Pastorale vocazionale in tempi di Covid

di Pietro Moro

La pandemia ha rivoluzionato completamente le nostre vite e, con esse, anche il nostro modo di essere Chiesa e di annunciare il Vangelo. Forse questa situazione ci sta dando l’occasione per ripensare o quanto meno per mettere in dubbio vecchi piani pastorali, sicuramente stabili e consolidati ma sulla cui efficacia è lecito sollevare qualche perplessità e, forse, ci sta dando anche l’occasione di metterci ancora una volta in ascolto dello Spirito che ci invita a leggere i segni dei tempi e in essi a trovare le occasioni giuste per seminare la buona novella del Signore Gesù. Anche la pastorale vocazionale diocesana si trova a fare i conti con questa “serena incertezza”, come l’ha definita il vescovo Antonello, e a ripensare qui e ora quali scenari e occasioni ci si aprono davanti.
Mi sembra che possiamo evidenziare due elementi da cui partire. Il primo. Il 2020 è stato l’anno dei divieti, dal “non uscire” al “non incontrare”, dal “non abbracciare” al “non avvicinarsi”: insomma l’anno del non fare. Ma proprio questo “non fare”, come debole eco dell’otium latino, ci ha portato a riscoprire un’altra dimensione, quella dell’essere, spesso dimenticato dietro un cieco attivismo tanto sociale quanto pastorale.
Secondo elemento. Sono proprio questi divieti che ci hanno aiutato a fare un bilancio tra ciò che nella vita è necessario e ciò che non lo è, tra ciò che non abbiamo più e davamo per scontato e ciò che abbiamo ma di cui non abbiamo bisogno.
Proprio alla luce di questi due aspetti, l’essere e l’essenziale, possiamo ripensare la nostra pastorale vocazionale andando al cuore di questi due elementi: la Parola di Dio. «Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe”» (Lc 10,1s).
In questo tempo in cui non possiamo incontrarci come facevamo prima, in cui non possiamo organizzare gli incontri con i ragazzi e i giovani nelle parrocchie, in cui non possiamo vivere i momenti di ritiro con i pre-seminaristi c’è però qualcosa che tutti possiamo fare o meglio un modo in cui possiamo essere promotori vocazionali: «pregare il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe». Si tratta di un invito categorico che Gesù fa ai suoi discepoli, nessuno può ritenersi escluso e nessuno può sentirsi dispensato o impedito.
Esso raggiunge e interpella tutti: riguarda zelatori e zelatrici OVE, che pur nella distanza fisica continuano a portare avanti questo prezioso compito; riguarda i ragazzi e i giovani che affacciandosi alla vita si interrogano sul sogno che Dio ha su di loro; riguarda i genitori che desiderano progetti di felicità e realizzazione nella vita dei figli; riguarda i catechisti e gli educatori chiamati ad aiutare i ragazzi in questa scoperta; riguarda gli operatori pastorali che vivono e sperimentano la ricchezza di avere accanto pastori con cui collaborare; riguarda ogni singolo battezzato che nel prete vede, pur nella sua fragilità umana, il segno dell’amore di Dio che continua a dare la vita per la sua Chiesa.
Ecco come potremmo pensare la pastorale vocazionale in questo strano anno pastorale: una pastorale vocazionale antica ma sempre valida, che non riguarda solo alcuni ma che scomoda e interpella ciascuno di noi. Poiché però la preghiera ha sempre bisogno di calarsi nel concreto vorremmo all’inizio di quest’anno ricordarvi, cioè vorremmo riaffidare ai vostri cuori, i nomi e le vite dei nostri seminaristi del Seminario Diocesano e Regionale.
La comunità del Seminario diocesano è quest’anno composta da Pietro Corraine, di Orgosolo, Mattia Mossa, di Dorgali, Mariano Carzedda, di Bitti, Gabriele Mastio, di Galtellì, Giuseppe Lisai, di Orotelli, e Samuele Pisanu, di Galtellì. I Seminaristi del Regionale sono invece Giovanni Sanna, Antonio Nicola Rubanu e Alessandro Cubeddu, di Orgosolo, al secondo anno e Alessandro Sale, Alessandro Mesina, di Dorgali, e Federico Bandinu, di Siniscola, che frequentano il quarto anno. A loro si aggiungono Rosario Mesina, di Orgosolo, che vive l’esperienza del sesto anno Pastorale a Cagliari e a Fonni e Celeste Corosu, che vive la sua esperienza pastorale nella comunità di Torpé. Con loro vogliamo ricordare tutti i ragazzi e i giovani della nostra diocesi perché possano aprire la mente e il cuore alla voce chiamante del Padre e non abbiano paura di rispondere con generosità ai progetti di un Dio che sogna, scommette e investe sulla vita di ciascuno. Ecco il programma per la pastorale vocazionale di questo periodo: per non stare con le mani in mano o con le mani legate meglio stare con le mani giunte.

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