Non lasciamoci rubare la festa

Pubblichiamo una riflessione di don Michele Casula, fonnese, parroco di Dorgali.

Sono appena tornato dalla visita agli anziani genitori di Salvatore Nolis: li ho abbracciati, ho pregato con loro, ho ascoltato, ho guardato i volti dei presenti nel silenzio assordante di una tragedia in parte nascosta per pietà a una mamma e a un babbo annichiliti. «Perché san Giovanni non l’ha aiutato durante l’incidente?»: una domanda alla quale ho risposto nel silenzio, ma avrei voluto urlare la viltà del gesto di cui è stato vittima, perché quel vile assassino non solo aveva ucciso il loro figlio, ma aveva profanato con un grande sacrilegio la bellezza e la sacralità della festa.
Sacrilegio, profanazione… Sono forse parole assenti nel vocabolario e nel cuore di tanti, ma sono parole pesanti, che gridano il desiderio di giustizia e di rispetto della vita dell’uomo, della fede di un popolo, del diritto alla festa. La festa di San Giovanni a Fonni era stata già profanata due anni fa e allora vissi con dolore ed emozioni anche familiari quel triste evento, ma – a quanto sembra – nulla è cambiato!
E poi il ritorno a casa, in parrocchia a Dorgali, e durante il viaggio tanti ricordi, tante situazioni tante esperienze tragiche del mio ministero con le “feste rubate”. La mia vita sacerdotale è stata attraversata da queste tristi storie, fino al culmine di un Natale nero e assurdo nel quale, da giovane parroco, avevo “ avuto in dono” di dover vedere le mie mani insanguinate dal sangue versato dal mio confratello e collaboratore don Graziano. Mai come allora avevo sentito la sensazione della “ festa rubata” non solo in quell’anno, ma in ogni Natale successivo… Solo chi ha vissuto la terribile esperienza di vedere da solo e per primo un proprio caro riverso su una fredda strada ricoperto del suo sangue, può capire il senso di smarrimento e di assurdità che si vive in quei momenti. Davvero sembra che nulla ormai abbia più senso e nel silenzio del cuore nasce quella drammatica domanda che anche i genitori di Tore mi hanno rivolto: “Perché?”.
Poi la mia mente va a un Triduo Pasquale, lontano nel tempo, ma sempre presente nel mio cuore, quando a Oniferi celebrai la mia prima Pasqua da parroco, dopo un giovedì, un venerdi santo con nel cuore il macigno di due giovani uccisi dentro una storia di una faida infinita. Un piccolo chierichetto in quella occasione mi disse tra le lacrime: « Non ha più senso stare qui, non abbiamo più feste » .
C’è un grande peccato nella nostra terra che come Chiesa e come società civile dobbiamo denunciare forte: rubare le feste nel modo più vile e assurdo. In un attimo tragico tutto si ferma, tutto cambia, tutto si spegne e il paese imbandierato piomba nel silenzio e nel pianto e tutti i sacrifici fatti con entusiasmo e passione dagli organizzatori diventano sacrifici assurdi per smantellare con dentro il gusto amaro di una drammatica contraddizione.
La festa è un momento importante per una comunità, è momento necessario perché ci fa scoprire la bellezza dell’essere famiglia. Per il credente è l’apice dell’essere comunità: la liturgia e le tradizioni ci aiutano a vivere la gioia, la lode, la gratitudine, ci dà speranza per riempire di senso il faticoso quotidiano.
Per il non credente la festa ha valore di incontro, di condivisone, di evasione da una vita spesso stressata dal lavoro e dai problemi di ogni giorno. Per tutti la festa è una necessità perché ci fa provare la bellezza dell’essere famiglia, dell’essere paese, dell’essere comunità.
Nei nostri centri la festa tante volte ci è stata rubata da mani assassine e vigliacche. Purtroppo spesso sorge l’ansia e la paura: “ Cosa succederà quest’anno?”, è la domanda di chi la organizza e la vive. Quante volte, con l’approssimarsi delle feste, ho sentito sussurrare questa domanda. Ho conosciuto tanta gente che in occasione delle feste hanno scelto “ di andare fuori paese per stare tranquilli”.
Forse è necessario trovare insieme delle risposte vere a questo grande problema, a questo furto che si ripete tante volte.
Forse dovremo ridare nome giusto alle nostre feste, che sempre più hanno come centro non una chiesa o una piazza, ma una barracca.
Nei nostri paesi viviamo l’assurdo di una corsa ad allestire “barracche” e fin qui non c’è niente di male, in quanto lo si fa per avere qualche soldo per “fare festa”. Mi chiedo però: è giusto e rispettoso della dignità di una festa “guadagnare soldi” ubriacando le persone fino a mattina inoltrata?
Una mattina di Pasqua due sedicenni ubriachi fradici alle sette del mattino mi dettero gli auguri con una bottiglia di birra in mano, dicendo: « È Pasqua, don Michele, bisogna festeggiare… ». Forse dovremo dare più regole comunitarie ed educare tutti ad osservarle: tante nostre feste ci sono state rubate dopo una lunga notte di bevute e assurdi bisticci… Forse dovremo capire che la festa è gioia (non caos), gratitudine (non egoismo e disinteresse della gioia di tutti), è cordialità, è musica e canto (non un drogare il cuore e la mente nell’eccitazione di lunghe bevute senza senso).
Forse questi tristi eventi devono interpellare di più anche noi sacerdoti: domandiamoci se facciamo di tutto per educare, per formare, per indirizzare nella giusta direzione momenti che ci appartengono e che preferiamo vivere nella tranquillità di liturgie nelle quali la maggior parte di chi festeggia non c’è ne fisicamente, ne tanto meno col cuore.
Forse chi “ruba” la festa deve pagare nella giustizia oltre che per i gesti assurdi compiuti, anche perché rovina la serenità di una intera comunità, perché “rubare la festa non è solo un omicidio” ma una profanazione del sacro e del vivere civile.
Siamo invitati tutti a fare qualcosa di serio e autentico, mettendoci tutti in gioco, altrimenti rischiamo di dire con quel chierichetto “non ha senso stare qui perché non abbiamo più feste”. Ma questa non può essere la risposta a un grande peccato della nostra terra.

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