo familiare”. I dati acquisiti con l’informale ma attendibile censimento furono comunicati con nota ufficiale n. 2626 del 26 maggio 2016 al responsabile dell’Unità di Progetto presso la presidenza della Giunta regionale.
Nella stessa nota fu evidenziata l’impossibilità da parte di tutti gli interessati a “mettersi in regola” considerato che la stragrande maggioranza degli stessi pastori era sprovvisto di terre di proprietà e quindi impediti a “recintare” i maiali poiché le terre in cui operavano erano civiche (7.119,86 ettari) o comunali, esclusa la parte della Foresta demaniale di Montes. Tra l’altro, in seguito alla nota citata fu appurato che, dagli atti ufficiali dell’amministrazione comunale e dall’accertamen-todelle terre civiche effettuato nel 2005 dall’ass essorato Agricoltura e riforma agropastorale tutte le superfici soggette ad uso civico erano già occupate, utilizzate e concesse a tutti i pastori della comunità orgolese, comprese le 47 aziende agricole sopraindicate che da diversi anni, tutti, nessuno escluso, ricevevano i contributi di legge previsti dai regolamenti europei per il benessere animale (pecore, bovini, capre, cavalli, ecc.). Si evidenziò anche che diverse aziende orgolesi avevano sanato la loro posizione possedendo autonomamente superfici proprie. Si auspicava inoltre la possibilità ai Comuni interessati di permettere la sospensione di alcune parti delle terre civiche, proprio per rispondere alle esigenze degli allevatori privi di terreni propri, concedendo loro tali superfici l’allevamento del pascolo-semi brado in superfici più estese rispetto a prima.
Insomma, si trattava di sanare un bel pasticcio di difficilissima soluzione. Da allora, il tempo è volato via e oggi, poiché a Orgosolo parrebbe pressoché impossibile ridistribuire equamente le terre comuni con la “riserva per il pascolo recintato semibrado” in condizioni di biosicurezza, senza stravolgere la pax della popolazione. Se non si trova una soluzione sulle terre comunali, salvo non mettere in discussione il cantiere forestale di Iseri (1848 ettari) dato in conces- sione trentennale all’ex Azienda Foreste Demaniali della Regione Sardegna oggi “Forestas”, o addirittura la F. D. Montes (4630 ettari) che distribuiscono circa 300 buste paga agli operai dei cantieri. Che fare, quindi? Oltre, all’abbattimento imprescindibile praticato dall’Unità di progetto, ritengo che sia necessaria un’ultima ma breve tregua per consentire una resa onorevole da parte dei pastori proprietari dei suini per giungere a un accordo. Si potrebbe, per esempio, invitarli a consegnare all’Unità di progetto tutti i suini allevati e considerati, oggi, “fuorilegge”, ricompensandoli equamente, secondo il loro valore di mercato e, per un determinato numero di anni, riconoscere loro un’equa indennità compensativa, per esempio del 10%-20% dell’importo previsto dalla misura 14 – Benessere animali – per i mancati futuri profitti. Evidentemente, si tratta di una possibile soluzione che potrebbe essere adottata, con speciale legge regionale, per tutti i pastori dell’Isola che si trovassero nelle stesse condizioni. Non vi sono dubbi che alcuni allevatori come spesso è accaduto in passato in Sardegna, con furbizia atavica, se mai fosse condivisa tale proposta, potrebbero riprendere il tentativo di violare il patto sottoscritto con la Regione, mantenendo sospesa in aria la soluzione definitiva della lotta alla peste suina, nell’errata convinzione di trarne lucrosi vantaggi economici in una situazione di continua illegalità. Evidentemente, in tal caso, sarà messa a dura prova la capacità dell’Unità di progetto e delle amministrazioni locali di vigilare e controllare senza alcuna pietà gli eventuali “furbi” che, ancora oggi, con la disinformazione e la stupida prepotenza tentano di far fallire stupidamente una giusta battaglia in favore di tutta l’economia sarda. Altre soluzioni non ce ne sono fatta salva la possibilità di continuare a intervenire militarmente sul territorio nello stesso modo in cui si sta operando in questi giorni, poiché è certo che gli interessati al pascolo brado sono impossibilitati a “mettersi in regola”, senza dimenticare però le probabili rivalse da parte di chi si ritiene colpito “ingiustamente” nel proprio patrimonio suinicolo, protraendo in questo modo la battaglia alla Psa fino alle calende greche. Evidentemente tale soluzione non potrà che essere provvisoria considerata la certezza che appena sarà veramente sconfitta definitivamente la peste suina africana in Sardegna, com’è avvenuto in Spagna, verrà nuovamente concessa a chi lo vorrà praticare la possibilità di riprendere il pascolo brado e semi-brado suinicolo pur con i dovuti controlli sanitari ma in condizioni di bio-sicurezza.

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