Sei lunghi mesi di attese tradite

Può essere biasimato un pastore che, fiaccato da due anni di siccità e che ha incassato il 40 per cento in meno dal latte, decide di salvare il bestiame e rinunciare a versare i contributi Inps e Inail per comprare il mangime? A una domanda posta così la risposta è scontata. In realtà la decisione della Regione sarda di bocciare le domande di contributo di 13 euro a pecora ai pastori che hanno contenziosi aperti con gli istituti previdenziali, nasconde un problema che va ben oltre il contingente.
Banale ricordare che all’Inps e all’Inail è legato il destino di ognuno di noi e che se non si versano i contributi alla fine, mancano i soldi per pagare le pensioni, assegni di invalidità, indennità di accompagnamento. Paradossalmente poi il Durc, quel documento che attesta il pagamento regolare di quelle che un tempo in agricoltura si chiamavano “marchette”, da strumento di tutela dei lavoratori non può essere considerata un’arma di offesa per i pastori. Perché se da un lato è giusto che un’impresa edile per concorrere a un appalto pubblico dimostri di non aver fatto la cresta sugli oneri previdenziali, dall’altro è naturale che chi incassa contributi pubblici sia in regola con i versamenti o, al limite, possa compensare crediti e debiti.
Questa vicenda nasconde però l’incapacità politica e burocratica a prevenire i problemi e la propensione ad alimentare le tensioni sociali creando false aspettative. Nonostante quanto si tenta di far credere, infatti, non siamo in presenza di un Inps cattivo intenzionato a rubare il formaggio ai topi. I pastori non sono stati traditi dal Durc ma da sei mesi di equivoci, bugie reticenze, rinvii. Da sei mesi (non da 70 giorni, caro assessore Caria) si sta discutendo di una legge definita urgentissima, emergenziale ma votata e modificata per ben tre volte. Ad aprile si volevano acquistare ventimila quintali di pecorino romano, poi a luglio si è deciso di destinare i 12 milioni agli aiuti diretti che a settembre sono diventati 45. E ora parlate di Durc, tacendo su un piccolo particolare: il Governo non ha ancora decretato quello stato di calamità naturale che tra l’altro permetterebbe di sospendere o ridurre del 50 per cento proprio gli oneri contributivi, incidendo su gran parte del problema alla radice. Eppure la Regione a giugno disse di aver protocollato la domanda; a fine luglio si parlò addirittura di “stato di emergenza” (riconosciuto invece nel giro di poche ore sempre per la siccità agli agricoltori di Parma e Piacenza), mentre solo il 27 settembre è stata presentata la richiesta ufficiale e il Governo dopo un mese – alla faccia dell’urgenza – non ha ancora risposto: lo farà prima del 31 ottobre o aspetterà la nuova manifestazione annunciata dal Movimento pastori?

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