Ludopatia, un rischio sottovalutato

Oltre 73 milioni di euro giocati nelle slot, le famigerate “macchinette”, nel territorio della diocesi (quasi 25 milioni a Nuoro), questi i dati riferiti al 2016 e ampiamente illustrati sul nostro settimanale del 21 gennaio. E queste cifre non comprendono il denaro giocato ai gratta e vinci, lotto e on line. Un dato che certifica la diffusione di un fenomeno che ha il suo peggiore risvolto nella piaga della ludopatia, la dipendenza da gioco di cui si occupa tra gli altri il Serd della Assl nuorese diretto dalla dottoressa Rosalba Cicalò. «Il fenomeno è in crescita – conferma Cicalò – ma ho l’impressione che rispetto alle dimensioni che ci vengono dai numeri, dall’apertura di nuove sale, dalla percezione, le richieste d’aiuto siano sottostimate » .
Dottoressa Cicalò quante persone affette da ludopatia sono attualmente seguite dal Serd?
«Abbiamo in carico circa 50 famiglie, non è poco per Nuoro, ma sono convinta che il numero dei pazienti che accogliamo sia ridotto rispetto alla portata del fenomeno. Forse Nuoro è un po’ chiusa e rimane un pregiudizio nei confronti del Serd, visto ancora come il luogo al quale si rivolgono i tossici. Forse, poi, non è ancora del tutto chiaro che il gioco è una dipendenza».
Cosa la porta a pensarlo?
«Lo dico perché è quello che ritroviamo nelle famiglie. Quando arrivano qui a chiedere aiuto, e solitamente sono i familiari dei giocatori a farlo, sono ormai di fronte al dissesto economico, hanno il frigo vuoto, toccano con mano il problema e si svegliano ma magari sono passati cinque o otto anni dall’inizio del fenomeno, un periodo nel quale la famiglia si è chiusa per la vergogna, o perché inizialmente non si capisce o perché è disorientata. Quando riesce a cogliere, quando realizza cosa sta succedendo, comincia a pensare di poter colmare e tamponare, cerca di non far uscire il problema dalle mura di casa, ma questo regge sino a un determinato momento fino a quando i legami familiari si rompono».
Come nasce la ludopatia, come si spiega?
«Non c’è dubbio che il gioco ha un’identità come patologia, è una malattia dovuta a un discontrollo degli impulsi, a una perdita dell’autocontrollo. È quello che accade in tutte le altre dipendenze, solo che qui abbiamo a che fare con una dipendenza comportamentale, non con una sostanza che vediamo e tocchiamo, ma i meccanismi neurofisiologici sono gli stessi, si accendono gli stessi circuiti celebrali che accendono le sostanze.
Sia chiaro, il gioco è una cosa che piace, siamo nati giocando, il gioco è strumento di crescita, ci aiuta a socializzare, confrontarci. C’è una fase in cui può essere non problematico, ad esempio per chi gioca una schedina una volta l’anno, ci sono delle difese che aiutano a contenere quel fenomeno, siamo nel campo della normalità. A volte però si scivola nel patologico, e spesso c’è anche una fragilità di base in quel momento nella persona, eventi traumatici, luttuosi, disturbi dell’umore, ansia, depressione. Così come le sostanze agiscono a volte come automedicamento così anche il gioco può avere questo ruolo, una risposta a un disagio psichico di fondo. A volte il gioco slatentizza (rende evidente, rivela ndr) questo disagio psichico nella fase della perdita, dopo la fase della vincita si va incontro a un abbassamento del tono dell’umore e più i giocatori si deprimono più ricorrono al gioco fino a quando non si arriva alla fase della disperazione».

