L’omaggio alla Beata del pellegrinaggio militare

Il sole di una primavera incalzante inonda la piana di Sa Itria, stamane lunedì 25 marzo e incrocia i soffi di vento freddo che avanzano dalle lingue di ghiaccio del Bruncu Spina. Pronti i pellegrini per la seconda tappa del loro cammino. Li porterà verso i santuari di San Cosimo, monte Lenardeddu e Ovadduthai, luogo del martirio di Antonia Mesina, per fermarsi stanotte nel complesso spirituale di Galanoli e proseguire domani mattina sui costoni del monte Ortobene, accarezzare in preghiera la statua del Redentore e mercoledì 27 marzo concludere alle 11,30 in Cattedrale a Nuoro dove li aspettano per celebrare la Santa Messa i vescovi Santo Marcianò (Ordinario militare per l’Italia) e il padrone di casa, Mosè Marcìa.

«Il pellegrino», come è scolpito nel  diario di viaggio del secondo pellegrinaggio militare (https://www.ortobene.net/militari-pellegrini-53-chilometri/), «è lo straniero che andando nei campi, per agri, secondo il dettame biblico, decide nel suo cuore il percorso. Sacrifici, disagi, sudore, costituiscono occasione per sentirsi in cammino verso Dio. Cammineremo nel silenzio ascoltando la voce del cuore e l’appello di Dio a vivere la vita in armonia». Pronti, stamane, nelle loro mimetiche o tute sportive per i finanzieri. Impegno “interforze”. Hanno dormito nei muristenes cumbessias dello spazio di Sa Itria,

In preghiera prima della partenza

santuario-simbolo delle popolazioni della Sardegna interna, sorto sulle ceneri delle genti del Neolitico, testimoniato ancora dai menhirs eretti nello spiazzo centrale. Cristiani e pagani, passaggio di testimone e di storie, forse ritrovando sentieri comuni di religiosità e pace. Risuonano sotto le volte della chiesa i canti che danno ritmo al cuore e ai passi. Sono arrivati da ieri da Fonni, una camminata di 14 chilometri, dopo aver invocato la protezione della Madonna dei Martiri, percorrendo valli, forre e attraversando fiumi con gorgoglio d’acque di montagna. Nel loro pensiero si rincorrono ancora i simboli di Grazia Deledda in “Cenere”: “Quel bizzarro paese adagiato sulla cima di un monte come un avvoltoi in riposo… Le casupole di pietra bruna, con tetti di scandule sovrapposte a guisa di squame di pesce, aprivano sui viottoli le porticine nere.. Il pittoresco campanile della Basilica dei Martiri, emergente tra le querce del vecchio convento…

Siamo in marcia tra pascoli brulli, siccità incombente, paesaggi duri. Sedici uomini che battono scarponi sull’asfalto e due donne, Maria e Valeria, danno il loro senso al pellegrinaggio dei militari: «Riscoperta», dicono, «di noi stesse, incontrare l’infinito nella natura di questi luoghi e nella straordinaria sintesi della religiosità popolare dei santuari». Mentre entriamo al complesso di San Cosimo e Damiano, campagne di Mamoiada: “Santu Cosome e Damianu/ pos ponzas semper sa manu”, richiama l’invocazione Maurizio Bassu, orgolese, guardia forestale. E in tanti suoi colleghi accompagnano e segnano con la loro discreta presenza il cammino dei pellegrini. «Sentiamo tutti lo spirito di una religiosità intima e profonda», dice don Gianmario Piga, oroseino che sta tornando verso Orgosolo dove anni fa è stato viceparroco, cappellano militare della Guardia di Finanza e animatore del pellegrinaggio.«Non si tratta di una esperienza passeggera. Quando tornano nelle caserme e nella vita quotidiana, sono segnati da questi momenti unici. Se chiedi al militare», sottolinea don Gian Mario con forza, «di trovare le parole per pregare, forse non le trova. Le trova benissimo nell’esperienza del camminare e del sacrificio».

Si parte

Intanto il Comitato di San Cosimo offre l’accoglienza più idonea, con Tiziana, orgolese che vive a Mamoiada e le sue collaboratrici. Ancora campagne, greggi, graffianti pascoli brulli che aspettano la pioggia: Doloisco, Oristillai e Ianna Dorunole. Cammina con i suoi militari Gian Domenico Pintus, generale di Corpo d’Armata, origini di Abbasanta e Orotelli, tornato da comandante dell’Esercito nella sua Isola dopo 39 anni a coprire ruoli importanti nello scacchiere mondiale. «La Sardegna è stata sempre una attrazione fatale», confessa l’alto ufficiale. «Questo camminare trasmette una forte emozione. Perché noi viviamo una professione con alto tasso di contraddizione che intimamente non possiamo scacciare. Noi serviamo gli altri,» dice con parole di convinzione il generale Pintus, «siamo al servizio di uomini, situazioni e cose. Questo significa anche usare la forza, la violenza per affermare principi di giustizia e verità»: lo aiuta la lingua sarda fluente, tra Barbagia e Montiferru e cammina chiuso nelle sue riflessioni che poi trasmetterà ai suoi soldati.

Nei luoghi del martirio della Beata Antonia Mesina

Commozione a Ovadduthai, Supramonte di Orgosolo, luogo del martirio di Antonia Mesina mentre Maurizio Bassu riepiloga la vicenda della Beata e scorre il rosario nella Via Crucis guidata da don Gian Mario, tra il lecci scossi dal vento leggero che soffia dalla cima di monte Lenardeddu, si torna al 17 maggio 1935, quando qui una sedicenne sacrificò la sua vita per non  cedere al suo violentatore. Calpestiamo ancora sterrati e sentieri, da Lutturre a Luilie, da Istiovo a Su Tatharesu. Corre il pensiero ad un presidente dell’Azione cattolica di Orgosolo, tziu Pascale Soro, persona integerrima, morto ammazzato sotto le frasche di boschi senza sole. Accoglie tutti, dopo i 13 chilometri della seconda tappa, il complesso di Galanoli. Bellezza e fede, fatica e preghiere silenziose, con le luci pomeridiane che si proiettano dai calcari, nell’orizzonte, delle cime di Solitta, Sa Pruna e Cantinarvu. Chiudono spazi di una geografia che si riapre domani verso la statua di Jerace sui graniti dell’Ortobene, 18 chilometri da percorrere da militari e da pellegrini.

L’arrivo a Galanoli
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