Una nuova Rinascita contro lo spopolamento

Con la recente pubblicazione dello studio Spop. Istantanea sullo spopolamento in Sardegna, a cura di Sardarch, formato da un gruppo di giovani professionisti cagliaritani che studia fenomeni di trasformazione urbana e territoriale, è ripartito con forza il tema dello spopolamento della Sardegna. Curiosamente tutto questo avviene esattamente 20 anni dopo la 1^ Conferenza regionale sui piccoli comuni, novembre 1996, e che ebbe il merito di porre all’attenzione della opinione pubblica regionale il fenomeno del collasso demografico delle zone interne. In quei giorni ci fu una vasta presa di coscienza del fenomeno, anche grazie allo studio che il movimento degli amministratori commissionò al demografo Giuseppe Puggioni e che fornì una base certa su cui impostare le piattaforme rivendicative nei confronti della Regione e del Governo. Ci fu una forte denunzia sul taglio dei servizi, specie nei territori più deboli e marginali, e una grande opposizione alla crisi del sistema dei poli industriali. L’attenzione dell’opinione pubblica e della stampa era enorme. Gli amministratori nazionali e regionali invece si limitarono a fare ammuina… Negli anni 2000 il tema scorre sottotraccia riesplodendo in questi giorni interessando demografi, studiosi del territorio, urbanisti e economisti, oltre che amministratori locali, regionali e mondo del volontariato. La stessa Chiesa, in preparazione della 48^ Settimana sociale del prossimo ottobre, ha dedicato un apposito seminario, allo spopolamento e alle politiche ambientali. Ma non si può certo sottacere che si riparte ab ovo, da dove ci si era lasciati 20 anni fa, col fenomeno che si è fortemente aggravato e con una fondamentale ineludibile domanda: assistiamo ad una riorganizzazione insediativa delle popolazioni sul territorio o ad un dramma demografico, economico, sociale e culturale ormai irrimediabile? Non sono pochi quelli che pensano che, al Moloch della modernità, dobbiamo pagare l’alto prezzo della disantropizzazione delle zone interne e che interessa sempre più, non solo i comuni sotto i 5.000 abitanti, ma anche centri identitari più grandi: Nuoro, Lanusei, Macomer, Tempio, Isili, Bonorva. È di questi giorni un post del sindaco di Fonni, comunità tra le più ricche della Barbagia, che ha da tempo puntato su uno sviluppo economico proprio, non derivandolo dalla pubblica amministrazione e dai servizi sociali territoriali, come la vicina Gavoi ad esempio, ma su vere e proprie piccole industrie dell’agro alimentare, dal pane, ai biscotti, ai salumi, ai formaggi. Ebbene, la sindaca Falconi ci informa che dal 2015 la comunità perde tra i 50 e i 100 abitanti l’anno tanto che di quel passo anche Fonni, entro 10 anni andrebbe sotto i 3000 abitanti. Coloro che giustificano questo disastro antropologico non si pongono certo troppe domande. Ma se davvero decine di comunità sarde entro 20-40 anni dovessero morire, che ne farà la comunità regionale dell’immenso patrimonio culturale, linguistico, architettonico, urbanistico, ambientale che ogni comunità rappresenta? C’è anche una larga schiera di intellettualità regionale che si fa carico dei problemi dello spopolamento in maniera poetica. Ha a cuore i problemi delle comunità in morienza, presta la propria voce in difesa di quanto esse hanno storicamente rappresentato e che potrebbero non rapprepria sentare più. Ma quelle comunità non le salviamo con la poesia anche alta e anche disinteressatamente ispirata e composta in epoche non sospette. (Grazia Dore, Elegia per un paese morto).
Se non vogliamo essere vox clamans in deserto dobbiamo effettuare una istantanea sullo spopolamento precisa, realistica e il più disincantata possibile, per evocare ed organizzare una filosofia ed una politica della prassi con qualche speranza di incidere su dinamiche demografiche epocali. Secondo le proiezioni più attendibili, (ONU), la popolazione mondiale passerebbe dai 7,3 miliardi del 2016 a 9,7 nel 2050 e a 11,2 nel 2100. Al contrario in Europa si passerebbe dai 748 milioni del 2016 ai 650 milioni dello stesso periodo. L’Italia da 59 milioni attuali a 49 milioni. Il dato più sensibile riguarda tuttavia la percentuale di inurbamento. Attualmente il 54% della popolazione mondiale vivrebbe in 500 grandi città e megalopoli, destinata in Europa ad arrivare progressivamente al 75%. Proiezioni e non previsioni, avvertono i demografi che tuttavia indicano come il fenomeno dello spopolamento andrà a colpire tutte le zone interne dell’Europa e non solo dell’Italia o della Sardegna. Questi dati contribuiscono certo a scoraggiare i più ed a ingrossare le fila di coloro che ritengono ineluttabile il processo di inurbamento selvaggio e di desertificazione di aree interne ricche di risorse ambientali, culturali e di biodiversità, conseguenti a secolari processi di antropizzazione. Non ci si può certo opporre a tali processi pensando di farlo alla spicciolata e sperando in risultati nel breve, medio periodo. Abbiamo di fronte una sfida titanica e dagli esiti non scontati. Eppure sempre più si sente la necessità di provare a contrastare quest’onda impetuosa che tutto vorrebbe concentrare e tutto omologare. La politica regionale, prova a battere un colpo. L’errore più grave continua ad essere quello di sfogliare la margherita petalo per petalo. Con misure, di per sé anche ragionevoli, ma che, non andando al cuore del problema, lo aggravano. È il caso delle politiche di settore, che pensano cioè solo al comparto, all’industria, al turismo piuttosto che all’agricoltura o all’artigianato. Hanno sin qui contribuito al più a consolidare gli squilibri territoriali e ad aggravare, conseguentemente, l’emergenza insediativa. Rispondono a una visione che mostrava gravi limiti già con la crisi dell’industria petrolchimica quando ipotizzava uno sviluppo a macchia d’olio dei territori a partire dai poli di sviluppo.