 Rosalba Cicalò

Qual è la situazione nel nostro territorio?
«Come servizio, a metà del 2016, abbiamo fatto una indagine conoscitiva del fenomeno nella città di Nuoro somministrando un questionario ai gestori dei locali per avere una percezione dal punto di vista di chi ha un contatto frequente con questi utenti.
Abbiamo intervistato gestori di 35 bar, 24 tabacchi e altri 8 locali. Lo sguardo è spaziato dalle sale gioco dove ci sono le slot sino ai gratta e vinci. Il 69% dei gestori ha riferito che spesso c’è una associazione gioco – alcol. Questo è un dato di fatto, le due dipendenze sono spesso associate.
Il 67% dei gestori ha poi riferito che i giocatori sono prevalentemente di sesso maschile, mentre per i gratta e vinci sono in prevalenza donne.
Per quanto riguarda il numero delle giocate, per le slot sono in media 3 – 4 alla settimana, per i gratta e vinci sono almeno 5 la settimana. Nel lotto e superenalotto non c’è differenza di genere e il numero di giocate è pari a 3 – 4 alla settimana, per ogni giocata si spendono oltre 10 euro. Un altro dato è che non tutti i giocatori sono nuoresi, molti arrivano dai paesi.
La maggior parte dei gestori era a conoscenza del fatto che ci sia un Serd che si occupa del problema, sono sembrati sensibili, qualcuno ha anche affermato di aver avuto pressioni per avere in prestito del denaro. Mi ha colpito un gestore che ha deciso di non esporre mai le vincite, “se dovessi esporle occuperei uno spazio minimo mentre se dovessi esporre le perdite quanti km potrei coprire…”, è significativo».
Torniamo all’associazione gioco alcol.
«È un fenomeno diffuso che nel nostro territorio è confermato. Si gioca e si beve nello stesso locale. Notiamo che nel trattamento di alcolisti si crea una cross dipendenza, si liberano cioè dall’alcol ma giocano di più. Come spieghiamo questa associazione? L’alcol è un potente disinibitore, abbassa il livello di autocontrollo e facilita l’impatto del gioco. Aiuta anche a spegnere la sovraeccitazione, bere è anche sedare. Rende purtroppo anche la prognosi più sfavorevole, si va incontro anche a episodi suicidari.
Non tutti i giocatori sono uguali, non ci sono solo le slot ma è sempre più pervasivo – basti pensare alle pubblicità – il gioco su internet.
«C’è un diverso modello tra chi gioca off line e chi gioca on line. Chi usa le macchinette crea una vera e propria relazione, un rapporto di amore-odio con quella macchina, quasi familiarizza perché diventa l’oggetto appagante. Il giocatore si convince che il gioco paghi, vive in questa illusione. I giocatori sono diversi anche in termini di età: chi gioca off line ha una età più alta, l’accesso online sembra più riservato alle fasce giovanili. Anche la modalità di pagamento è diversa: nell’on line si paga con le carte nelle slot no, se da un lato c’è la percezione di quello che si spende, nell’on line si perde completamente. Se il giocatore off line vive in una dimensione anche socializzante, perché si trova in un ambiente pubblico, chi gioca on line è in giocatore solitario».
A fronte di quello che incassa quanto spende lo Stato nel Servizio sanitario per curare le dipendenze?
«Non ho un termine di paragone, di certo c’è un’ambiguità, come nel tabagismo e in tutto quello che lo Stato cerca di gestire. Da un lato lo Stato cura, e fa un grosso investimento in termini di risorse, di personale, di spesa sanitaria. Si cerca di contenere il fenomeno, così come fanno sindaci più coraggiosi ma il messaggio è subliminale. Siamo dentro questa schizofrenia. C’è un dato su cui riflettere, è stato calcolato che a Nuoro il 6% del Pil se ne va in gioco d’azzardo».
Ha un messaggio per i più giovani?
«Le pressioni mediatiche sono continue, ai ragazzi dico quanto era bello giocare alla tombola! Recuperiamo le vecchie modalità, il gioco pulito, lo spirito di stare insieme, di unire le generazioni».
E alle famiglie?
«Di cercare tutti gli strumenti per percepire il prima possibile un campanello d’allarme, prima si arriva meglio è, vale per tutte le dipendenze. Ho detto che seguiamo 50 pazienti ma significa avere come minimo coinvolte 100 persone, ogni giocatore ne coinvolge da 5 a 10. A volte il controllo d’impeto che esercita la famiglia è maldestro ed è importante il sostegno anche ai familiari, vanno aiutati ad aiutare il congiunto affinché si assuma le sue responsabilità in termini economici e per prevenire le ricadute. La famiglia entra in gioco nel programma terapeutico nella gestione del denaro aiutando il paziente a risarcire, questo si fa con dei piani di rientro. Solo così si può riacquistare fiducia in famiglia e piano piano tutti i pezzi si ricompongono».
Il vostro lavoro dà dei frutti? I pazienti guariscono?
«Le persone e le famiglie che aderiscono hanno dei risultati, è impegnativo, richiede anni, ma se ne può uscire».

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