Mes o non Mes? Il vero problema resta italiano

Proviamo a riflettere sul MES  dopo l’accordo raggiunto nell’Unione Europea che stando a quanto ufficializzato dovrebbe consentire a ogni Stato membro di spendere fino al 2% del Pil per sostenere la lotta al Coronavirus ottenendo finanziamenti a tassi agevolati (36 miliardi per l’Italia) con durata fino a 10 anni e senza alcun tipo di condizioni dettate dal Fondo salva-Stati per l’erogazione dei prestiti, a differenza di quanto avvenuto in passato per i salvataggi di Stati membri come accadde con la Grecia. Innanzitutto cos’è il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES, appunto)? In pillole: è un Fondo internazionale sorto nel 2012 per fornire assistenza finanziaria ai Paesi dell’Eurozona durante particolari momenti di difficoltà. Ognuno dei 17 Stati ha sovvenzionato questo fondo diventandone una sorta di “Socio” e decide sulle attività in rapporto ai soldi versati, come in una qualunque Impresa, una qualunque Banca. Infatti il MES assomiglia ad una Banca che presta denaro e lo concede in base alle condizioni del cliente. Però ai clienti particolarmente indebitati non fornisce denaro ad un tasso molto alto come succede nel privato, trovandosi di fronte a degli Stati soci, ma impone delle regole (le famose condizionalità) a chi chiede il prestito finalizzate a raddrizzare i conti pubblici. Il rispetto delle condizioni viene monitorato costantemente dalla Banca Centrale Europea e dai ministri dell’Economia dei paesi dell’Eurozona.

Detto questo, per tentare una lettura delle ultime vicende, diciamo subito che Il Sole 24 Ore, autorevole quotidiano finanziario di Confindustria, già da qualche settimana, ha iniziato a decantare le lodi dell’accordo raggiunto per utilizzare il MES sulle spese sanitarie. Nell’edizione di oggi si è spinto oltre analizzando positivamente l’utilizzo del Fondo vero e proprio in Spagna, Cipro, Portogallo, Irlanda (dove ha dato ottimi risultati in termini di crescita del Pil) e Grecia in cui è stato tra le cause dell’aggravarsi della crisi economica. Pensando male, e sperando di non azzeccarci, si potrebbe dubitare che si stia cominciando a preparare l’opinione pubblica all’adozione del Meccanismo nel suo complesso per raddrizzare i conti del nostro Paese col nuovo anno e, forse, con un nuovo Governo. Personalmente non sono ideologicamente contrario al MES, lo ritengo uno strumento e come tale il suo risultato dipende dal come viene usato più che dalla sua natura intrinseca. Infatti, l’austerità – parola a cui dovremmo riabituarci finita l’emergenza sanitaria – può basarsi sulla riduzione della spesa pubblica o di un aumento delle tasse. Inutile dire che quest’ultima possibilità, vista la pressione fiscale in Italia, sarebbe devastante sia sul lato delle imposte dirette che indirette. Non voglio neanche pensare all’ipotesi di una patrimoniale o di un prelievo forzoso sui conti correnti.

Rimarrebbe perciò solo l’ipotesi di tagli concreti alla spesa pubblica con una conseguente riduzione della pressione fiscale su chi produce reddito, dipendente o imprenditore che sia. Sulla creazione di valore, però, l’imprenditore Stato italiano è piuttosto indietro. Una ripartenza del paese non può che passare per un aumento della produttività del personale statale a tutti i livelli che, almeno secondo me, dovrebbe essere valutato periodicamente per valutarne il rendimento e le condizioni di conservazione del posto di lavoro. La vulgata dei dipendenti pubblici sfaticati è sbagliata per molti lavoratori onesti ma esistono numerosi lavativi in tutti i settori, di fatto non licenziabili nonostante lo scarso impegno.

L’altro pilastro è la riduzione dei troppi processi burocratici. Negli Stati Uniti per alleviare gli effetti della pandemia il bonus per gli imprenditori è stato accreditato in automatico, senza bisogno di domande, click o protocolli. In Italia la procedura era differenziata in base alla gestione previdenziale, al tipo di attività, alla presentazione di un’istanza e a distanza di due mesi dal decreto alcuni cittadini non l’hanno neppure ricevuto.

Infine lo Stato deve riprendersi le sue responsabilità senza scaricare i suoi compiti sui cittadini. La strategia di contrasto del coronavirus ha evidenziato l’abitudine tutta italiana di spostare gli oneri espliciti ed impliciti della sicurezza dei cittadini. Per fare un esempio: i protocolli sanitari per la riapertura comporteranno dei costi altissimi per le aziende, soprattutto per le micro e le piccole imprese che non potranno sfruttare economia di scale. Inoltre all’esborso monetario si aggiungeranno i rischi penali e amministrativi per eventuali contagi o peggio, per la possibilità teorica che ci possano essere contagi a clienti e dipendenti. Possibilità tutta da dimostrare ma che sottoporrà gli imprenditori a contenziosi lunghi e dispendiosi. Garantire la prevenzione dal contagio, specialmente dopo due mesi di chiusura, però dovrebbe essere un compito esclusivo dello Stato – anche in considerazione del volume delle tasse pretese – e di conseguenza dovrebbe sopportarne i costi. Per non incorrere nell’inferno burocratico descritto prima basterebbe riconoscere un credito di imposta pari all’ammontare complessivo dei costi relativi alla sicurezza sul lavoro, e non solo per il periodo di emergenza sanitaria. Gli imprenditori sarebbero stimolati a spendere l’importo più congruo poiché sono chiamati ad anticipare spese e Iva (sarebbe trascurabile la quota dei “furbetti” della fattura gonfiata) e lo Stato adempierebbe così ad un suo dovere.

Questi sono solo alcuni esempi delle cose che si dovrebbero fare e se il MES fosse funzionale a raggiungere lo scopo non ci sarebbe niente di male. Non mi spaventa la cessione della residua sovranità economica perché dopo Maastricht e quasi trent’anni di leggi di Bilancio approvate prima dall’Europa che dal Parlamento è difficile pensare che l’Italia abbia ancora una seria autonomia decisionale e, purtroppo, non ha di sicuro neanche l’autorevolezza politica per rivendicarla.

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