Mario Melis, il politico che faceva la pasta in casa

Così la figlia Laura ricorda Mario Melis: «A lui, così come a mia madre, devo la coerenza, la concretezza e l’integrità con cui mi trovo ad operare nel lavoro e nella vita di tutti i giorni, ma anche la curiosità che mi porto dentro. È sempre stato un punto di riferimento nella mia vita e oggi più che mai, di lui mi manca il confronto».

Laura, a che età suo padre ha iniziato a fare politica?
«Dopo la caduta del fascismo aveva militato nel PSd’AZ e nel 1944 appena ventitreenne aveva preso parte alla riformazione del partito. Eletto consigliere comunale ad Oliena nel 1951, sindaco nel ’56, riconfermato dal ’60 al ’64, ricoprirà la carica di primo cittadino per altri 4 anni con varie interruzioni».

Com’era in casa?
«Una presenza forte di cui si avvertiva tutta l’autorevolezza. In seguito ebbi la consapevolezza che lui ascoltasse molto più di quanto io non lo percepissi».

Come viveva il suo ruolo politico?
«Non amava l’ostentazione del potere. Ai figli ha sempre insegnato il rispetto per il ruolo, nessuna piaggeria verso l’autorità ma un atteggiamento paritario».

Che rapporto aveva con i cittadini? E con Oliena?
«Era schietto senza giri di parola. Ma se c’era la possibilità di prendere in considerazione il problema lo affrontava. Aveva 9 anni quando la famiglia si era trasferita a Nuoro. D’estate, fin da bambino si recava a Oliena con la famiglia, in seguito ha sempre avuto costanti rapporti umani e politici».

Quali interventi durante la sua amministrazione?
«Quando era stato eletto sindaco la situazione economica era grave e quindi i suoi impegni erano totalizzanti. Molti i suoi interventi: dalla bonifica della valle di Lanaitho alla strada per Maccione e la costruzione della colonia per bambini. La valorizzazione del Gologone è stata una sua idea per avere incoraggiato Peppeddu Palimodde ad avviare la prima locanda. La nuova scuola media e la strada di circonvallazione da lui realizzata nella zona di Falaenodi aveva reso edificabili i terreni circostanti».

Di che cosa andava orgoglioso?
«Di aver avviato negli anni 80 il Porto Canale di Cagliari e nel 1990 il CRS4, Centro di Ricerca, sviluppo e studi superiori».

Qualche rammarico?
«La mancata realizzazione del progetto di zona franca».

Pesava la sua assenza in famiglia?
«A volte poteva essere salutare se si era accumulata molta tensione (sorride Laura). Comunque non poteva fare a meno di rientrare in famiglia per allentare le tensioni e riposare».

A casa parlava di politica?
«La politica faceva parte della nostra famiglia. In questo modo noi ci siamo formati anche all’idea che fosse un servizio al cittadino e alla comunità».

Un difetto e un pregio.
«Era impulsivo. Tuttavia aveva la consapevolezza di esserlo. Un pregio: la curiosità e la capacità di comunicare».

Una curiosità?
«Faceva la pasta in casa, ed era buona. Ravioli, malloreddos, pappardelle e tagliatelle in tutte le varianti. Si era perfino munito di impastatrice e di sfogliatrice. A mia madre il compito di metterla in pentola. Credo sia stata una forma di meditazione, un modo per scaricare la tensione».

Aveva più amici o più nemici?
«Non saprei. Sicuramente aveva molti amici, avrà avuto anche nemici perché le cose le diceva in faccia e a quel punto i nemici se li faceva».

Cedeva ai sentimenti?
«Amava intrattenersi con tutti e alla sofferenza delle persone partecipava anche con scritti».

Come ricorda i suoi ultimi momenti?
«È venuto a mancare nel 2003, due anni dopo aver festeggiato 50 anni di matrimonio. Durante la sua breve malattia ha avuto la consapevolezza che gli restasse poco tempo e sentendo l’attenzione della famiglia che si era stretta attorno a lui, disse “Noi siamo una sola cosa”».

© riproduzione riservata