Novena di San Giuseppe, nono giorno

SONO TUO PADRE

 

Nel racconto di Matteo, a proposito della fuga in Egitto, non è di piccolo dettaglio la citazione di Osea: «Perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio” (Os 11,1)» È Dio Padre che parla attraverso la Scrittura mentre Giuseppe fugge in Egitto con il bambino Gesù e sua madre Maria. In effetti è Dio Padre che dichiara così la sua paternità sul bambino, una manifestazione simile a quelle che avremo successivamente nei vangeli: «Questi è il figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento».

Mi sono chiesto, a volte, se lo stesso san Giuseppe avesse in mente questi versetti di Osea mentre in fuga verso Egitto prendeva tra le braccia Gesù e se ne avesse assaporato il “compimento” nel disegno di Dio sulla sua vita. Forse ha ricordato tutto il capitolo 11 del profeta Osea – testo famosissimo in cui Dio racconta quanto ha avuto cura di Israele come padre – perché lui, Giuseppe, era chiamato a prendersi cura di Gesù come un padre, in nome del Padre.

Ecco la profezia di Osea:

1 Quando Israele era giovinetto,
io l’ho amato
e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.
3 Ad Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano,
ma essi non compresero
che avevo cura di loro.
4 Io li traevo con legami di bontà,
con vincoli d’amore;
ero per loro
come chi solleva un bimbo alla sua guancia;
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare.
7 Il mio popolo è duro a convertirsi:
chiamato a guardare in alto
nessuno sa sollevare lo sguardo.
8 Come potrei abbandonarti, Efraim,
come consegnarti ad altri, Israele?
Come potrei trattarti al pari di Admà,
ridurti allo stato di Zeboìm?
Il mio cuore si commuove dentro di me,
il mio intimo freme di compassione

 

Mi piacerebbe far “ridire” e sentire da san Giuseppe la profezia di Osea, per il modo in cui l’ha vissuta. Immagino pregasse così:

«Quando Gesù era bambino, io l’ho amato. L’ho visto nascere, ho notato che aveva i lineamenti di Maria, della mia sposa che più di me respirava di Dio e per questo mi incantava. Lei senza peccato originale ed io erede di quel peccato. Ho fatto di tutto perché questo bambino avesse una dimora dignitosa visto che non ero stato capace neanche di procurargli una culla decente, io che le culle le costruivo per gli altri ed avevo in mano il Figlio di Dio.  L’ho visto piagnucolare e sorridere aver freddo e fame. L’ho lavato, asciugato, riscaldato, ho giocato con lui e gli ho insegnato a parlare. Sì, proprio io che non sono mai stato bravo nel parlare, che sono l’uomo del silenzio.

Quello che non avevo proprio capito è il Vecchio Simeone. E quando mai uno viene a far circoncidere suo figlio e lui parla di “segno di contraddizione”, di “spada che ti trafiggerà l’anima”. Se lo poteva risparmiare, anche se ora riconosco che aveva ragione.

Più lo chiamavo “figlio mio”, più si avvicinava a me dicendomi “abbà”, e più sentivo in me l’amore e la voce del Padre. Sperimentavo una paternità infinita rispetto a quella che deriva della carne e del sangue. La paternità umana è qualcosa che si conquista ed è dono sovrabbondante, la maternità ha sempre un impasto di biologico e di mistero. A Gesù ho insegnato a camminare tenendolo per mano (io gli ho insegnato a non deviare dalla retta Via!), e Gesù comprendeva che avevo cura di lui in nome del Padre suo. Io l’attiravo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per lui “come un padre” che solleva il proprio bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare. Ritornati dal paese d’Egitto, cresceva in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini, mentre pensavo a Dio che col suo angelo aveva sconfitto i disegni del re Erode, ci aveva salvato dalle mani dei nemici, ci aveva riempito di doni, aveva illuminato le nostre notti e guidato i nostri passi.

Il giorno che la combinò grossa, quando scomparve nel pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme, e lo cercammo in lungo ed in largo, trovatolo, Maria gli disse “tuo padre ed io angosciati ti cercavamo”. Era Maria a dire davanti ai dottori della Legge, ai docenti dell’esame di maturità di un ragazzo ebreo, che io ero suo padre. Ne fui felice; ben venga una angoscia simile. Gesù mi chiamava “abbà” davanti a tutti, ma lì eravamo davanti ad un’autorità di grandissimo risalto: ed io venivo riconosciuto come padre.

Gli ho insegnato un mestiere, abbiamo lavorato insieme. Nelle sue parabole ci sono tanti esempi che rimandano a quella fatica: quando parla di botti, di otri e di moggi, di case costruite sulla roccia, di porte che si aprono o si chiudono, di aratri, di piante che vanno bruciate ed altre lavorate, di giogo e di ventilabro, di falce e di granaio, di carri e di canne, sta ricordando quanto abbiamo fatto insieme. Come quando parla di barche e di remi: la nostra bottega era il fornitore storico della ditta di pescatori Simone&Zebbedeo. Per non dire delle vigne e degli uliveti, dei campi di grano e degli orti, di semine e mietiture, di ovili ed animali: tutte cose che abbiamo vissuto insieme e che da me ha imparato.

Quando poi vedo Gesù predicare nella sinagoga penso a quanto il nostro popolo sia duro a convertirsi a Dio: chiamati a guardare in alto (e lo facevo spesso quando avevo il bambino tra le braccia e lo faccio ancora oggi che Lui è cresciuto e guardandomi negli occhi mi chiama “abbà”), pochi sanno sollevare lo sguardo verso il Padre nostro che è nei cieli, come Gesù lo chiama. Ma come potrebbe il Padre abbandonare suo Figlio, e tutti quelli che tramite Lui sono diventati suoi figli? Come potrebbe consegnarli ad altri se non alla sua misericordia divina?

Avverto in me i sentimenti di Dio quando sento Gesù annunciare la parola e lo vedo farsi prossimo dei malati e soprattutto dei peccatori: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim (il fratello che era stato preferito a Manasse), perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira”.

Egli, il mio Gesù, è il Santo in mezzo a noi, è Dio e anche uomo, ma è Dio misericordioso che non si adira distruggendo tutto come fanno gli altri uomini. Molti invece lo seguono, diventando misericordiosi come il Padre, ed egli attirerà a sé ancora molti di più quando sarà innalzato da terra. Allora accorreranno, i figli al Padre, da Israele, accorreranno come uccelli dalle genti, e come colombe dai popoli, e abiteranno tutti nella casa del Padre suo e Padre nostro».

San Giuseppe, grazie della preghiera che ti abbiamo carpito. Dacci il dono di farla nostra.

Affido dunque alla tua protezione tutti i genitori, i sacerdoti (che sono padri) e coloro che hanno un compito educativo nella Chiesa e nella società. In particolare per i genitori invochiamo la grazia di essere sempre vicini ai loro figli, di essere per loro come San Giuseppe: custodi della loro crescita in età, sapienza e grazia. Custodi del loro cammino, educatori.

Don Francesco

 

Avvisi

Domani, 19 marzo,  in occasione della Festa del Patrono, dalle 8 del mattino la statua del Santo sarà esposta dalle ore 8 nel sagrato della chiesa. Alle ore 12 don Francesco Mariani celebrerà la santa Messa che sarà trasmessa in diretta e sarà possibile condividere dalla pagina Facebook L’Ortobene. Alle 21 il rosario meditato in famiglia secondo le indicazioni della Cei leggibili qui http://www.diocesidinuoro.it/la-diocesi-preghiera/