«Non sono solo, perché il Padre è con me»

Tzia Badora, fin da piccola, abita di fronte alla chiesa parrocchiale e per questo non ha mai perso un funerale. Da poco è risultata positiva al tampone, quindi tutti, nella famiglia e fuori, si preoccupano perché è in età avanzata; ma lei sta bene, soffre più per l’obbligo di dover stare ancora chiusa in casa da sola, ma è pronta, come gli anziani saggi che hanno imparato con fede la virtù della pazienza dopo averne visto di tutti i colori, ad un nuovo sacrificio. Con lei sua sorella, Antonia, poco più piccola, ugualmente contagiata. Per quest’ultima le conseguenze sono gravi e si decide di chiamare il 118. Da lì, giorno del ricovero, nessuno la può più vedere. Dal reparto, il primario chiama ogni pomeriggio: lo squillo del telefono è tanto spaventoso quanto confortante è la conversazione una volta alzata la cornetta, fino all’ultima chiamata, ultima perché non ci saranno altri bollettini: tzia Antonia ha finito di soffrire. Nel certificato di accertamento di morte, il dirigente medico depenna, anziché completare, la frase in fondo al documento «Al cadavere del/la suddetto/a può essere data sepoltura trascorse ore __:__ da quella del decesso» e sopra, in stampatello, ci scrive «SUBITO».
Quasi non c’è tempo di avvisare almeno i parenti tutti, sapendo che con i posti a sedere limitati in chiesa non possono esserci altri amici e vicini. Comunque, nei paesi – si capisce – le notizie giungono in men che non si dica e nel mentre che il prete prepara tappeto nero, cavalletti e cero pasquale, c’è chi si preoccupa di ripetere il solito noioso e inopportuno ritornello «Vabbè, ha preso il Covid ma aveva altre patologie». Non si sa come dare la brutta notizia a tzia Badora, la quale fra poche ore vedrà tutto dalla finestra: le telefonano, perché sottoposta a quarantena non può uscire, e lei inizia a piangere; chi l’ha chiamata fa lo stesso, per l’assenza di tzia Antonia e perché tzia Badora non ha una spalla su cui sfogarsi.
Il carro funebre porta il feretro fino al sagrato e per la defunta, che ha onorato tutti i compaesani morti che ha conosciuto in vita, ci sono poche persone che parteciperanno alla messa. Tzia Badora assiste all’arrivo e urla, le grida si sentono in piazza e rimbombano nella testa e nel cuore dei convenuti; prova a scappare di casa, più veloce dell’emorroissa nei vangeli, nel tentativo di toccare almeno la bara. Per la sua salute e quella altrui, i nipoti la bloccano proprio davanti al portone di casa: tzia Badora si accascia a terra, senza forze, canta con unattittu la sua afflizione e bagna il marciapiede di lacrime; la scena straziante è contagiosa anche col distanziamento. Qualcuno prova a consolarla dicendo «Pessae ca in beranu los an interraos derettu a campu santu chene li narrer missa», però la solitudine non è facile da addolcire e ancora oggi nessuno
sa se sia stato bene o male fermarla.I camion pieni di salme visti in tv sette mesi fa sembravano lontani dalla nostra diocesi: cambia il numero dei decessi, ma non il dolore della solitudine davanti alla morte. «Est lezzu a morrere, pejus a si c’andare goi», dice tziu Pascale dall’altra parte della strada, nel mentre che si toglie il cappello. Fa male a tutti. Se consideriamo che nelle nostre parrocchie ci sono più fedeli ad un funerale che a Pasqua – non è un vanto, ma una constatazione – non vedere e toccare su baule, non stringere la mano, non poter farsi vicini, è una morte nella morte.
Il 2 novembre di questo 2020 sarà completamente diverso, vivremo il ricordo e il suffragio dei defunti pensando a queste storie. Alle celebrazioni programmate dai nostri parroci ci sarà forse più partecipazione, nel rispetto delle norme vigenti; Gesù è morto gridando ad alta voce il suo abbandono davanti a poche persone, alla madre, alle altre marie, al discepolo amato, a una guardia convertitasi, a Giuseppe di Arimatea e a Nicodemo… un numero limitatissimo, senza un decreto che dettasse restrizioni. Nessuno come lui avrebbe dovuto soccombere al duro peso della solitudine della morte. Gesù era sicuro, però, che nei momenti più estremi il Padre gli sarebbe stato vicino con tutto il suo amore «Io non sono solo, perché il Padre è con me» ( Gv 16, 32).
La stessa certezza accompagna i nostri cari nel loro passaggio da questo mondo al cielo e permette a noi ancora pellegrini sulla terra di sentire una presenza pasquale che colma ogni vuoto.

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[Foto di Gigi Olla]