Montanaru a 60 anni dalla morte

Poeta universale oltre il Gennargentu

di Barore Liori

Del Novecento, il famoso Secolo breve secondo il saggio dello storico britannico Eric Hobsbawm, Antioco Casula, noto Montanaru, visse solo la prima parte. Il poeta, infatti, morì a Desulo il 3 marzo del 1957, ma nei suoi 79 anni ebbe il tempo di vivere e affrontare di petto uno dei periodi più difficili della storia umana, quello delle due guerre mondiali.
Nato a Desulo il 14 novembre del 1878, il prossimo 3 marzo prossimo ricorre il sessantesimo anniversario della sua morte, ricorrenza da ricordare per la rilevanza del grande intellettuale nel panorama della cultura sarda.
Montanaru è stato prima di tutto un uomo di montagna, la terra di cui ha saputo interpretare le bellezze naturali, il significato della vita, la natura degli uomini, la cultura sobria ed essenziale, la stessa cultura che solo i suoi abitanti possiedono e riescono a trasmettere anche agli altri.
Se secondo l’illustre storico francese, Fernand Flaubert, la montagna è « une fabrique d’hommes à usage d’autrui », il nostro Gennargentu è il luogo da dove gli uomini, partendo per vendere i loro prodotti in tutta la Sardegna e spostare il loro bestiame in tempi inclementi nelle pianure, hanno contribuito con la transumanza e l’ambulantato allo scambio e alla diffusione di culture diverse, fondamento importante per la stessa unità della comunità sarda.
Per Montanaru, la montagna è stata ancora di più il luogo dove la persona ha trascorso quasi tutto il tempo della sua vita di uomo e di poeta, la fonte principale della sua ispirazione, il punto della storia in cui il mondo iniziava e finiva e dove il suo essere terreno si ritrovava in una sintesi perfetta, come se l’uomo, il poeta e il territorio fossero una cosa sola. Una sintesi sigillata da Antioco Casula col suo stesso pseudonimo, anche perché l’uomo e il poeta si ritrovavano in una cosa sola con la loro comunità, Desulo, un paese dove tutto corrispondeva così tanto, la natura e gli uomini, da fare scrivere agli autori del famoso dizionario, Angius-Casalis: «Quasi qui si verifica che il luogo simili a sé gli abitator produce».
Un paese dove l’inverno durava e dura così a lungo e la natura non aveva e non ha nessun bisogno di cura umana, cantato da uno dei più grandi poeti estemporanei sardi, Remundu Piras, nel sonetto Sa idda de Montanaru: «In cussu logu umbrinu e desoladu / in s’annu an deghe meses de ierru. / Cantelzazu, trevusciu e aladerru / be-i naschet chen’esser piantadu».
Disteso in tre rioni come la Barbagia, una e trina, terra d’elezione e di disincanto, Desulo è per il poeta il luogo del mondo dove l’uomo si fregia di avere amici dappertutto, comprese le persone più rappresentative del periodo. Dalla città di Nuoro ai paesi del circondario, dagli intellettuali importanti alle persone comuni, Montanaru intesse rapporti personali ed epistolari che lo mettono in comunicazione con il resto del mondo barbaricino, un mondo di uomini ai quali il poeta dedica le sue poesie e con i quali scambia visite personali, fatti e scelte che lo aiutano a partecipare da protagonista alla vita intellettuale del periodo.
Alla capitale storica della Barbagia, peraltro, il poeta si rivolge in una poesia – A Nuoro – ricordandone due tra i suoi figli più illustri, Grazia e Bustianu, e non dimenticando la struggente bellezza delle sue donne: «Cun cuddos ojos nieddos che mura, / misteriosos che unu nuraghe, / prufundos che un’adde tottu paghe, / arborada e piena de friscura…».
Alla conoscenza e ai rapporti con la gente della sua terra, Montanaru aggiunge una rete di rapporti in tutta la Sardegna e perfino nell’Italia continentale, dove ha la capacità di intrattenere una rete di amicizia che gli permette di comunicare per tanto tempo con gli intellettuali più importanti del periodo, da Pancrazi a Pascarella, da Papini a Pasolini, da Trilussa a Ungaretti, da Baldini a Tecchi.
Dal suo microcosmo desulese non si limita alla lettura e alla conoscenza della cultura della sua terra e neanche di quella italiana, di cui era un lettore attento di Leopardi, Manzoni, Carducci, Pascoli. Conosce la narrativa russa e francese, di cui nutre le proprie curiosità intellettuali con le letture di Tolstoj e di Zola, e nell’occasione della morte del grande intellettuale francese, difensore dei diritti civili e della libertà, scrive una poesia appassionata e di forte tensione morale: Zola est mortu!