Alcune proposte vengono avanzate recentemente da coloro che pensano di attirare i Paperoni internazionali con esenzioni fiscali mirate. Altri ancora pensano a specifici aiuti alle giovani coppie che intendessero creare una nuova famiglia. Non si capisce perché tali aiuti dovrebbero andare alle sole coppie residenti nelle aree a forte spopolamento e non anche a tutti coloro che in Sardegna e in Italia vogliano fare altrettanto. Nell’isola, con 1,1 figli per donna, siamo all’ultimo posto nella graduatoria delle regioni quanto al tasso di fecondità e in Italia con 1,38 agli ultimi posti tra tutti gli altri Paesi (174^ posto su 195). Credo anche che non basti chiedere al governo deroghe ai criteri di modifica del dimensionamento dei servizi sociali per contribuire efficacemente a contrastare un fenomeno così grave. Lo si vede per quanto riguarda il servizio di istruzione. In questi anni ogni sindaco che si rispetti è stato in prima linea per difendere il diritto di ogni comunità a tener aperta la scuola. Direi che intorno a questa battaglia è stata eretta una vera e propria linea Maginot. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Man mano che gli anni passano gli alunni diminuiscono sino a rendere inutile la difesa di una scuola senza alunni. Ho citato spesso un caso-emblema. Orune, scuole elementari: 1960, 925 alunni. 1999, 123 alunni. 2017, 83 alunni. Di recente, in un paese di montagna, alla volontà del sindaco di tenere aperta a tutti i costi una pluriclasse, ha corrisposto il rifiuto dei genitori che hanno preferito portare i loro figli alle scuole viciniori, costringendo l’amministrazione comunale a pagare oltre che le spese dell’edificio scolastico anche quelle per lo scuolabus. Il messaggio era chiaro: la scuola non purchessia ma una scuola di qualità per tutti i nostri figli, a maggior ragione per quelli che risiedono nelle realtà più svantaggiate e periferiche. Che fare dunque, posto che i più importanti atti di governo adottati dalla Regione creano la città metropolitana di Cagliari e il parallelo rafforzamento del polo settentrionale come dimostra la scelta sulla Asl unica con sede a Sassari?
C’è stata nella vita autonomistica della Regione sarda una stagione animata da importanti esperienze di programmazione, che determinò un fenomeno di straordinaria mobilitazione e, per un ventennio, un ritmo di sviluppo secondo nel Mezzogiorno solo a quello della parte costiera dell’Abruzzo, oltre che un contenimento significativo delle precedenti dinamiche demografiche. Era la stagione della Rinascita. L’isola fu articolata in Zone Omogenee in base alle proprie affinità geografiche, economiche, storiche e culturali. In ogni area lavorava un organo di coordinamento che si adoperava per lo sviluppo e la crescita del territorio. A quella stagione si può guardare per recuperare unitarietà dell’approccio politico, positività delle azioni di programmazione e di governo. Ogni zona/area dovrebbe essere ri-pensata come Cittàterritorio cui assicurare adeguati servizi sociali e di cittadinanza: accessibilità fisica e informatica (banda larga), servizi sanitari (ospedalizzazione diffusa) e soprattutto una offerta di istruzione territoriale di qualità a partire dal primo ciclo, il secondo ciclo con corsi tecnici e professionali calibrati sulle vocazioni economiche specifiche. Le stesse Università messe nelle condizioni di rilasciare nel territorio Corsi di laurea adeguati, così come suggeriva la Commissione Medici, realizzavano le prime esperienze di Università diffusa. Il corso di laurea di Scienze Forestali a Nuoro per esempio.
Un tale ripensamento di riorganizzazione territoriale ed insediativa richiederà con forza che ciò che non è essenziale a Cagliari possa e debba essere articolato per promuovere e sostenere la rinascita dei territori interni. Come fece Giovanni Lilliu che da consigliere regionale fu promotore della istituzione dell’ISRE a Nuoro. Tutto questo non esime gli attori pubblici e privati locali dall’assumere in prima persona le responsabilità necessarie perché le vocazioni, le risorse economiche, ambientali e culturali necessarie promanino dal basso superando le monoculture tradizionali e si intreccino in maniera plurale. È questo il libro dei sogni? Può essere, ma non ha alternative e sarà realizzato solo se si riuscirà ad evocare una stagione partecipativa come quella che ha animato la Rinascita, con classi dirigenti politiche a cui continuiamo a guardare, nonostante i loro numerosi errori, con tanta giustificata ammirazione e nostalgia.

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