In memoria di Stephen William Hawking

Cristian Corda, inizia la collaborazione con le nostre testate con questo articolo su Stephen William Hawking, l’astrofisico non credente morto oggi all’età di 76 anni, membro della Pontificia Accademia delle Scienze che ha commemorato lo scienziato ricordando che ai quattro Pontefici incontrati, Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco (foto in alto), ha spiegato di voler «fare avanzare la relazione tra fede e ragione scientifica». Corda,  nato a Nuoro il 3 luglio 1969, si è laureato in scienze fisiche, ha conseguito successivamente il dottorato di ricerca in fisica all’università di Pisa, con una tesi sulle onde gravitazionali come membro della Collaborazione Virgo. Dal gennaio 2014 è abilitato all’insegnamento universitario di fisica teorica ed astrofisica. È professore a contratto per il Research Institute for Astronomy and Astrophysics of Maragha, in Iran, caporedattore dei giornali scientifici specialisti internazionali Journal of High Energy Physics, Gravitation and Cosmology, dell’editore internazionale Scientific Research, e Theoretical Physics, dell’editore internazionale Isaac Scientific Publishing. Recentemente ha pubblicato il libro divulgativo “Onde gravitazionali. La scoperta del secolo”,  PM edizioni.

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Stephen William Hawking nasce l’8 gennaio 1942, esattamente 300 anni dopo la morte di Galileo Galilei, e muore il 14 marzo 2018, esattamente 139 anni dopo la nascita di Albert Einstein. Un predestinato dunque? Si tratta, più probabilmente, di intriganti coincidenze con un certo carattere poetico. Stephen (lo chiamo per nome perché così si usa tra colleghi, lo feci anche in uno scambio di email che ebbi lo scorso anno con un suo assistente, per invitarlo ad una conferenza in Iran, che, cortesemente, declinò) era sicuramente il più celebre scienziato contemporaneo, e, secondo chi scrive, anche il più grande. Su questo secondo punto va detto che non c’è l’unanimità all’interno della comunità scientifica, forse anche a causa di invidie e conflitti. Molto modestamente, Stephen dichiarò a suo tempo di esser considerato «un fisico come tanti» tra i suoi colleghi, e di dovere la maggior parte della sua fama alla sua disabilità. Già all’età di 21 anni, infatti, gli venne diagnosticata una malattia del motoneurone, che sembrerebbe una forma a lenta progressione di sclerosi laterale amiotrofica, e che lo portò in seguito, purtroppo, alla paralisi semi-totale ed alla necessità di comunicare con un sintetizzatore. Gli venne anche fatta una diagnosi di pochi anni di vita, che si rivelò però errata, grazie alla sua grandissima volontà e voglia di vivere, che gli permisero di impegnarsi intensamente per oltre altri 50 anni. Sebbene i suoi studi sulla cosmologia quantistica e sull’origine dell’universo siano stati di importanza fondamentale, Stephen è stato celebre soprattutto per aver rivoluzionato negli anni ‘70 la fisica dei buchi neri, assieme al fisico israeliano Jacob Bekenstein, mancato, purtroppo, nel 2015, ed i cui contributi in questo contesto sono, spesso ed ingiustamente, poco considerati rispetto agli studi dello stesso Hawking.

Gli studi di Bekenstein ed Hawking hanno infatti permesso di capire che i buchi neri sono i “mattoni fondamentali” dell’unificazione delle due più importanti teorie fisiche contemporanee: la relatività generale di Einstein e la meccanica quantistica, e dunque rappresentano una pietra angolare per arrivare a realizzare ciò che era il grande sogno di Einstein, e cioè unificare le leggi della fisica, mostrando che tutti i fenomeni che governano la Natura discendono da un unico principio chiave. Di questo argomento si è occupato anche il celebre film sulla vita di Stephen, intitolato, non a caso, “La Teoria del Tutto”. Il film, del 1914, è tratto dalla biografia “Verso l’infinito”, scritta dall’ex moglie di Stephen, Jane Wilde, ed ha permesso di ottenere il Premio Oscar come miglior attore protagonista al bravo attore britannico Eddie Redmayne.

