«Non abbiate paura!»

La Parola di Dio, oggi, mette in luce sentimenti ed emozioni tipici del cuore umano: l’ansia, la paura, la preoccupazione, l’angoscia davanti al pericolo e la paura della morte, che potremmo definire la madre di tutte le paure. Tutti abbiamo delle paure che ci rivelano dove stiamo riponendo le nostre speranze, a cosa ci stiamo aggrappando e dove si sta arenando il nostro cuore. Gesù, allora, con tenerezza, ci viene incontro per mostrarci ancora una volta il Volto del Padre, provvido e premuroso: «Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati», «non abbiate paura: voi valete!».
La comunità a cui l’evangelista Matteo si rivolge, era una comunità che, vivendo in seno al giudaismo, conosceva la minaccia della morte, l’esclusione e la persecuzione. Proprio a partire da quella situazione concreta d’instabilità, l’Evangelista rimette davanti alla comunità cristiana l’insegnamento di Gesù: bisogna imparare a distinguere la Vita vera che è immortale, da quella che passa; la Parola eterna che non può essere taciuta, da quella sterile che si perde nel nulla; la Speranza che ci fa tenere fissa la meta della nostra esistenza, nonostante la prova, dalle speranze illusorie che animano l’uomo, facendolo affondare nell’angoscia della perdita.
Gesù questa domenica vuole ridonarci fiducia: tutto ciò che riguarda l’uomo è fragile, ma Dio veglia su i suoi figli e non permetterà nulla che non concorra al nostro vero bene, perché siamo preziosi ai suoi occhi.
Vorremmo forse replicare che non è facile non avere paura, specialmente quando ci sentiamo paralizzati da essa, specialmente quando come il profeta Geremia, vediamo crollare le nostre certezze. Ma, proprio lui, il profeta di Anatòt, è per noi esempio di credente autentico, di orante tenace e fiducioso, di annunciatore fedele e innamorato della Parola. Geremia si trovò ad annunciare una parola scomoda in una situazione tragica del suo tempo, quella del crollo del regno di Giuda nel VI secolo a. C. Egli avrebbe preferito tacere davanti all’ostinazione dei suoi contemporanei sordi e ciechi, ma non poté fuggire la chiamata perentoria del Signore. Avendo perduto ogni appoggio, sperimentò la solitudine più amara. Sebbene nel suo dolore arrivò a lamentarsi e quasi a ribellarsi contro Dio, ritenendolo responsabile della propria sventura, conservò nell’intimo la certezza che Dio è il Dio della grazia. Pur sentendosi afferrato alla gola dall’angoscia si rivolge a Lui con fiducia, alza un grido di speranza e nella prima lettura leggiamo: «Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso … cantate inni al Signore, lodate il Signore perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori».
Dunque, cosa dedurre da tutto questo? Certamente che la nostra esistenza di credenti è caratterizzata da una lotta spirituale tra la Vita e la morte, che ha radici profonde come ci insegna San Paolo nel brano della lettera ai Romani, per aderire pienamente a Dio. Non a caso la Chiesa ci dona queste Parole in una domenica del tempo ordinario, quasi a ricordarci che ciò che stiamo meditando è pane quotidiano della vita umana, del cristiano che decide di dare a Dio il primo posto nella sua esistenza. Infatti, la paura della morte nasce dal nostro voler essere uguali a Dio, e questa colpa è molto radicata in noi, molto di più della disobbedienza alla legge di Mosè, dice San Paolo. Egli ci mostra come questa tentazione ci può indurre a rifiutare la vera vita, quella che non ha fine, quella che matura nella relazione d’amore con Dio Creatore e Padre.
È una lotta che non dipende tanto dalle difficoltà esterne che ci si presentano, quanto dall’intimo del nostro cuore. Perciò, lasciamoci raggiungere in profondità dalla Parola di Gesù: «Non abbiate paura» perché, proprio lì, dove il nostro cuore geme, può scaturire la fedeltà e la fiducia, possiamo rialzare lo sguardo verso il cielo e ritrovare la vera meta del nostro viaggio terreno: la Vita eterna in Cristo!

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