Una mirada benigna… o Redentore Soberanu

Dae custu artu pranu/ una mirada benigna/ donae a s’ affligida Sardigna/ o Redentore Soberanu”. Domani – giovedì 29 agosto – alle sei del mattino il canto dei goccios risuonerà in piazza Santa Maria della Neve. Si teme la pioggia, ma che importa? Anzi, in queste giornate d’afa sarà pioggia benedetta perché rianimerà le piante in sofferenza, preparerà i pascoli al rifiorire autunnale, farà diminuire il rischio incendi. Si incamineranno i pellegrini partendo dalla Cattedrale, sopiti gli echi della sfilata dei costumi, smorzate le musiche dei balli, la sagra finalmente diventa Festa del Redentore e davvero il canto si fa preghiera, come titola in questo numero in prima pagina il nostro settimanale.

Preghiera meditata e recitata salendo verso il Monte, l’Ortobene, per 13 stazioni fino ai piedi della grande statua alta 7 metri e del peso di 18 quintali, dove intorno alle 8, sull’antico altare in pietra sarà celebrata la Santa Messa, alle 11, poco lontano nel parco la Messa Solenne presieduta da monsignor Mosè Marcìa che pronuncerà la sua ultima omelia da Vescovo di Nuoro, un’anticipazione del saluto previsto per il 7 settembre, poi il 15 settembre l’ingresso in diocesi del vescovo eletto monsignor Antonello Mura che premierà l’anno prossimo le funzioni religiose del Redentore. Durante la Messa il canto si farà preghiera con l’accompagnamento del coro Amici del folklore diretti da Tonino Paniziutti che quest’anno festeggiano i 50 anni di attività, intonando anche nella processione un’orazione collettiva al Principe della Pace: arriverà per pregare anche chi indosserà il costume come scelta intima, personale, a ricordare una fede antica che nulla concede questa volta allo spettacolo. Poi – sempre domani, sempre in onore del Redentore – l’ultima Santa Messa al Monte, alle ore 18 nella chiesetta della Madonna di Montenero consacrata il 26 aprile del 1608.

Per favorire l’afflusso è stato istituito un servizio di bus-navetta da parte dell’Atp (capolinea via Manzoni, frequenza ogni 15 minuti a partire dalle 7.40 con ultima con ultima corsa alle 21; e da parte dell’Arst con partenza ogni 10 minuti da La Solitudine (prima corsa alle 9.30, ultima alle 17).

I tre momenti principali della giornata saranno scanditi da una pellegrinaggio senza soluzione di continuità che per tutto il giorno vedrà i fedeli salire da soli, ognuno con i suoi problemi e le sue speranze, salire i gradini fino alla grande statua di bronzo che dal 1901 benedice la Sardegna dal monte Ortobene. Come da 119 anni, domani sarà la vera festa del Redentore. Festa vissuta da Vincenzo Jerace: lo scultore che vide la moglie morire mentre modellava la statua non potè essere presente alla sua inaugurazione, arrivò a Nuoro l’anno dopo e detto al suo diario queste considerazioni estremamente attuali:

(…) Un palpito mi stringe il cuore, procedo lentamente e, dopo mezz’ora di cammino, eccomi al cospetto del religioso Simulacro. Cercai un albero solitario vicino ad esso e mi accavallai fra i suoi rami fronzuti, in modo da vedere tutto e non essere visto da nessuno. Da quell’invisibile osservatorio si spalancò ai miei occhi uno spettacolo indescrivibile. Sull’immenso altopiano sbucavano a frotte, a ciurme, a centinaia, a migliaia i figli dell’Isola canora, nei loro superbi costumi scintillanti al sole estivo d’oro e d’argento. Figli di Bitti, di Gavoi, di Dorgali, di Orune, di Oliena, madri e spose di una bellezza statuaria, avvolte il viso virile e bronzato nelle loro bende di ebano, partite da Nuoro con in testa il Vescovo, a piedi, arrivano salmodiando, seguite dalle cornamuse, in flebili cadenze, sulla cima fatidica.
Mentre il mare dei fedeli e dei pellegrini ondeggiava nei mille e mille iridescenti colori dei costumi originalissimi, semi orientali, ed un piggia piggia s’accalcava intorno alla sacra mensa non sculta da mano umana ma fatta d’un sol blocco granitico naturale e collocato ai piedi del Princeps Pacis, il venerando Presule mons. Demartis, in cappa magna, alzò la sacra ostia. Tutta la marea si abbassò prosternata profondamente sulla nuda terra, mentre nell’azzurro lontano, lontano, la cima del Gennargentu si dorava dei raggi del sole, che da quel momento, apriva la nuova era di pace e di fratellanza sarda.
Allora ho constatato, creduto, che tutte le ansie, gli sforzi, le fatiche ed i sacrifici sostenuti per la realizzazione di quell’idea, non furono inutili nè perduti, ma avevano in qualche modo imperituro e fruttuoso raggiunto lo scopo, per il quale li avevo affrontati.
Avevo capito che traverso il povero e muto Simulacro della mia mano, uno spiraglio di luce nuova veniva ad illuminare nel tempo e nello spazio, la fervente anima sarda. Gli amici nuoresi, dopo vane ricerche, mi scovarono: mi presero dall’albero per le braccia, e mi trascinarono alla cima benedetta. Il Vescovo, alla presenza di migliaia d’occhi fissi al Redentore, parlò commosso d’ammirazione dell’opera mia (…)».

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