Per un’Elena
di Franco Colomo

6 Aprile 2019

4' di lettura

La quattordicesima puntata della rubrica curata dagli studenti del Liceo Classico di Nuoro. Libriamoci è un progetto coordinato dalle docenti Venturella Frogheri e Paola Serra. «Gli usignoli non ti fanno dormire a Platers? / Usignolo verecondo, tra il respiro delle foglie / tu doni la musica frescura del bosco / ai separati corpi e alle anime / di quelli che sanno che non torneranno. / Cieca voce che cerchi nella buia memoria / passi e gesti, non oserei dire baci; / e l’amaro turbamento della schiava esasperata» /. Un coro di usignoli, l’incipit scelto da Ghiorgos Seferis, che non consente il sonno, suscita ricordi e dolori. Nella mitologia greca l’usignolo è una donna che leva il suo continuo lamento, un canto di dolore, di pianto di chi non si rivela, ma inizia a ricordare. Un ricordo che fa male, che colpisce nel profondo nell’animo. Un ritorno al principio, ad un passato da cui più cerchi di scappare più ti rincorre e ti raggiunge fino a travolgerti in pieno con un’ondata di passi, gesti e sentimenti sepolti. Un ritorno al passato che impone verità, e la verità è nulla, è un fantasma, è la volontà degli dei. Il ricordo si trasforma in un grido che cresce, la guerra con le sue migliaia di uomini, quelle schiere omeriche compatte paragonate a grani di sabbia, ridotte a corpi gettati nella gola del mare, nella gola della terra, consegnate alla mole come grano, fiumi gonfi di carne e sangue contrapposta alla natura lieve, eterea di ciò per cui sono andati alla morte: un fluttuare di lino, una nuvola, lo scarto di una farfalla, la piuma di un cigno, un velo vuoto, un’Elena. Da un passato si arriva ad un presente che squarcia l’anima, raccontato da Teucro che mai si rivela. L’autore della poesia, Seferis, riprende gli stessi personaggi, con la medesima passione della tragedia Euripidea. Narra di un inganno: Paride aveva ottenuto da Afrodite l’amore della più bella donna in cambio del pomo della Discordia destinato alla più bella tra le dee, ma a Troia era giunto un fantasma, una forma vuota, per inganno di Era, che aveva nascosto la vera, reale Elena presso la reggia del re egiziano Proteo. «E mio fratello?»: è Teucro che parla, destinato ad un canto struggente per l’esilio, un fratello morto, odio paterno e un dolore aggiunto a dolore. Un’esplosione di rabbia e impotenza. Quella rabbia che ti divora il giorno e la notte. Quella che ti sveglia la mattina e non ti lascia dormire la sera. Quella rabbia che ti fa urlare, che ti fa rannicchiare in un angolo. Quella rabbia che ti fa male, che ti trascina come trascina chi hai attorno. Una corda al collo che stringe, stringe e ti molla solo all’ultimo respiro per versare l’ultima lacrima. Morbosa. Fredda. Pericolosa. Un circolo di dolore che arriva per non andare più via. Se la morte di chi ci è più caro e il dolore di tutta una vita non hanno senso, sono parte di un gioco meschino un inganno che distrugge destini, che resta se non stringere i pugni? L’impotenza a capire, a rassegnarsi. Uno dei primi giambografi, Archiloco, vissuto nel VI secolo, in un suo componimento afferma che l’unico rimedio di fronte ai mali è la forte sopportazione, la ferma rassegnazione. Da un’iniziale serenità si passa alla solitudine, al rimpianto, alla speranza di non sentire più messaggeri che arrivano con l’annunzio che tanta sofferenza, tante vite sono precipitate nell’abisso per un velo vuoto, per un’Elena.

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