Non siamo in guerra. Siamo tutti in cura

L’11 marzo 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dichiarava la pandemia, solo la sera di due giorni prima l’allora premier Giuseppe Conte annunciava che l’Italia intera sarebbe andata in lockdown il giorno seguente. A un anno, segnato da oltre centomila morti nel nostro Paese, sofferenza, paura, aumento della povertà e delle fragilità, disagi, forse è il caso di parlare più chiaro e di cambiare le metafore. Ci eravamo illusi che sarebbe finita presto. Oggi sappiamo con certezza questo: l’epidemia non è finita e ci circonda da tutti i lati. Usando un linguaggio bellico abbiamo chiamato tutti alle armi per la guerra santa contro il Covid, un nemico invisibile, subdolo, mutante. Facciamo raffronti numerici tra i morti della seconda guerra mondiale e quelli causati dall’epidemia. Si è parlato anche di erigere dei sacrari, delle lapidi-ricordo con i nomi dei deceduti, esattamente come per i caduti nei campi di battaglia. Magra consolazione per le famiglie che hanno perso un padre, un fratello, un parente senza poterli neanche vedere, salutati con un funerale frettoloso (molti non hanno avuto nemmeno quello), e lacrime versate in solitudine. I bollettini di guerra erano e sono conditi con inviti alla speranza, elogi per gli eroi, lodi per la scienza, mitizzandola senza vederne i suoi limiti, le sue vanità. La promessa dell’arma invincibile, ossia vaccini, fiale e iniezioni non cancella la nostra incertezza, fragilità, inquietudine. Gli stessi colori, giallo, arancione, arancione scuro o rafforzato, rosso tenue o intenso, finiscono per alimentare il pessimismo. Centomila morti sono un bilancio spaventoso. A conferma che purtroppo non è andato tutto bene, come si diceva.
Se continuiamo con il linguaggio bellico noi la guerra l’abbiamo già persa, anche se riuscissimo a vincere il Covid.
Tanto vale ammetterlo: non siamo in guerra, siamo in cura! Papa Francesco ha definito la Chiesa “un ospedale da campo”, una metafora oggi valida per l’intera società. Non solo perché “da campo” sono diventati ospedali illustri ma perché ogni aspetto della nostra esistenza (fisica, psichica, emotiva, relazionale) ha bisogno di essere curata.
Chi più e chi meno ma tutti ne abbiamo bisogno. La guerra e la cura hanno in comune alcune caratteristiche: coraggio, determinazione, fiducia, spirito di sacrificio, rispetto delle direttive ecc. Ben diverso è però il loro nutrimento, il significante ed il significato. La guerra ha bisogno di un nemico, di armi, di bombe, inganni, spie. La cura necessita, certo, di altri tipi di armi e di denaro ma soprattutto di attenzione, solidarietà, dignità, spirito di servizio. Altrimenti la posta in gioco cambia poco: il bottino nel primo caso e il denaro nel secondo. Sono operatori “dell’ospedale da campo” non solo i medici, infermieri, specialisti di ogni tipo, scienziati e governanti, ma tutti coloro che hanno cura dell’altro. Dunque i genitori, gli insegnanti, tutti i lavoratori, gli amici, i preti e anche i poveri e i malati (se visti non come oggetto di cura ma soggetto). Le guerre, più o meno, finiscono; le cure non finiscono mai. Il futuro è legato al modo come ci curiamo oggi gli uni degli altri. Se riusciamo a far passare questo messaggio, piuttosto che il linguaggio e la mimetica bellica, sarà un passo avanti per tutti, abbiamo posto le condizioni per vincere insieme.

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