C’è da dire che chi scrive è di parte nel considerare Stephen il più grande scienziato contemporaneo, in quanto ha trascorso gli ultimi sette anni della sua carriera scientifica a lavorare proprio sulla sua celebre teoria dei buchi neri, apportandole anche qualche interessante ed importante modifica. In altre parole, gli dovevo molto, sia per la mia carriera scientifica, sia per il gusto ed il divertimento che mi dava giocare con la sua teoria dei buchi neri e con le sue spettacolari conseguenze. Di opinione diversa è invece il sopravvalutato matematico, Piergiorgio Odifreddi, che su Stephen fece la seguente, squallida dichiarazione, riportata su Sette del Corriere della Sera: «È una costruzione mediatica. Un divo, con comparsate dai Simpson a Star Trek, ma i suoi studi teorici non sono poi così eclatanti, l’impatto praticamente nullo, la fama si basa sulla malattia». Questo è proprio quel tipo di invidia di cui parlavo sopra, e non a caso il mio amico Paolo Salucci, attuale professore di Astrofisica alla Sissa di Trieste, ed unico italiano ad aver fatto parte del gruppo di ricerca del mentore di Hawking, il fisico britannico Dennis Sciama, nello stesso periodo in cui ne faceva parte Hawking, ha così commentato la frase di Odifreddi: «L’invidia è una brutta bestia. Ovviamente, tutte le scoperte di Stephen non hanno ancora passato il vaglio sperimentale (se no avrebbe preso tre Nobel!), ma i suoi lavori hanno sicuramente un impatto mostruoso».

Chi scrive approva la dichiarazione di Paolo ed aggiunge che Odifreddi all’estero è pressoché sconosciuto, a differenza di Hawking, dello stesso Salucci, e, nel suo piccolo, anche dello scrivente. Sulla grandezza dello scienziato Hawking non va, però, neppure raggiunto l’estremo opposto. C’è chi dice che Stephen sia stato più grande di Einstein, magari a scopo di pubblicizzarne la sua attività divulgativa. Pur ammettendo che Stephen sia stato il più grande scienziato contemporaneo, secondo chi scrive questa presunta superiorità rispetto ad Einstein resta un’autentica barzelletta. Einstein era di un altro, per ora inarrivabile, livello, anche rispetto ad Hawking. Su questo è molto esplicito il grande divulgatore scientifico israeliano naturalizzato statunitense Amir Dan Aczel, purtroppo mancato anche lui nel 2015. Nel suo bel libro “L’equazione di Dio”, Aczel, infatti, critica il fatto che a volte Hawking citasse Dio, come faceva Einstein, magari per confutare certe tesi dello stesso Einstein. Aczel concudeva ricordando che Hawking non era Einstein, e che, sebbene notevoli, le sue scoperte non sono certo del livello di quelle di Einstein. Anche Stephen era un’eccellente divulgatore. Raggiunse infatti fama planetaria negli anni Ottanta, grazie al suo bestseller di divulgazione scientifica“Dal big-bang ai buchi neri. Breve storia del tempo”, ed in seguito ha scritto altri interessanti libri divulgativi.

Va ricordato che, anche relativamente al rivelatore di onde gravitazionali che si spera di poter costruire a Lula, Stephen è stato attivo nel campo delle stesse onde gravitazionali, non solo scrivendoci interessanti articoli scientifici, ma anche sponsorizzandone pubblicamente la ricerca, con forti dichiarazioni di sostegno per la costruzione di nuovi rivelatori. Perciò, se la candidatura di Lula a ospitare l’Einstein Telescope verrà davvero realizzato, una parte del merito sarà anche di Stephen. Per concludere, chi scrive enfatizza che spesso Stephen non lesinava di fare dichiarazioni pubbliche di carattere filosofico, morale, o civile. Sebbene ognuno abbia il diritto di dire la sua su questi argomenti, va ricordato che, in questi casi, ciò che diceva Stephen (che tra l’altro ha fatto anche degli errori scientifici ed ha avuto vari cambi di opinioni su questioni scientifiche fondamentali) non andava preso per oro colato. Il sottoscritto tende infatti ad esser concorde col detto einsteniano “I fisici lascino i filosofi a filosofare e si occupino della fisica”. Ciao, Stephen, che i buchi neri ti accompagnino nel tuo ultimo viaggio.

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