A coloro, ancora oggi come ai suoi tempi, che seguono e alimentano con serietà il dibattito sul tema dell’id entità, consapevoli e convinti del ruolo e dell’importan-za della nostra lingua, il poeta si rivolge con impegno civile sincero, dicendo che «se tutti i sardi fossero in questa disposizione di spirito e volessero veramente essere quello che sono, si farebbero rispettare più che effettivamente non siano rispettati»: un modo come un altro, messaggio di straordinaria attualità, per invitare la gioventù del tempo a coltivare la passione della conoscenza della lingua sarda e conservarla come un valore assoluto di vita. Capisce che sulla questione della lingua si gioca gran parte della scommessa morale sulla difesa dell’identità, il punto centrale di quel tema che in tempi successivi sfocerà nell’impegnativo dibattito sulla questione sarda. Un nodo, ahimè, ancora insoluto. Per questa ragione Montanaru sostiene una polemica dura con Gino Anchisi, che l’accusa di perdere tempo con la scrittura della sua opera poetica in lingua sarda.
Di Montanaru si sono occupati i più grandi intellettuali sardi, da Ranieri Ugo, il direttore del periodico “La piccola rivista”, a Raffa Garzia, da Luigi Falchi a Sebastiano Imeroni, per continuare poi con Francesco Alziator, Francesco Masala, Giuseppe Susini, Nicola Valle, fino ai tempi più recenti con Antonio Romagnino e Manlio Brigaglia. Anche la grande stampa nazionale si è interessata più volte del poeta desulese: L’Avvenire d’Italia con Tonino de Nugor (pseudonimo), Il Popolo di Roma con Gavino Cherchi, Il Giornale d’Italia con Sebastiano Dessanay, Il Resto del Carlino con Stanis Ruinas e Il Corriere della Sera con Pietro Pancrazi. Una stima particolare per l’uomo e il poeta la nutriva Cesare Pascarella che, dopo aver letto “Notte de luna”, aveva esclamato: «Se avessi scritto una poesia come quella, mi sarei fatto chiamare poeta!».
La poesia di Montanaru è poesia universale, così universale da fare dire al compianto Michelangelo Pira che Notte de lugore «potrebbe essere stata scritta da un poeta di lingua inglese o da uno di lingua latina, da un poeta antichissimo o da uno modernissimo, perché è poesia universale di ogni tempo e di ogni luogo».
Montanaru era un barbaricino a tutto tondo, valore sottolineato dalla figlia Elena, che nel marzo del 1973 scrive: «Mio padre, si sa, era della razza barbaricina e ne possedeva la forza e il coraggio che non vennero mai meno neanche di fronte alle sventure: la fiacchezza era un’ombra che sfiorava appena il suo animo e passava».
In Barbagia come in tutta la Sardegna è difficile trovare un ovile in campagna o una casa in città dove non si declamino le poesie di Montanaru. In Barbagia come in tutta la Sardegna è difficile trovare un coro o una polifonica che non canti le poesie contenute nelle raccolte di Boghes de Barbagia, Cantigos d’Ennargentu, Sos cantigos de sa solitudine, Sa lantia, Sas ultimas canzones, Cantigos de amargura.
Marisa Sannia, una delle più raffinate interpreti insieme a Maria Carta che la canzone sarda ha mai conosciuto e che il destino ha portato via troppo presto da questo mondo, ci ha lasciato un album in lingua sarda dal titolo Sa oghe de su entu e de su mare, in cui nel 1993 ha aveva musicato i versi del grande poeta.
A Desulo sono presenti vie e scuole intitolate al suo cittadino più illustre. Per ultimo, il Comune ha istituito dal 1992 il Premio Montanaru, un appuntamento culturale importante che ogni anno richiama nel paese del Gennargentu partecipanti di tutta la Sardegna e il fior fiore dell’intellettualità sarda: un appuntamento dove si discute di poesia e di cultura, un’occasione significativa per riflettere anche sulla condizione storica del popolo sardo. Tema quanto mai attuale, al quale Antioco Casula, Montanaru, non è rimasto mai estraneo e da considerarsi forse, insieme alla poesia, il suo lascito più importante.

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