Orgosolo, la maledizione del silenzio dopo Covid

Il centro storico deserto da l’idea che qualcosa di grave è successo in questi mesi. Aduso a metabolizzare il senso della tragedia, Orgosolo sembra disorientato nella stagione dell’emergenza che lo ha travolto. Lo ha percepito per intero il sindaco Dionigi Deledda, 50 anni, che fa la spola tra la stazione forestale di Gavoi, suo luogo di lavoro e la trincea istituzionale del Municipio di via Sas Codinas, anche se è più facile incontrarlo in giro per le campagne del paese a cercare di capire come venire fuori dal tunnel, ma senza intravedere ancora l’uscita: «I numeri», dice il primo cittadino con la certezza di chi era comunque seduto su un forte potenziale, «ci accostavano al turismo sardo e nazionale. Ci avvicinavamo alle 150 mila presenze annue. Certo, passaggi rapidi, magari di una giornata. Ma chi mette piede qui sa cosa trova e non va via deluso». Anche l’anno giubilare per il centenario della nascita della Beata Antonia Mesina aperto nel giugno del 2019 si è chiuso lo scorso maggio con una preghiera intima diventata collettiva su Facebook.
Qui finora ha fatto da attrattore l’insieme indefinito di sacro e profano, tra ambiente rappresentato dai misteri arcaici del Supramonte e le devozioni antiche e nuove. Luogo di martiri e banditi, di storie vere e fantasie raccontate. È vera Antonia Mesina, martire innalzata alla gloria, finita nelle spire del male a Uvadduthai, sono fantasie della letteratura del turismo tanto a chilo, gli incontri con il bandito negli anfratti di Monte Fumai o nelle boscaglie di Hundales e Iseri. «Sì», continua Dionigi Deledda col volto di chi non può sfuggire dalla preoccupazione dell’estate vuota, «ha tante facce la realtà orgolese. Un modello di attrattività costruito nel tempo, forse al di là della stessa nostra immaginazione. Simbolo di questo aggregato di intensa religiosità e anche di manifestazione profana è certamente la festa dell’Assunta di mezz’agosto. Con la processione dai colori di fortissimo impatto visivo e spettacolare. Ma dietro c’è l’intima e radicata fede che la presenza di migliaia di osservatori esterni non hanno mai scalfito.
In questa giornata di fine giugno, corso Repubblica è desolatamente vuoto, immagine irreale negli scorci colorati popolati da aprile sino a ottobre da migliaia di persone. Vocio plurilingue, dall’inglese al tedesco, allo spagnolo, sguardi fissi a leggere i murales e a cercare di capire dietro quelle pennellate di Francesco del Casino che paiono sconnesse, cosa si nasconde. Per noi quel via vai attorno ai murales, alle loro storie di ribellismo, anche narrate da guide con la fretta della toccata e fuga, era un dato scontato. Ha fatto in questi anni, parte del paesaggio fisico e culturale interno al paese, ma ora e per ora lo tsunami della pandemia ha spazzato via tante nostre certezze, travolgendo quelle strutture di accoglienza che hanno contato su numeri e su presenze, costruendo imprese e buste paga, lontano ma integrato e complementare ai grandi flussi del turismo balneare. Fa i conti con la crisi che sembra indefinita, Gino Dore che insieme al suo socio Pietrino Cossu ha messo in piedi e gestisce il “Camping Supramonte”. Tornanti a pendenza leggera verso Montes, dalla chiesa campestre di Santu Marcu. Fino a qualche mese fa traffico intenso, spesso ingorghi metropolitani di veicoli a targa straniera o di autobus organizzati da tour operator di mezza Europa. Queste settimane, col sole che batte pesante sui costoni pendenti da Sirilò, transita appena qualche pickup con poche lame del latte nel cassone. «Il circuito virtuoso, cultura e gastronomia qui si è rotto del tutto», taglia corto Gino Dore: «Abbiamo attrezzato le stanze per l’accoglienza oltre gli spazi per caravan e roulotte, ma non arriva nessuno. Oggi il silenzio che prima era il valore, è diventato maledizione. I 20 ragazzi e ragazze occupati in quello che a Orgosolo è conosciuto semplicemente come il camping, sono in attesa di una (improbabile) chiamata al lavoro.
Si vede a occhio nudo che quel format, quello schema collaudato è radicato negli anni, è andato in fumo. Murales del ribellismo, il sacro delle chiese e della martire di Uvadduthai, il profano del “pranzo con i pastori”, un filo intelligente che teneva in piedi un sistema di coesione sociale e di economia condivisa, si è spezzato. «Sì», mormora Gino Dore sollevando lo sguardo verso orizzonti infiniti, «attorno a quel piatto tipico, consumato in questi boschi secolari, ruotavano almeno sette altre aziende: pane, formaggio, salumi, carni, vino, miele, dolci. La cordata si è staccata dalla roccia. Non sappiamo cosa potrà succedere. E dal governo delle cose pubbliche non ci aspettiamo niente: sono troppo impegnati a litigare sulle briciole del sotto tavolo per poter pensare in grande, soprattutto dalle parti di Cagliari».
Fermi, ancora più su, i fuoristrada di Efisio Manca, guida turistico-ambientale per anni e anni ha accompagnato migliaia di curiosi, con gli occhi sgranati, avvolti dal fascino della pietraia di Ottulu, della maestosità del calcare bianco di nuraghe Mereu, delle tombe di gigante di Sa Senepida, del monumento naturale diBadde Tureddu. E l’arrosto nell’eremo di Sa Masonargia, con la brezza serale che scende da
Cantinarvu e Cabaddaris. «Sono immobile », dice Manca con ironia tutta orgolese ma «contento di essere in salute e tutto sommato di averla scampata ». Jeep a motori spenti anche per colpa di norme confuse, «non posso riaccenderli anche perché non so chi e quanti posso trasportarne. Nel dubbio, aspetto. Passerà e ricominceremo. Le bellezze che accarezziamo, noi, qui nel profondo Supramonte, non invecchiano».
Insomma, questa fermata è solo un pit-stop. Obbligato ma con l’occasione offerta per ricaricare. «Abbiamo lavorato in queste settimane, lanciando il dardo oltre l’ostacolo», conferma Pasquale Muscau, attivo socio Cai impegnato con un nutrito gruppo di uomini e donne di Orgosolo, a definire nuovi sentieri, in raccordo stretto con il Comune. Colleghiamo il paese con il “Sentiero Italia” che va a finire a Trieste, Ilodei Malu e Ianna ’e s’orroali dove nasce il Cedrino, legati allo Stivale sino alle alpi. bella avventura. E fiducia nel futuro». Lo canterebbero anche i tenores, se potessero andare ancora per il mondo. Oggi sono voci spente in attesa. Torneranno a cantare con le voci di Iuvannantoni e Maurizio Bassu e i versi di Peppinu Mereu o con le melodie di tziu Nicola Pira: « Orgolesos intonade cantones debonumore…».

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