Lorenzo Giusti ed un museo fucina di comunicazione

Lorenzo Giusti è stato a Nuoro direttore del Man. Poi è andato a Bergamo, al GAMeC, un museo altrettanto bello, rappresentativo e quotato. Lo abbiamo sentito perché Il Giornale dell’Arte, forse il più autorevole organo di stampa in questo settore, gli ha consegnato recentemente il titolo di miglior museo dell’anno. Al di là di una valutazione dei contenuti, in periodo di Covid il GAMeC e Lorenzo Giusti hanno sperimentato un modo originale di essere museo e fare arte.

Cosa avete fatto?
«Quello che abbiamo vissuto a Bergamo nella prima fase della pandemia è stato veramente complesso. Non si sapeva come reagire a questo virus e in quel momento il museo ha chiuso. In Lombardia le scuole e musei hanno chiuso ancor prima che nelle altre parti d’Italia e noi ci siamo subito chiesti cosa avremmo potuto fare in quel contesto, in quella città, in quella comunità provata da grande difficoltà. Abbiamo cercato di interpretare il ruolo civico della nostra galleria e ci siamo detti: proviamo a rilanciare alcuni appelli di solidarietà che si stavano moltiplicando in quel momento. Abbiamo così deciso di fare una radio. All’inizio della radio aveva soltanto la regolarità di andare in onda ogni giorno, ma gli strumenti che utilizzavamo erano quelli del web e dei social. E così abbiamo ospitato ogni giorno una voce dal territorio, dalla città e una storia dal mondo raggiungendo anche il contributo di importanti autori in ambiti e discipline non necessariamente e strettamente legato all’arte. Mondi che vengono solitamente percepiti distanti».

In questo modo siete diventati un calderone di cultura, settore tra i più duramente toccati dalla pandemia.
«È certo uno dei settori che sta pagando di più. La sofferenza dei teatri e dei musei chiusi indubbiamente è superiore rispetto a quella di altri settori. In questo contesto variato occorre inventare nuovi strumenti e usarli però con la consapevolezza dei linguaggi. Penso non si possa occupare il web semplicemente trasferendo qualcosa che avviene nello spazio civico. Il web ha le sue logiche e i suoi linguaggi e bisogna conoscerli e interpretarli».

Che risposte di pubblico avete avuto?
«Il progetto della radio è cresciuto nel tempo e poi si è evoluto. Per esempio, adesso stiamo collaborando con una emittente (ascoltata in tutta la Lombardia) con una trasmissione che va in onda tutti i sabati pomeriggio, utilizzando un camper che si muove all’interno dei paesi della bergamasca.
Nel tempo i numeri sono cresciuti, anche d’estate quando abbiamo aperto la mostra di Daniel Buren a Palazzo della regione. Un palazzo storico, nel cuore della città alta. Davvero è stato straordinario vedere come le persone avessero voglia di tornare a frequentare i luoghi e la cultura. In quel caso erano persone di Bergamo,mancando l’afflusso di turisti stranieri. Nonostante questo abbiamo confermato il trend dell’anno passato e questo vuol dire che insomma c’è voglia di tornare a frequentare i luoghi della cultura. Perché niente sostituirà la visione, l’opera dal vero. Quello che stiamo facendo nel web presso i vari canali e qualcosa di diverso, può essere anche affascinante ma è sicuramente un qualcosa di diverso dall’esperienza che si può fare dal vivo».

Che ricordi ha del Man di Nuoro e di Nuoro?
«Grande nostalgia. Ricordo bene i profumi, quello della legna che arde nei camini accesi di Santu Predu. Sono tornato spesso durante l’estate, eccetto quest’anno. Ho preferito non correre rischi visto da dove provenivo».

La lascio col timbro di Giorgio Gori, “un orgoglio per la città”.
«Mi fa piacere che il sindaco sia contento ma a me preme soprattutto siano contenti i cittadini e quella comunità di Bergamo che abbiamo cercato di coinvolgere tenendo vivi i legami ».

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