Nuoro, l’ultimo saluto a Gianni Pititu

Un dolore composto nel segno della speranza cristiana della Resurrezione perché, come ha detto nell’omelia funebre don Francesco Mariani, «senza questa certezza, tutto sarebbe vano». La morte avrà pure «distrutto  la tenda terrena»  di Gianni Pititu ma  è stata soprattutto la testimonianza di vita del giornalista morto nella serata del 14 agosto (vedi https://www.ortobene.net/morto-gianni-pititu/) ad accomunare stamattina 16 agosto, chi lo ha accompagnato nell’ultimo viaggio. Padre Pinuccio Demarcus nella parrocchia della Madonna de Le Grazie ha celebrato la messa insieme a don Mariani, don Giovannino Puggioni e don Albino Sanna, presenti tanti colleghi de L’Unione Sarda e de L’Ortobene, arrivati anche da Cagliari nonostante la notizia si sia diffusa a fatica nel giorno di Ferragosto. Amici e colleghi si sono stretti attorno alla moglie Marisa e alle figlie Alessandra e Laura per un ultimo saluto che la presenza del sindaco di Nuoro Andrea Soddu e del suo vice Sebastian Cocco, ha accomunato tutta la città. Don Francesco Mariani, responsabile delle Comunicazioni sociali della Diocesi, nell’omelia ha ringraziato Dio per il dono di «un buon marito, un buon padre, un buon amico, un buon insegnante, un buon giornalista, un bravissimo scrittore» che alle sua attività professionale univa un tratto umano particolare: «Schivo, non vanitoso, non amava la ribalta, mirava al sodo tanto che in tanti anni non l’ho sentito mai parlare male di un’altra persona, era capace da questo punto di vista di trarre il sangue dalle pietre. Non ho mai letto una sua polemica sterile,soprattutto polemiche personali. Non si è mai reso protagonista di attacchi personali, ha sempre cercato di capire, di costruire e non di distruggere». Don Mariani ha definito Gianni Pititu un giornalista senza tempo, non un semplice cronista ma un testimone capace di leggere gli avvenimenti guardando oltre il quotidiano, proiettando nel futuro un  presente che non c’è, indicando una prospettiva. «Quando discutevo con lui dei problemi delle nostre comunità, della violenza del perdono, della giustizia terrena – ha detto don Mariani ricordano tra l’altro gli articoli di alta letteratura scritti dallo scomparsi per Salvatore Cambosu – gli dicevo sempre che non era cronista perché non era fatto per il quotidiano, perché era capace di scrivere di cose che oggi ci sono e domani no».

 

Una testimonianza, impastata dalla fede da custodire e valorizzare. Una fede forte ma mai ostentata, vissuta quasi in disparte  anche da parrocchiano de Le Grazie, scrivendo molto sulla comunità e sul santuario tanto da meritarsi, anche a nome dei Paolini, i ringraziamenti pubblici di padre Pinuccio Demarcus. Infine, al termine della Santa Messa è toccato a Giacomo Mameli già inviato de L’Unione Sarda, ricordare l’uomo e il giornalista Gianni Pititu.  Riportiamo il suo intervento.

