Il mestiere di vivere e la coerenza di Satta

Salvatore Satta scrive il De profundis tra il 1944 e il ’45. Gli anni della “guerra civile”. Lo firma nell’aprile. Il 25 aprile, anche se non vi fu la definitiva cessazione dei combattimenti, fu indicato, nel 1949, da simbolo a futura memoria come il giorno della Liberazione dal regime fascista e dall’occupazione nazista. Lo scrive durante gli anni della dissoluzione- interruzione dello Stato. Mentre ci si uccideva tra fratelli in nome di ideali, di partiti e di patrie diverse: mentre l’Italia è “allo sbando”, come ha intitolato la sua importante ricerca sul periodo la storica Elena Aga Rossi.
È capitato – scrive Satta – che l’individuo, come naufrago che la tempesta ha gettato in un’isola deserta, nella notte profonda che cala lentamente sulla sua solitudine, sente infrangersi ad uno ad uno i legami che lo avvincono alla vita; e un problema pauroso che la presenza viva e operante della patria gli impediva di sentire, sorge e giganteggia tra le rovine: il problema dell’esistenza.
Non ci risulta che lo scrittore- giurista partito da Nuoro, abbia manifestato simpatie per il Fascismo neppure agli inizi, quando esso non mostrava ancora apertamente il suo volto diabolico. Anzi dal nipote Paolo, figlio del fratello Angelo che lo ospitò nella casa di Sori (Pieve Ligure) durante i primi mesi di insegnamento a Genova (1938’39) ho avuto una testimonianza di aperte manifestazioni di affetto da parte di Satta per i figli di Giacomo Matteotti, la cui famiglia Paolo frequentava perché compagno al Liceo (a Chiavari) di Matteo Matteotti, secondogenito di Giacomo, dopo Giancarlo – e di disprezzo per la ormai sfacciata dittatura fascista. Deve comunque aver provato la sensazione di sentirsi scoperto di ogni protezione personale e sociale e di dover fare improvvisamente i conti con la precarietà della nuda esistenza, vissuta secondo per secondo. Come sull’orlo dell’abisso.
Non si deve neppure dimenticare il particolare momento della vita di Salvatore Satta, che, dopo il travagliato insegnamento a Padova, oltre al delicato ingresso nell’ostile mondo accademico di Genova, in una situazione sociale così tragica, si affacciava al decisivo impegno di metter su famiglia. Intanto una crisi affettiva e di identità manifestata alla fidanzata: due lettere inquietanti una settimana prima del matrimonio, da Genova – 20 e 22 aprile – dove Bob (suo diminutivo familiare), la madre e Laura si incontrano dram- maticamente in un groviglio sentimentale che intitola “Caino”. Il canovaccio di un romanzo, dove Caino è proprio lui. A pochi giorni dal matrimonio avvenuto il 3 maggio del 1939. Il 2 febbraio del ’40, il primo figlio Filippo. Poi fuga, con moglie e figlio, dai bombardamenti di Genova, per ripararsi nelle campagne di Fontanellato, in provincia di Parma. Lì il 4 giugno del ’43 nasce il secondogenito Gino; e infine altro trasferimento da sfollato nella casa di campagna del suocero a Pieris d’Isonzo non lontano da Trieste.
È a quella casa di campagna che vennero dei giovani insegnanti di Trieste per invitarlo a prendere la carica di Commissario pro tempore della loro Università. Anni dramla matici, delicatissimi in cui furono messi a dura prova gli affetti più intimi e la stessa identità esistenziale del Satta. Forse dentro questo sfondo civile e personale di estrema precarietà e disorientamento si interpreta meglio l’annuncio del De profundis sull’avvenimento più grandioso e più terrificante che possa accadere nella vita dell’individuo: “la morte della patria”. Einaudi gli rifiuta la pubblicazione e Salvatore Satta ricorre alla Cedam l’Editore che gli aveva già accolto altri lavori di un certo successo – come nel ’41 la Guida pratica al nuovo processo civile italiano. E Cedam pubblica il De profundis nel 1948, non si sa con quale convinzione o quale prevenzione (in seguito diventerà il “suo” Editore, pubblicando il prestigioso Manuale di Diritto processuale Civile e i Colloqui e Soliloqui di un giurista, per citarne due dei tanti.
Ma perché Einaudi respinge il libro? Nella lettera (6 maggio 1946), Massimo Mila, responsabile in quegli anni della redazione torinese, risponde con estrema chiarezza: perché Satta non ha fatto il partigiano e quindi nella Editrice non si può accettare sua posizione. Ecco il passo più significativo della risposta: «Non accettiamo il manoscritto per la pubblicazione, perché il suo modo di vedere le cose è troppo radicalmente diverso dal nostro. (…) Nella nostra casa editrice siamo stati tutti partigiani e non accettiamo la Sua posizione sugli avvenimenti dal 1940 al 1945 … Lei è rimasto sempre estraneo agli ambienti antifascisti durante i vent’anni del regime, e questo le ha tolto di vedere gli avvenimenti odierni dal punto di vista di chi vi ha partecipato e ha contribuito, sia pure in minima parte, a determinarli. Lei è il tipico assente e sconta oggi la sua assenza col catastrofismo che le fa vedere il nostro popolo come un abulico e passivo oggetto di storia» .

