Morto Antonio Sini, oggi i funerali a Cagliari

Un necrologio in fondo pagina pubblicato oggi ne La Nuova Sardegna dà notizia della morte di Antonio Sini, 89 anni, originario di Sarule, spirato a Cagliari, poeta, scultore e tanto altro. Una morte strappata al silenzio da Vincenzo Floris che, condividendo un post di Massimo Calabrese, ha salutato l’amico nel suo profilo Facebook tracciando un profilo che riportiamo integralmente.

Ieri si è spento in silenzio Antonio Sini – nato nel 1928 a Sarule – poeta e scultore. Pastore sin dall’età di nove anni, non ancora diciassettenne viene arrestato con l’accusa di tentato omicidio e rapina e sconta innocente sette anni di carcere. Assolto con formula piena e finalmente libero, si dedica alla poesia, alla scultura e alla grafica. Vincitore di vari premi letterari soprattutto con La terra che non ride, del 1965, che viene scelto dal regista Giuseppe Fina per un cortometraggio a colori sulla Sardegna. Alla sua attività di scultore si devono numerose sculture lignee, delle quali le più significative sono quelle che si trovano a Tonara. Ha pubblicato anche tre libri di poesie: «La terra che non ride», «Il fiore impiccato» e «Oltre le radici».
Sono versi di esperienza vissuta, di dolore, di rabbia. Spesso una sola parola. «La terra che non ride» fu pure il titolo di un assemblaggio di poesie di Sini e altri, che negli anni Sessanta e Settanta circuitò in Sardegna e fuori. I versi di Antoneddu li hanno tradotti in tedesco, svedese, inglese, russo, spagnolo e giapponese. Pittore e scultore, ha ridisegnato le case basse dei nostri paesi, tempere e acquerelli. Lavora la pietra, il ferro, il legno delle radici.
A questi materiali dà le forme che nella civiltà contadina e pastorale erano segni-sinnos: la matrice del pane, la pecora, ma anche «jocattulos» e «trastis de tribagliu». Tante le mostre, da Torino a Nuoro, da Austis a Roma e Parigi. «A Sassari e a Cagliari i suoi collages sulla violenza nel mondo hanno accompagnato gli spettacoli di Dario Fo e Franca Rame». Conserva nel cassetto molti inediti: ancora poesie e ‘grobes”, copioni teatrali, testi cinematografici e una «Lettera al mio giudice di sorveglianza». È stata lunga la sua esperienza di emigrante. Ritornò sempre, una e più volte. Viveva da anni a Budoni- Un poeta diceva che due cose non si possono dimenticare: la terra dove si nasce e il volto della madre. Mia madre è morta quando avevo nove anni la terra dove sono nato l’ho persa due volte.

Vincenzo Floris

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