Ciao Gianni

I ricordi sono tanti. Uno lo abbiamo rievocato qualche anno fa a Bortigali prima della presentazione di un libro. Eri, come sempre, con tua moglie Marisa. Ricordavamo gli anni de L’Unione, gli incontri con i corrispondenti, le inchieste quotidiane che avevano marcato una stagione felice del giornalismo sardo.
Era un giugno dei primi anni ottanta. Un omicidio in un paese qui vicino, un’assemblea di fabbrica a Ottana già tormentata dall’incapacità palese dei manager nel saper fare industria. Bisognava decidere chi si sarebbe occupato del delitto e chi della cronaca sindacale. La nera era toccata a te, io sotto le ciminiere lato Tirso. Mi avevi detto: “Io racconterò ancora una volta un passato che non muore, tu il futuro che non vuole arrivare”.
In quella frase c’eri tu per intero. Perché vivevi dentro – e ti si leggeva nel volto – il tormento di una Barbagia che tu definivi “eterno cratere ribollente di sangue” e una Barbagia che stentava a trovare una via vera verso la modernizzazione. Ricordo la tua tristezza per gli assassini di donne-madri, per il sequestro di mamme e di figlie. Scrivendo di nera, rispettavi il metodo del racconto ma soffrivi. Esternavi il tuo patire, esternavi il tuo patibolo davanti a una criminalità spietata verso la quale – distinguendoti da altri cronisti – mai sei stato compiacente.
Di ciò erano fatti i nostri discorsi nella redazione di via Majore, casa Cappelli, nel gruppo c’erano anche Paolo Pillonca, Tonino Piredda, Michele Tatti, Angelo Altea, Banneddu Ruju il fotografo, un telescriventista. Eri il più riflessivo, il saggio. La tua cifra era la pacatezza, prediligevi l’analisi – anche tormentata – alla sentenza facile. Una riflessione, la tua, che bandiva la faciloneria, caratteristica di un modo mai sopito di fare giornalismo. Mai ti arrivavano smentite perché verificavi le fonti fino alla pignoleria. Ci invitavi alla calma, mentre molti erano irruenti. Spesso, prima di iniziare a scrivere un pezzo, ci parlavi di qualche tuo alunno, raccontavi la tua esperienza di insegnante, del tuo amore per i metodi di don Milani e di Albino Bernardini. Eri un Maestro, di quelli con la M maiuscola.

Sei stato fra i “nuoresi di fuori” più apprezzati da un grande “nuorese di dentro”, Mario Ciusa Romagna. L’avevo intervistato nella sua casa di via dei Colombi a Cagliari, sotto Monte Urpinu, nel dicembre 2002. Di te aveva detto che eri un “cronista distaccato, obiettivo, avaro di aggettivi facili, restio alle frasi fatte, all’agiografia”. Il professor Ciusa Romagna diceva di Nuoro le cose che – non sempre ascoltato – hai detto, hai scritto, hai ripetuto mille volte. Sosteneva – come tu ci facevi osservare – che Salvatore Satta non descriveva Nuoro come un nido di corvi perché – frase del professor Ciusa – “tutti i paesi, tutte le città del mondo hanno un nido di corvi”. Diceva che Nuoro aveva ed ha altri problemi. Citando la Deledda, lo stesso Salvatore Satta, e con lui Satta il poeta, e ancora Francesco Ciusa, Antonio Ballero, si rammaricava che Nuoro non avesse una Fondazione culturale. E chissà quanto avrebbe goduto oggi nel sapere che, pur fra mille tormenti, la Nuoro del 2017 si candida a diventare capitale della cultura. Sareste stati due cantori di questo fatto comunque nuovo, di questo esaltante ma pur difficile processo, di questa nobile aspirazione che poco ha a che fare con la politica dei mestieranti. Avreste dato insieme una mano a tracciare orizzonti lunghi sotto l’Ortobene. Quando aveva presentato il tuo libro Bia Maiore, Ciusa Romagna aveva detto di te: «Quello di Gianni Pititu è un racconto morbido e suadente che ripropone la filosofia del Satta che, a più riprese, nel “Giorno del Giudizio”, insiste sul concetto del ciò che è vivo e non è morto, anche quando in noi stessi c’è sempre il senso della fine e della bella morte».

Non amavi i pezzi lunghi ma le “pillole” come scrivevi su L’Ortobene. Perciò qui mi fermo dopo aver scelto come tuo cantore Mario Ciusa Romagna, il nuorese che si era laureato con Attilio Momigliano. Ieri mattina, don Francesco Mariani, mi ha ricordato la tua fede, la tua religiosità, il tuo attaccamento alla famiglia, il tuo parlare a voce sommessa. Un’altra cifra della semplicità, marcata dal rigore morale, dall’etica laica e cristiana.
Un abbraccio a Marisa, Alessandra e Laura. Ti saluto con le quattro parole che diciamo a Foghesu a chi ci lascia per sempre: In sa santa gloria.