Pecorino romano, corsa da 14 milioni

Quattordici milioni di euro per ritirare dal mercato circa ventimila quintali di pecorino romano da distribuire agli indigenti. Il Consiglio regionale, approvando la legge Finanziaria ha dato il via libera a un intervento importante soprattutto per un principio sancito per la prima volta per legge: sfruttando le norme del “Pacchetto latte” dell’Unione europea, quell’intervento potrà essere attuato solo se garantirà una ricaduta sui pastori. In pratica l’azienda che venderà il formaggio dovrà firmare quel contratto collettivo previsto dalle norme europee per garantire un prezzo minimo superiore agli attuali 55-60 centesimi al litro pagato ai pastori.
Tutto bene? Forse. Il movimento La Base di Efisio Arbau ha portato a casa con il consigliere regionale Gaetano Ledda sicuramente un risultato storico, sancendo il principio che i beneficiari dell’intervento pubblico siano gli allevatori e non solo i trasformatori che vendono il prodotto. Gli interrogativi nascono però sulla gestione degli interventi e mettono ancora una volta a nudo le contraddizioni di un sistema dove è difficile avere anche dati certi. I 14 milioni di euro dovranno essere assegnati con una gara pubblica a evidenza europea i cui vincitori, chi cioè presenterà l’offerta d’acquisto a un prezzo migliore, si impegnano a ritirare il formaggio da distribuire agli indigenti. Ora è possibile fissare la regola che a vendere sia chi ha firmato un contratto collettivo ma questo meccanismo rischia di incepparsi perché taglierebbe fuori le cooperative che lavorano circa il 60 per cento del latte prodotto. Cooperative che non possono fissare un prezzo fisso per contratto perché lavorano sugli acconti e determina il saldo da pagare ai soci-pastori a fine campagna in base ai costi e agli incassi del formaggio venduto. Riuscendo ad aggirare questi problemi, bisognerebbe poi stabilire il prezzo minimo del contratto collettivo, sapendo che i 14 milioni di euro messi a disposizione dalla Regione corrispondono a circa quattro centesimi al litro del latte ovino attualmente prodotto.
Resta poi un problema non da poco da affrontare nel dopo gara: la trasparenza della distribuzione. Scartando l’ipotesi peggiore della truffa cioè che parte del prodotto da distribuire gratuitamente ai poveri in realtà finisca sui banchi di vendita, l’offerta di ventimila quintali in sei mesi rischia di tradursi in una riduzione dei consumi provocando danni peggiori dei benefici. L’obiettivo dell’operazione è infatti quello di ridurre l’offerta per far salire il prezzo ma se il formaggio finisce in mano anche a chi lo può acquistare è chiaro che alla fine a parità di consumi caleranno le vendite reali.
Già queste domande dimostrano la necessità di andare oltre i provvedimenti-tampone che, prestando il fianco alla speculazione, inseguono le bizze del mercato. Alla fine, infatti, a dettare le regole è chi vende il pecorino romano e, paradossalmente, potrebbe anche non trasformarlo in un proprio caseificio aspettando comodamente di ritiralo a ribasso dalle cooperative che non riescono a piazzarlo in proprio sul mercato. Una situazione di massima confusione messa in luce dalla Coldiretti con la firma di un “patto etico” con la Biraghi Spa, la più importante azienda di trasformazione casearia del Piemonte che garantisce il giusto prezzo ai pastori e un prodotto sicuro ai consumatori. Biraghi si è impegnata ad acquistare Pecorino romano Dop prodotto in Sardegna a un prezzo superiore a quello oggi praticato sul mercato, di- mostrando concretamente che esiste un margine di guadagno che nei meccanismi del mercato favorisce proprio la speculazione. Attualmente il prezzo del Romano è crollato sotto i 4,50 euro al chilo ma la società piemontese ha già acquistato dalla cooperativa allevatori Sulcitani di Carbonia una prima partita del valore di 150 mila euro, a 6,20 euro, circa due euro in più che finiscono realmente nelle tasche dei produttori.

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