Non dimentichiamo padre Paolo Monni

Sono già trascorsi 10 anni dal 29 dicembre del 2009, giorno della morte di padre Paolo. Chi lo ha conosciuto non può dimenticare. I suoi allievi del Liceo Classico, i fedeli del Santuario delle Grazie, le famiglie beneficiate del suo aiuto e del suo conforto. Coloro che gli sono stati vicino per vari anni, come è successo a chi scrive, lo sentono ancora al proprio fianco, con la sua pacatezza, la sua parola ricca di saggezza, il suo esempio. Una vita, la sua, modesta ed eccezionale. Proveniente da famiglia numerosa e laboriosa, si dedicò all’impegno sacerdotale nella Congregazione fondata da quel santo, Giuseppe Marello, che voleva i suoi religiosi «straordinari nelle cose ordinarie». Li voleva umili. Niente carriere. Per essere “oblati”, neppure l’accesso al sacerdozio era indispensabile. L’essenziale, dedicarsi al servizio dei poveri e dei più deboli. Senza eroismi o esibizioni. Le azioni di ogni giorno, operate però con la massima cura, disponibilità e discrezione. E Padre Paolo fu “oblato”, vero discepolo del Marello.
Straordinario negli studi e nel lavoro di docente. Dopo la Teologia, frequentò a Torino Lettere e filosofia, laureandosi brillantemente. Sapeva di greco e di latino, dominava come pochi la Letteratura italiana e quella sarda. La traduzione in limba della Divina Commedia impressionò le Università, fino a consigliare più di una tesi di Laurea su quella monumentale opera, intrisa di rigorosa filologia. Fu straordinario nella sua attività di docente, al Liceo Classico di Nuoro, nella quale la saggezza greca, il diritto romano e la letteratura italiana si confrontavano col paradosso cristiano in un dialogo continuo fra ragione e fede altamente formativo.
Amava il silenzio e la preghiera: spesso si ritirava in solitudine. Facile, per chi entrava nel Santuario, trovarlo assorto col rosario in mano, seduto o in ginocchio nel coretto a destra dell’altare. Vi stava a lungo, incurante di tutto ciò che accadeva intorno.
«Siate certosini in casa e apostoli fuori casa», ammoniva ancora il Marello. E padre Paolo fu sia certosino che apostolo. Un apostolo straordinario della carità. Soprattutto nel particolarmente fecondo periodo della vita trascorso alla guida della parrocchia del Santuario, succeduto a due grandi e compianti Padri, Giovanni Mesina e Fiorenzo Cavallotto. Visitava frequentemente le famiglie bisognose e provvedeva, con l’aiuto di laici generosi, ad urgenze e necessità. Bisogna sottolineare che la conoscenza diretta di quella umanità sofferente lo trasformò profondamente; citava spesso San Paolo della prima Lettera ai Corinzi: “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei un bronzo risonante o un cembalo che tintinna”.
Nacque proprio da quella esperienza scioccante la Mensa dei poveri. Basterebbe tale iniziativa a qualificare atteggiamento e carica profetica nel suo amore per gli ultimi. Non se n’è mai vantato e forse ci sono persone che ancora non ne sono a conoscenza. La volle lui, quella Mensa: in pochi giorni fece allestire la sala in fondo al cortile dell’Oratorio e nel marzo del 1989 la aprì. Senza strepiti, anzi con timore e tremore; certo, tuttavia, che la Provvidenza non lo avrebbe abbandonato. Mario Lostia, durante l’incontro di Commemorazione del 2010, ne ha documentato dettagliatamente l’evento. Quella esperienza vive tutt’ora con l’aiuto prezioso di tante anime sensibili. Un bene diffusivo, se si pensa alle iniziative consimili sbocciate come fiori profumati in città, presso altre parrocchie e benemerite associazioni. Straordinaria la sua pastorale. Non parlava mai a caso. Quello che diceva era ben filtrato da studi e da prolungati silenzi. Le sue omelie alla messa domenicale delle 11 erano diventate un appuntamento costante per molti. Si trattava di autentiche meditazioni, che salivano dalle profondità dell’anima, lasciando trasparire echi e suggestioni di lunga incubazione preparatoria. Omelie trapuntate di stimoli all’approfondimento, ma centrate sulle domande radicali capaci di mettere in scacco tergiversazioni e disimpegni. Erano le stesse domande che spietatamente rivolgeva a se stesso, nella inarrestabile ascesa verso approdi alti del vivere cristiano. Una fede che indaga la ragione e una ragione che indaga la fede; convinto com’era che una vita senza tale ricerca perde ogni senso e non merita neppure di essere vissuta.
Nella vita parrocchiale, insieme alla pastorale, metteva al centro la liturgia. Il percorso annuale della vita, morte e resurrezione di Cristo lo “rappresentava” con tutti i “segni” che lo rendono “incarnazione”. Non anestetizzava ingannevolmente il dolore, ma neppure nascondeva la gloria e la gioia della speranza. Nelle festività importanti, paramenti solenni, luci e fiori: la gioia doveva trasparire dalle pareti stesse della chiesa. Il presbiterio addobbato a festa, il canto, i brani della Schola in stretta sintonia con le ricorrenze del calendario, il suono dell’organo. Chierichetti, ceri, ceroferari, e profumo di incenso. Nulla lasciato al caso. È vero che qualche volta le direttive del cerimoniere risuonavano piuttosto incerte e allora il “traffico” nel presbiterio diventava un po’ caotico, ma anche questo, con tutti quei bambini felici, era un segno di festa.
