Missionari chiusi in casa

Con la memoria liturgica di Santa Teresina, ogni anno inizia il mese di ottobre dedicato alle missioni. Uno degli insegnamenti più strani che tanti di noi hanno appreso fin da fanciulli frequentando il catechismo è quello di una giovane ragazza proclamata santa e divenuta patrona delle missioni senza mai essere uscita dal suo monastero, nel paradossale accostamento a San Francesco Saverio, il gesuita che ha percorso migliaia di chilometri verso oriente per far conoscere Gesù.
La verità è che attraverso la testimonianza della piccola monaca carmelitana la Chiesa ha donato a noi credenti un suggerimento fecondo per riscoprire e incarnare la chiamata insita nel battesimo ad essere apostoli. «Vorrei essere missionaria, non soltanto per qualche anno – scrive Teresa nel suo diario – . Vorrei esserlo stata fin dalla creazione del mondo, e esserlo fino alla consumazione dei secoli». Tutto ciò nella semplicità di «amare Gesù e farlo amare». Un desiderio concretizzatosi fino alla consumazione del suo corpo a causa della tubercolosi, quando aveva 25 anni.
Sappiamo che, allo stesso tempo, la santa di Lisieux ha sperimentato con umiltà la propria incapacità. Lei scriveva che «far del bene alle anime, senza l’aiuto di Dio, è cosa altrettanto impossibile quanto far risplendere il sole durante la notte».
Un limite che appartiene a tutti e che sentiamo ancora più invalicabile in questi giorni, costretti a stare chiusi in casa davanti all’ondata di nuovi contagi che riporta nuove restrizioni anche nei nostri paesi della Barbagia.
Senza la pretesa di arrivare nelle terre di missione del terzo mondo, sentiamo forte la nostalgia di incontrarci nella chiesa parrocchiale piena di amici coi i quali ritrovarsi e chiacchierare nel sagrato; pure i collaboratori impegnati nell’educazione cristiana dei fanciulli e dei giovani vorrebbero riprendere quanto prima i cammini di formazione per lasciarci contagiare dalla semplicità dei più piccoli; e anche ai preti mancano quelle occasioni comunitarie che esprimono in pienezza l’essere popolo di Dio dove tra fratelli ci si cerca reciprocamente. Occasioni quotidiane dove si capisce quanto sia bello andare incontro all’altro in nome della fede.
A questo proposito, ciò che scopre Teresina è un’illuminazione per tutti noi. Riconoscendo la propria pochezza, si accorge che se Gesù ci dà un compito, sempre e solo Dio stesso può darci i mezzi per portare a termine la missione affidataci. Nella scoperta che l’opera è di Dio e sarà lui a portarla a compimento tramite la nostra persona, nonostante le fragilità umane, la patrona delle missioni e dottore della Chiesa ci insegna che il punto di partenza di ogni apostolato non sono il nostro fervore, il nostro entusiasmo, i nostri progetti… ma la volontà misericordiosa del Padre che vuole salvare e perdonare a ogni uomo.
La ricorrenza odierna porta un grande conforto per noi tutti, specialmente in questo tempo di pandemia, consapevoli tra i vari talenti donati e ruoli che ciascuno ricopre e per i quali adesso ci sentiamo bloccati, il carisma più alto e la via migliore di tutte è quella della carità, l’amore di Dio, l’unica vocazione che ci spinge.
Sì, si può essere missionari in lockdown, sempre vicini spiritualmente nella preghiera anche se fisicamente distanti e avendo gli stessi sentimenti di Cristo Gesù che si è abbassato e ancora corre incontro all’uomo bisognoso di salvezza.
L’ottobre missionario del 2020 avrà certamente un tenore nuovo e originale rispetto alle proposte degli anni passati e resterà sempre e comunque proficuo con i suoi tanti doni di grazia.

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