Oltre le nubi

La liturgia di oggi richiama quella di domenica scorsa: la preghiera, quando sgorga da un cuore umile, penetra le nubi e raggiunge le orecchie e il cuore di Dio. È bella questa immagine così concreta di una preghiera, di uno sfogo dell’oppresso, che viaggia attraverso il cielo e giunge fino al trono di Dio. Poi bisbiglia al suo orecchio il disagio del povero e non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti (prima lettura). Il Siracide, autore sapiente, prepara la strada all’insegnamento di Gesù, mostrandoci in purissima filigrana il vero volto di Dio: per lui non c’è preferenza di persone e ascolta la preghiera dell’oppresso quando si sfoga nel lamento.
Anche il salmo responsoriale ha un’immagine suggestiva e rassicurante: il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato. Ci sono due tipi di “cuore spezzato”: il primo è dovuto a una sofferenza o ingiustizia causata da altri. Il secondo è il frutto di un serio impegno di conversione, che fa appunto spezzare la dura corazza di un cuore pietrificato dal peccato. È l’invito che Dio fa attraverso il profeta Gioele: «Laceratevi il cuore e non le vesti» (2,13).
Il cuore spezzato è il cuore che riconosce la propria miseria, il proprio peccato. Nel suo spezzarsi in umiltà e verità dinanzi a Dio, si forma una ferita che permette al perdono, alla grazia, alla misericordia di fluire all’interno e di irrorare di “sangue buono” il cuore, che così si rinnova e diventa un cuore di carne. Un cuore spezzato di tal sorta non teme più nulla ed è pronto al dono totale di sé. È l’esperienza di Paolo che, quasi in una confessione, confida a Timoteo: io sto già per essere versato in offerta… Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede… Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli(seconda lettura). Com’è bella questa certezza di Paolo! Come sarebbe bello se fosse anche la nostra!
Il Vangelo ci mette in guardia da una sottile tentazione al riguardo: avere l’intima presunzione di essere giusti e disprezzare gli altri. Dobbiamo sinceramente ammettere che ogni giorno possiamo correre questo rischio. Il fariseo si rivolge a Dio elencando i propri meriti, ma in realtà sembra volgere lo sguardo attorno a sé, in cerca di accondiscendenti devoti della sua ostentata perfezione. Lo si vede gongolarsi compiaciuto e forse ripete dentro di sé, ma non con sentimenti corretti, un versetto del salmo 138 (139): «Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda! ». E l’aureola della sua santità è più grande della ruota del pavone! Il pubblicano invece, odiato da tutti, riconosce di non poter accampare meriti dinanzi a Dio e umilmente chiede perdono. Non ha bisogno di screditare gli altri per apparire migliore, ma si presenta qual è e ottiene misericordia: non sarà condannato che in lui si rifugia (salmo responsoriale).
«[Il fariseo] andò per pregare; ma non pregò Dio, lodò se stesso… e poi insultò quello che pregava davvero… Il Signore sta in alto, ma guarda gli umili. Gli alti, come il fariseo, li guarda da lontano; li guarda da lontano, ma non li perdona » (S. Agostino, Disc. 115).

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