Padre Monni mal digeriva in chiesa le schitarrate e le canzonette. Amava il canto “sacro” (quello piano-gregoriano e quello polifonico classico), amava la musica dell’organo, elementi che in chiesa favoriscono la preghiera più intensa e meglio sublimano l’intimità. Le Messe solenni erano distese, eppure non si registravano le frette che si notano oggi in molte celebrazioni, e tanto meno erano i fedeli ad invocarle. Era sua convinzione che l’abbandono o la improvvisazione della liturgia ha impoverito gravemente la spiritualità cristiana, privandola del simbolismo e delpathos, che ne sono la sublime parte integrante. Le nostre chiese diventano sempre più fredde e sempre più deserte. Dei musei trasandati.
La lezione di Padre Paolo Monni sulla dignità esulla bellezza della liturgia
ha edificato molti giovani ed è rimasta viva nel cuore della Schola cantorum del Santuario.
Uomo di forte carisma, in ubbidienza a quell’immenso vescovo che era Mons. Giovanni Melis, dai primi anni Ottanta fu chiamato ad operare come esorcista in diocesi. Una esperienza drammatica, che gli mise il cuore a dura prova. Da alcuni interventi usciva prostrato. Doveva sempre trovarsi vigile, pronto di pensieri e di opere: “come nei giorni precedenti la prima comunione”, diceva. Digiuno e penitenza. Si sentiva braccato come da un nemico subdolo e potente, sempre in agguato.
Era uno scrittore di alto valore. Opere importanti; tra le tante quella sul vecchio Santuario delle Grazie di cui scoprì gli affreschi murali che fece restaurare e quello sul confratello padre Sebastiano Fancello [( Un Gigante in carrozzella) ed. 1996], vero altro campione di servizio ai poveri in missione (Perù e Bolivia).
Voglio, però brevemente ricordare, per quanto rivela la sua personalità di sacerdote, l’ultima sua fatica, Sicut umbra. Una epigrafe apre le pagine, una citazione da I Proverbi: I miei giorni come ombra che declina e io come erba inaridisco. E proprio la prima poesia, in quartine di dodecasillabi in rima rigorosa, sembra un congedo: volgono come un’ombra i miei passi,/ come un’ombra sul fondale marino:/ da lungi una mano segna il cammino.
Quando ci si inoltra nel percorso poetico però, il lettore capisce. Si trova davanti ad un testamento. Ora al gioco nessun più mi invita.È tempo di andare: soli, nella verità della propria nudità. Non valgono né il potere, né l’oro, né i patrimoni; non valgono gli infingimenti. Vanitas vanitatum … È tempo di bagagli, ma non c’è nulla da portare. I tuoi bagagli sei tu, quello che sei. Quel che resta di tutto non è ciò che ti eri illuso di possedere, ma soltanto ciò che hai dato. Questo il messaggio conduttore del poetare della sua coscienza estrema. Tutto l’impegno cristiano si riassume nella virtù della carità. Il tradimento del Cristianesimo è il tradimento della carità. Paolo Monni lo deve gridare: sento nella mia coscienza una voce che mi aggredisce e mi tormenta, finché la parola non è espressa, spesso con veemenza e talvolta con violenza (Introduzione). Ci sono infatti versi pesanti come sassi, scagliati sui “pastori” dimentichi delle loro pecore e intenti soltanto al proprio egoismo. Non esclusi certi Pastori paludati di rosso, oggetto di scandalo per la comunità:stimate più gli anelli che avete al dito/ che la mia mano crocifissa dai chiodi e dai martelli…(Quanto vale un povero Cristo?). Il giudizio sarà tremendo: Presto cadranno gli orpelli/ e nell’arco del cielo, fra lampi e tuoni,/ vedremo Beati gli umili fratelli/ colmi di beni e rovesciati i troni dei ricchi potenti e inani,/ vuote le mani/ come cestelli/ senza fondo né pareti, come aloni/ di nulla su vuoti cervelli (ibidem). Ancora la carità, che sarà il vero oggetto del giudizio: Venite, benedetti dal Padre mio, perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito… ( Matteo, 25-40). Ricordo la sorpresa (e lo scandalo) di tanti, quando uscì nel 2006 Sicut umbra. Ma proprio non si trattava di un gioco. Piuttosto di una rigorosa lettura della propria vita, davanti a Dio e agli uomini. Non solo profetica invettiva opportune et importune, ma insopportabile la delusione spaventosa, soprattutto quando si riferisce ai “pastori”. In controluce una denuncia sulla condizione sociale e su gran parte della nostra cristianità allontanatasi dal Vangelo.
La scoperta della sua poesia meravigliò amici e non. Chi scrive sapeva dei tanti versi nei suoi cassetti, e che si tratteneva dal pubblicarli, per la paura che apparissero un atto di vanità. Si decise nel 2005, 4 anni prima di morire. Voleva arrivasse alle persone di buona volontà un monito preoccupato ed estremo. Prendersi cura di quegli scarti di umanità in cui Cristo si è identificato è l’imperativo fondamentale per tutti coloro che ancora vogliamo essere chiamati cristiani.

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