Salvatore Satta risponde il 12 maggio, avanzando che ci sono stati altri modi “in purità di spirito” di resistere al fascismo, uno dei quali il suo. «È logico – scrive – che in questa sede non possa entrare in polemica con Lei e ribattere gli appunti che Ella fa al mio libro. Mi consenta però di mandarLe il mio Discorso inaugurale dell’Università di Trieste (pronunciato il 25 novembre del 1945, subito dopo la Liberazione), non per la pubblicazione, ma per mostrarle che lo stesso bisogno di sincerità e di onestà che ha ispirato il “De profundis” ha spinto “il tipico assente”, “il catastrofico pessimista”, “l’estraneo agli ambienti antifascisti”, come Mila ama pensarmi, ad assumere una responsabilità e ad occupare un posto senza obbligo, senza strepito, senza lucro dal quale molti italiani attivi e ottimisti si terrebbero oggi prudentemente lontani».

A testimonianza del proprio antifascismo porta il “Discorso inaugurale” all’università di Trieste del 1945, intriso di libertà civile e dei valori universali scaturenti dalla cultura umanistica italiana. Ma tante altre circostanze avrebbe potuto opporre e documentare. Come ad esempio il discorso dirompente contro i pilastri giuridici del Fascismo nella “Prolusione” all’Università di Padova del 7 dicembre 1936, dove difendeva i diritti dell’individuo contro ogni ideologia e ragion di stato, accendendo uno scontro lungo e duraturo contro il Carnelutti, cui succedeva alla cattedra, e in realtà contro l’intera scuola filofascista; l’amicizia concreta, e ideale insieme, con Concetto Marchesi, con Piero Calamandrei, con Capograssi; la frequentazione del Comitato triestino di Liberazione negli anni in cui era a Pieris d’Isonzo, e altro ancora.
Sulla presenza poi nella Einaudi solo di “resistenti” puri, col senno di poi si potrebbe discutere a lungo. Ricordo soltanto l’esempio più emblematico: Pavese ha ripreso, pochi mesi dopo la Liberazione, la sua attività in Editrice addirittura come responsabile del riordino della sede romana. Già nel ’38 nel suo Diario (Il mestiere di vivere, 23 marzo) aveva affermato perentoriamente: «Non ci innamoreremo mai per quelle idee per cui si accetta di morire» . E tutti sapevano e sanno della fuga “in collina” dove stette nascosto per due lunghi anni, lontano com’era dalle idee fasciste, ma anche da quelle di molti dei partigiani. E con la Einaudi riprese a pubblicare. La dolente La casa in collina; del 1949 ne racconta tanti tratti autobiografici; ma si pensi anche a La luna e i falò, sempre Einaudi 1950 (evidentemente Mila era distratto). Penso a Beppe Fenoglio successivamente per Una questione privata.
Le eccezioni riempirebbero lunghe pagine.
Rifiutato La veranda nel 1928. Rifiutato il De profundis nel ’46. Il primo perché di contenuto poco allineato col Fascismo: l’ambiente decadente di un sanatorio e i protagonisti tubercolotici “sputacchiosi” ben lontani dal vitalismo dionisiaco sprizzante dall’ideologia fascista e dal pensiero di quasi tutta la Commissione del Premio Mondadori. Il secondo per il motivo opposto: praticamente “allineato”, secondo Mila al Fascismo. Non era tanto necessario opporre fatti o ragioni. Se Pavese si era rifugiato nella “casa in collina”, Satta si era appartato nella “casa in campagna” prima di Fontanellato e poi di Pieris d’Isonzo. Solo che Pavese aveva una specie di “riserva escatologica” impossibile al giurista nuorese. Riprese il lavoro in Editrice a Roma, non a Torino, dove si trovavano gli amici ritornati, quasi tutti, dalla resistenza clandestina. Ma dopo aver scritto una lettera all’amico Mila, il 10 novembre del ’45: «Io ho finalmente regolato la mia posizione iscrivendomi al Pci». Quella tessera di “redenzione” oltre Pavese e i tanti riaffioranti dalla “zona grigia”, la presero anche un gran numero di fascisti patentati. Un “mestiere di vivere” che Salvatore Satta non imparò mai. (2. Continua)

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