Stato patrigno, Zustiscia matrigna

«Da 50 anni la famiglia Chessa è vittima di uno Stato patrigno e di una zustiscia matrigna», ha detto don Giovanni Maria Chessa, parroco di Santa Maria della Neve e cugino di Giampietro Chessa, scampato insieme al figlio Ignazio il 14 luglio a un agguato nelle campagne di Orune. In molti hanno arricciato il naso pensando a un’esagerazione, a un giudizio spropositato da parte di un sacerdote restio a rilasciare dichiarazioni pubbliche, testimone di perdono e misericordia.
Ai portatori di tale giudizio vorrei ricordare un paio di cose banali.
Zustiscia da noi non vuol dire solo “Giustizia”: anche questo certo, ma soprattutto il carabiniere, il poliziotto. Perché, nel nuorese, lo Stato aveva in loro gli unici rappresentanti concreti, insieme agli esattori delle tasse. Pochi hanno colto questo dettaglio presente in tante espressioni popolari comeZustiscia mala, Zustiscia benzat e a domo no intret, Sa Zustiscia t’incantet…
Cosa deve dire un uomo che si ritrova uccisi quattro fratelli ed una ventina di parenti stretti. In uno Stato che riesuma la salma del bandito siciliano Giuliano, per verificare ipotesi secolari, non si riesce a trovare responsabile alcuno di un mare di sangue ad Orune. Davvero questo Stato e questa magistratura non potevano fare nulla di più e di diverso?
Io c’ero quell’8 agosto 1981 quando don Salvatorangelo Chessa, mio amico fraterno sin dall’asilo, veniva ordinato sacerdote. Il paese era in stato di assedio. Venni perquisito anch’io, da agenti armati (cosa fuori da ogni norma), dopo aver messo piede in chiesa per la celebrazione. Al momento del pranzo, in mezzo a due vescovi, ad una decina di sacerdoti, e centinaia di invitati, fecero gentilmente irruzione le forze dell’ordine. Portarono via Peppino Chessa, fratello del neosacerdote, con l’accusa di far parte di “Barbagia Rossa”, di essere un terrorista autore dell’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Santo Lanzafame. Fu davvero una vergogna per lo Stato e sa Zustiscia. Non c’era motivo alcuno per procedere ad un arresto così plateale ed immotivato: potevano aspettare la sera o dopo un mese e nulla sarebbe cambiato, ma si voleva marchiare di infamia una famiglia. E Peppino si fece due anni di carcere, nelle mani di Giuseppe Villasanta, allora Procuratore generale della Repubblica a Cagliari. Costui era compaesano di monsignor Giovanni Melis, allora vescovo di Nuoro. Andava a messa ogni giorno ma i detenuti come Peppino Chessa li teneva dentro celle senza finestre, non dovevano capire se era giorno o notte, senza orologio e sempre disponibili ai suoi imprevedibili interrogatori. Ci fu una polemica aspra tra il Vescovo, “Radio Barbagia” (“L’Ortobene” anche, ma di meno) da un lato e questo insigne magistrato dall’altro. «Quel pretino la pagherà», mandò a dire Villasanta a monsignor Melis. E l’ho pagata. Peppino venne prosciolto quando, senza andare a processo, il pentito Antonio Savasta lo prosciolse chiedendo «chi è costui?».
Sottoscrivo parola per parola quanto detto da don Giovanni Maria e aspetto che Stato e Magistratura dicano perché in 50 anni non si è evitato lo sterminio di intere famiglie. Si innalza alto ancora oggi da tutto il Nuorese il grido profetico « Zustissia cherimus » lanciato dal vescovo Giuseppe Melas, l’8 maggio 1967 davanti al Capo dello Stato Giuseppe Saragat e al ministro dell’Interno Taviani. Durante i funerali di un agente ucciso. Un grido antico, già urlato a Carlo Alberto nel 1829 durante la sua visita a Nuoro: «Cosa volete?», chiese il re; Zustissia cherimus,rispose il popolo pur bisognoso di tutto.

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