Migranti e etnocentrismo

La prima volta che incontrai il termine etnocentrismo fu durante lo studio della sociologia. Il suo significato catturò la mia attenzione e mi ripromisi di approfondirlo successivamente. In seguito, però, una volta finiti gli studi universitari e inseritomi nel mondo del lavoro, quella promessa fatta anni prima svanì nel dimenticatoio, ma rimase in qualche angolo nella mia mente e riaffiorava ogni qualvolta ne sentivo parlare.
La definizione comune di “etnocentrismo” risale al 1906 quando il sociologo William Graham Sumner scrisse: «È il termine tecnico che designa una concezione per la quale il proprio gruppo è considerato il centro di ogni cosa, e tutti gli altri sono classificati e valutati in rapporto ad esso. I costumi di gruppo sono vincolati a questa concezione, sia nella loro relazione interna che nella relazione esterna. Ogni gruppo alimenta il suo orgoglio e la sua vanità, proclama la sua superiorità, esalta le proprie divinità e considera con disprezzo gli stranieri. Ogni gruppo ritiene che i propri costumi siano gli unici giusti e se osserva che altri gruppi hanno costumi diversi, li considera con disprezzo. Il fatto più importante è che l’etnocentrismo conduce un popolo a esagerare e a intensificare tutti quegli elementi dei suoi costumi che sono peculiari e che lo differenziano dagli altri. Di conseguenza l’etnocentrismo rafforza i costumi di gruppo».
Graham Sumner, insomma, sostiene che l’Occidente è dunque il centro di riferimento e la “unità di misura”, nello studio delle differenze culturali. No- nostante questa definizione risalga all’inizio del secolo scorso, il suo significato è quanto mai attuale. La civiltà occidentale, pur con diverse sfumature, si è sempre arrogata la rivendicazione più o meno accentuata, esplicita e convinta delle qualità autenticamente umane della propria cultura, classificando e relegando gli altri in un’unica categoria, o in un numero molto ristretto di categorie, a cui non si riconoscono gli attributi che caratterizzano la vera umanità.
In poche parole si è auto-attribuita l’esclusiva di umanità.
Nel tempo, al termine di “etnocentrismo”, strettamente legato a una società chiusa, tradizionale, si è sostituito quello di “noi-centrismo” che possiamo far coincidere con un’area di interazione sociale ove si riconosce una omogeneità culturale e linguistica che non necessariamente corrisponde ai confini geografici e politici.
Questa area di interazione sociale la possiamo identificare nei paesi occidentali. Credo che la sostanza non cambi. Vi è sempre la presunzione di supremazia della propria cultura verso le altre che si esprime in giudizi e azioni. Infatti assistiamo quotidianamente al consolidarsi di fenomeni di discriminazione per razza, per religione e in questi ultimi anni si sta diffondendo la paura dello straniero (Xenofobia).
C’è bisogno di una consapevolezza: è necessario considerare gli “altri” non come alternativa a “noi” ma alternativa per “noi”, vale a dire, imparare a comprendere ciò che non possiamo accettare nella direzione di un accresciuto orizzonte culturale.
La diversità e il suo studio servono a capire ciò che ci sta di fronte, senza annullare le nostre identità, nel rispetto delle identità altrui. La comune umanità si realizza attraverso e non malgrado le differenze.

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