Il pecorino aumenta del 27% ma i pastori non se ne sono accorti

Ricordate il baldanzoso Matteo Salvini del 14 febbraio 2019? «Non mi alzerò dal tavolo finché il prezzo del latte non passerà da 0,60 ad un 1 euro al litro», disse da ministro dell’Interno impegnato in quella campagna elettorale che poi lo vide conquistare la Regione Sardegna con la Lega e l’elezione al presidente sardista Christian Solinas. Oggi, uscito dal Governo, il Salvini medesimo è impegnato a promettere di tutto e di più agli allevatori vaccini dell’Emilia Romagna, già premiati con le multe cancellate per le quotelatte che eleggeranno il loro presidente della Regione il 26 gennaio.

I pastori sardi sono spariti dai radar della politica nazionale e – se si esclude un’iniziativa legislativa dei consiglieri di Forza Italia – non sembrano in cima ai pensieri degli amministratori regionali. Della protesta di un anno fa restano le udienze nei tribunali dove stanno sfilando i pastori denunciati, e poco altro. Comunque le eccedenze di formaggio sardo sono sparite senza spendere i 14 milioni di euro stanziati e ancora nelle casse del governo e il mercato – soprattutto quello americano scampato al rischio dazi – ha ripreso a tirare se, secondo il sito specializzato Clal.it, il pecorino romano, ha oggi un valore medio superiore a quello di gennaio 2019 del 27,60% in più, quando il prezzo medio era attestato ad appena 5,53 euro al chilo: bloccato per sei mesi tra un minimo di 6,80 e un massimo di 7,10 euro al chilo, ha ripreso a salire di dieci centesimi stando almeno alla rilevazione di mercoledì 15 gennaio. Una quotazione ben lontana da quei 8,50 che, secondo la griglia dell’accordo sottoscritto l’8 marzo dell’anno scorso in prefettura a Sassari, doveva permettere il conguaglio degli iniziali 74 centesimi fino a un 1,02 centesimi al litro. Più realistica sembrerebbe la richiesta di Copagri che lo scorso novembre aveva individuato ilprezzo finale di 85 centesimi al litro derivante dalla media superiore di pochi centesimi i sette euro al chilo che sempre secondo la famosa griglia, fisserebbe il prezzo del latte a 0,83. Condizioni ben diverse rispetto a quelle cheproprio un anno fa avevano visto la protesta delfiume di latte versato in strada, quando l’anticipo in molti casi si era
fermato a 60-65 centesimi al litro.

Quest’anno invece, con il vento della protesta comunque sempre pronto a soffiare, gli industriali stanno in gran parte pagando il latte con un anticipo di 0,80 nella stagione appena iniziata, resta tutto da definire proprio il conguaglio dell’anno scorso che impegnerà soprattutto le cooperative.

Mentre si aspettano notizie dai tavoli regionali e nazionali, fa discutere la proposta di legge presentata dal consigliere regionale di Forza Italia Giuseppe Talanas, orunese e profondo conoscitore del problema anche come allevatore, convinto che per stabilizzare al rialzo il prezzo del latte in questa fase occorra lavorare, con un impegno finanziario per il prossimo triennio di 60 milioni di euro, anche sulla riduzione della produzione destinando incentivi per 50-70 euro a capo ai pastori che si impegnano a non mandare in lattazione le pecore giovani tra 12 e 48 mesi di età. Rispetto alle polemiche, Talanas ha precisato che «lo spirito della proposta di legge, è quello di aiutare l’allevatore che decide liberamente di diminuire la produzione, e migliorare il mercato per tutti quelli che decidono di continuare a produrre », replicando ai critici con una provocazione: «Se chi ha il potere contrattuale dell’acquisto dei prodotti ritiene che la proposta in esame sia addirittura dannosa, allora potremmo seguire un’altra strada, e risolvere il problema in questo modo: personalmente mi impegno a ritirare la proposta di legge a condizione che ci sia un contratto vincolante che garantisca un prezzo minimo del latte ovino a 1,50 euro al litro, e un prezzo dell’agnello ad un minimo di sei euro al chilo per peso vivo».

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